Le Corbusier, fascista convinto o genio opportunista? Un nuovo sguardo critico

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 luglio 2015 7:00 | Ultimo aggiornamento: 23 luglio 2015 11:30
 Le Corbusier, fascista convinto o genio opportunista? Un nuovo sguardo critico

Le Corbusier, fascista convinto o genio opportunista? Un nuovo sguardo critico

ROMA – Le Corbusier, fascista convinto o genio opportunista? Un nuovo sguardo critico. Come va considerato, a 50 anni dalla morte, il geniale architetto noto come Le Corbusier, non solo rivoluzionario ma autore di un cambio di paradigma estetico nell’architettura moderna? Va considerato cioè un fascista convinto i cui progetti di città giardino erano coerenti con gli ideali totalitari dell’epoca, oppure un umanista interessato a migliorare le condizioni di vita delle persone ma politico ingenuo  che, non diversamente da molti altri architetti era solo ansioso di lavorare garantendosi il favore e l’appoggio di qualsiasi regime gli avesse concesso di costruire.

Rachel Donadio sull’edizione del 12 luglio del New York Times fa il punto sulla controversa figura di Le Corbusier a partire da tre libri di recente uscita e dalla grande mostra a lui dedicata al Centre Pompidou di Parigi (fino al 3 agosto). A innescare le polemiche è stata anche l’assenza nella grande mostra celebrativa di qualsiasi riferimento, peraltro ampiamente documentato, al coinvolgimento dell’architetto con elementi dell’estrema destra francese tra gli anni 20 e 40 del secolo scorso. Il Pompidou non si aspettava tante critiche, ma ha annunciato un approfondimento sulle idee politiche di Le Corbusier per il prossimo anno.

In effetti, l’attenzione della retrospettiva è stata focalizzata su Le Corbusier scultore e pittore, assumendo come decisivo per lo sviluppo del suo ideale architettonico l’utilizzo della forma umana. Dal design dei mobili ai piani urbanistici più arditi, finora il principio organizzativo legato alla forma umana era rimasto in ombra rispetto alla più convenzionale comprensione delle sue linee pulite e razionaliste.

Marc Perelman, giornalista e autore di “Le Corbusier, a Cold Vision of the World”, la pensa in modo diametralmente opposto. Secondo lui, guardando per esempio al “Modulor” sviluppato nel 1943, non è vero che questo rinvii a una espressione umanistica che contribuì a gettare le basi per una architettura a dimensione umana: “Si tratta invece della matematizzazione del corpo, la standardizzazione del corpo, la razionalizzazione del corpo”.

Si sostiene, a sua difesa, che sebbene apprezzò Mussolini e cercò in tutti i modi di ricevere commesse dal Maresciallo collaborazionista Petain (che alla fine lo trovò un po’ troppo avant-guarde), realizzò importanti progetti nell’Unione Sovietica degli anni ’30. Circostanza questa che conferma come Le Corbusier fosse convinto che qualsiasi piano riformatore dovesse essere diretto da un dittatore. Per Xavier de Jarcy, autore di “Le Corbusier, a French Fascism”, “esiste ancora un mito che circonda Le Corbusier, per cui il più grande architetto del XX secolo era un uomo generoso, un poeta”. Questa visione è un abbagliante bugia, rileva.

Per Francois Chaslin, autore di “A Corbusier”, la visione estetica dell’architetto non può essere separata da quella politica, molto più orientata a destra di quanto lo fosse a sinistra, a dispetto delle divagazioni sovietiche. Chaslin insiste anche sul non enfatizzare troppo il suo anti-semitismo, preferendo evidenziarne il substrato ideologico, per esempio guardando al Radiant City plan di Marsiglia, perfetta espressione del programma fascista.

Non di meno vanno citate, a sostegno dell’ambiguità e dell’opportunismo non rari in qualsiasi ambito professionale, le parole scritte in una lettera alla madre, alla vigilia delle leggi razziali promosse dal governo collaborazionista di Vichy dove si trovava: “Gli ebrei stanno per affrontare tempi duri. E spesso questo mi affligge. Tuttavia sembra che la loro cieca sete di soldi abbia corrotto la nazione”.