Londra: restituire i fregi del Partenone alla Grecia? Meglio di no, sostiene il New York Times

Pubblicato il 10 Maggio 2010 8:44 | Ultimo aggiornamento: 10 Maggio 2010 16:55

La Grecia richiede da anni al governo inglese che le vengano restituiti i fregi del Partenone che nel diciannovesimo secolo, Lord Elgin, ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, asportò.

I fregi sono esposti, da allora, al British Museum, a Londra e il museo non è intenzionato a cedere e mantiene la sua linea. Le orde di turisti che ogni giorno sfilano davanti ai fregi possono leggere in un depliant le ragioni che gli inglesi adducono per non restituire i fregi alla Grecia. Si sottolinea che il museo è libero, attira milioni di visitatori ogni anno da tutto il mondo, rendendo le sculture disponibili e inserendole nel contesto del civilizzazione umana.

Non si aggiunge invece il vaore di attrazione turistica che i resti del Partenone hanno per Londra, che si traducono in milioni di sonanti sterline per l’economia inglese, visto che il Museo è gratis ma gli alberghi e i ristoranti non lo sono.

Il New York Times ha recentemente preso posizione nella querelle allineandosi decisamente nel campo delle ragioni degli inglesi. Viene sottolineato in primo luogo la funzione “relativa”, flottante, della storia: «L’Acropoli di oggi è un’invenzione. Attraverso i secoli, gli imperi e i governi essa è diventata cristiana, turca, brevemente veneziana, dopo essere stata romana. La modernità ha spogliato il sito di questi strati di storia per riscoprirvi l’età di Pericle; un processo di scavo archeologico basato su una forma moderna di oggettività scientifica e storica, un processo che lascia inevitabilmente a sua volta il proprio strato di storia».

Il New York Times sottolinea che lo smembramento dei monumenti è stato lo stimolo per oggettivi processi di educazione (ad esempio, il risveglio patriottico che avrebbe portato all’indipendenza delle Grecia dall’Impero Ottomano, si sarebbe sviluppato in seguito alla riscoperta dell’antichità classica da parte dell’Europa). Inoltre, secondo il giornale, questa frantumazione dell’opera corrisponde una democratizzazione. Non si tratta, chiaramente, di un’apologia del saccheggio ma semplicemente di riconoscere che l’arte può parlare in infiniti modi. E’ resistente è diffonde cultura e comprensione attraverso i confini. Tagliata dalle sue radici, perde dei significati ma ne guadagna altri. Pensare oggi di ricostituire le pale d’altare, i dittici, i trittici, i monumenti irrimediabilmente divisi tra le diverse collezioni internazionali, per magari riconsegnarle ai loro luoghi o famiglie di provenienza, è semplicemente assurdo.

Meglio allora pensare che «l’arte evoca sentimenti diversi per coloro per cui è locale, ma in ultima istanza appartiene ad ognuno. Siamo tutti i custodi della cultura globale per la posterità. Il Partenone, non appartiene né ai Greci, né agli Inglesi».

Negli ultimi anni sono stati molti i casi di rivendicazione internazionale di opere d’arte. La stele di Axum, obelisco di basalto che il regime fascista prelevò dall’Etiopia, è tornata nel 2005, in base ad un accordo bilaterale, nel suo paese d’origine. L’Italia non ha molti debiti nei confronti delle altre nazioni. Sono, in genere, gli altri che si sono accaparrati, a volte con la rapina di guerra altre col saccheggio, pezzi dell’immenso patrimonio artistico italiano. Chiunque, provvisto di un po’ di senso storico, abbia percorso i corridoi del Louvre forse sa di cosa stiamo parlando. Quel museo si basa su una gran parte sui furti di stato che Napoleone perpetrò contro l’Italia (senza dimenticare altri paesi, in primis l’Egitto).

I saccheggi non si sono fermati con la contemporaneità ma si sono protratti anche nel Novecento. A causa dei “tombaroli” e dell’incuria in cui versano parti consistenti del patrimonio ma soprattutto a causa della mancanza di scrupoli di galleristi di tutto il mondo, ancora oggi esiste un continuo stillicidio, una lenta rapina di opere d’arte. Recentemente il Metropolitan Museum ha restituito all’Italia un vaso greco del sesto secolo avanti Cristo. L’oggetto era stato trafugato negli anni Settanta.

La rivendicazione di un’opera d’arte è spesso un problema che presenta complessi aspetti giuridici, storici, concettuali. Il vaso rubato negli anni Settanta e allontanato dall’Italia è un caso relativamente chiaro, perché si tratta di furto e ricettazione puniti dalla legge, ma molti altri non sono così.