“Nuovo Ciclo” di Manuela Traini (INIART) al Macro di Roma: il sangue mestruale diventa pittura

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 Dicembre 2019 15:58 | Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre 2019 16:01
nuovo ciclo macro roma

La locandina di “Nuovo Ciclo”

ROMA – Giovedì 19 dicembre, nella black room del MACRO – Museo dell’Arte Contemporanea di Roma che si trova in via Nizza 138, dalle 19 alle 20 andrà in scena “Nuovo Ciclo”, performance di Manuela Traini (INIART). 

 

Il corpo e la sua ritualità biologica

La Donna e la sua rigenerazione ciclica

L’assorbente come matrice di un’azione rinnovatrice

Il sangue come impronta viva di una rinascita rituale

INIART ridefinisce gli ingredienti della pittura attraverso il SANGUE del proprio ciclo mestruale. La sua idea è un salto ascetico nell’origine della vita, dentro la materia plasmatica che aziona la biologia. Nessun dogmatismo ideologico o politico dietro il progetto; al contrario, la sorgente pittorica riporta l’attenzione sulla DONNA come motore generativo, centro irradiante di una coscienza evoluta del femminile, senza obsolete derive femministe. Un nuovo inizio che fonde assieme origine e futuro, mistero e luce, bellezza e dolore. Una rigenerazione che parla di energie essenziali, gentilezze estetiche, intuizioni fluttuanti…

L’assorbente con le ali è la superficie su cui l’artista dipinge le sue citazioni ad alto contenuto emotivo. L’oggetto intimo ricorda un palindromo rotante, sorta di volume dadaista che richiama il disegno anatomico e i riti del ciclo vitale. Ogni mese, come una lancetta svizzera, l’artista si lascia guidare dalle forme che il sangue mestruale deposita sull’assorbente. Dipinge con piccoli pennelli e colori ad acqua sulle nebulose del plasma asciugato, seguendo i volumi biomorfici delle macchie, quasi fossero ombre organiche di una profonda vita spirituale.

INIART si fa “assorbire” da quelle chiazze in stile Rorschach, partendo sempre da una scintilla interiore con cui connette la memoria collettiva (le citazioni di opere famose) all’essenza di un’intimità inclusiva. Su ogni assorbente INIART dipinge un dettaglio di opere universali (Michelangelo, Botticelli, Van Gogh…) o simboli di forte impatto iconico (come la lingua di Andy Warhol per The Rolling Stones).

Non sono mai scelte casuali ma frammenti di un linguaggio emotivo, spunti iconografici che rinascono attraverso l’anomalia della superficie prescelta. L’artista reinventa così la citazione con un distillato di apparizioni immaginifiche, chimere vertiginose che perdono peso e fluttuano su nuvole bianche, lungo un tempo mentale che rigenera le citazioni attraverso un nuovo DNA figurativo. Le sue ispirazioni rituali si integrano, per un solo giorno, all’azione catartica della performance. Manuela Traini diventa dal vivo il nostro specchio allegorico, la rivelazione teatrale di un’intimità denudata e avvolgente.

Uno specchio psicanalitico che mette alla prova le nostre certezze emotive e i nostri usi interiori. Non a caso, similmente all’opera bifronte con la doppia lingua, Traini si sdoppia nel nickname INIART: che non è solo l’anagramma specchiato ma la dimensione rivelatrice di un doppio connettivo e liberatorio. Una parola che contiene tracce di destino, un moniker che offre una casa nominale alle sue sfaccettature identitarie. Giovedì 19 dicembre il corpo della pittura entra nello spazio dell’atto performativo. Un solo giorno, una sola PERFORMANCE, una singola pittura su un singolo assorbente. Scarpe nere e rosse dai tacchi altissimi; un kimono nero; il corpo nudo nel suo istante assoluto. Una sala dalle pareti scure. Alcune opere incorniciate, disposte sul lato destro della sala. Un’opera sospesa al centro, leggibile su entrambi i lati.

Sulla sinistra lo spazio scenico della performance. Un leggio. Una sedia. Una luce per sagomare lo spazio dell’azione. Il tappeto sonoro rilascia un pianoforte ambient, ascetico ma dinamico come l’atto del dipingere.

L’artista compie gesti essenziali, limpidi, astratti, richiamando i temi del teatro Kabuki. L’assorbente macchiato diventa, d’improvviso, l’impronta e la voce della sua pittura. Inizia un rito pagano in cui l’artista dipinge sopra la forma del sangue mestruale. La stanza si trasforma in una sacca amniotica, un’astronave nel liquido del silenzio astrale. I suoi gesti ci conducono fuori dal caos urbano, oltre la dimensione del rumore. Finché esce dal nero e scompare dalla sala, tagliando lo spazio come una lama gentile.

La memoria del sangue attraversa gli spettatori che ne colgono l’essenza arcadica. Un’esperienza reale eppure metaforica, con il dialogo tra bianco e rosso che ci rimanda al quadro su cui chiudiamo il progetto: un’opera dove gli assorbenti interni divengono mattoncini di una superficie seriale, con una linea di puro rosso che taglia il centro del campo. E’ una sciabolata violenta ma zenitale, simbolo di una rinascita che avviene quando abbandoniamo la paura e camminiamo liberi nel buio. Un’opera che è un diapason meditativo che trafigge il nostro presente, indicandoci, come luce nel buio, la via rigenerativa di un NUOVO CICLO…