Paolo Picozza: il paesaggista del bitume e le sue visioni metropolitane

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 Maggio 2015 10:24 | Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2015 11:10

ROMA – Il 13 novembre prossimo avrebbe compiuto 45 anni Paolo Picozza, la cui opera è ricordata nella collettiva Linee di Confine – la natura, il corpo, le città“, con altri 16 artisti, in corso al Museo Carlo Bilotti di Roma (viale Fiorello La Guardia 6, Villa Borghese, aperta fino al 21 giugno).

Paolo Picozza morì improvvisamente in una notte di settembre di cinque anni fa, nella sua casa di San Martino al Cimino (Viterbo). Nella sua quasi ventennale carriera si era distinto per la scelta (controcorrente) per un arte figurativa incentrata sui paesaggi urbani, svuotati di umanità in una pittura costruita su segni decisi e una prevalenza della ristretta scala cromatica che va dal bianco al nero, cioè dei colori dell’asfalto (Bitume è il nome di una delle sue mostre e il bitume è un materiale che Picozza usava per dipingere).

Nato a Latina nel 1970, Picozza ha frequentato il Liceo Artistico di via di Ripetta a Roma. Nel 1994, quando è ancora all’ultimo anno del corso di laurea in Pittura all’Accademia delle Belle Arti di Roma, si impone all’attenzione degli addetti ai lavori con le sue prime due mostre personali: Similpelle nella galleria Ferro di Cavallo (Roma) e Wie Haut nella Kunsthaus Tacheles di Berlino. Nel 2001 la mostra, sempre alla Ferro di Cavallo, Bitume le onde di terra le onde metropolitane. Scrive Linda De Sanctis su Repubblica:

Interni urbani, figure, paesaggi metropolitani, mare, campagna: temi diversi, ma unificati dalla scelta di una materia insolita usata per dipingerli: il bitume. Materia altamente simbolica, diventa il mezzo per descrivere le «Onde di terra», ovvero i paesaggi marini, i promontori, le catene montuose della Sicilia, i suoi paesaggi urbani. In un andirivieni di ricordi intensi, Paolo Picozza aggiunge sulla tela bitumata strati di strisce di carta, sabbie, colle, bende, accumulando materia su materia proprio come succede con gli strati della memoria. Nell’ opera «Barritratti», un libro fatto di carta catramata, l’ artista invece rivolge la sua attenzione alla folla metropolitana che si appoggia ai banconi dei bar. La tempera bianca rappresa sulla carta nerissima, sembra una creta che rende le teste maschere ieratiche. Assieme ai volti affiorano parole, imperativi «corri, corri, corri», interrogazioni «perché non dovrei?», richieste di aiuto «coprimi», di una umanità che vorrebbe tornare alla terra, senza rimanere intrappolata nell’ asfalto.

Due anni dopo Picozza propone Terrain Vague nella galleria L’Affiche a Milano. Il catalogo della mostra lo scrive Goffredo Fofi, che ricordando come il titolo, tradotto dal francese, significhi “aree fabbricabili in abbandono”, definisce così il lavoro di Picozza sulle “terre di nessuno” che sono certi paesaggi di periferia: “Lo scenario della nostra assenza e della nostra incapacità di intervenire a ripristinare il bello e l’umano”. Barbara Ardù:

“Pochi colori, un catrame intenso o un rosso cupo che irrompono nel bianco e poi innumerevoli linee dritte o morbide, quasi ad accompagnare il disfacimento dei luoghi. Pezzi di terra, angoli di periferia, edifici squarciati, architetture solitarie, scorci di lagune dove l’uomo è stato, ha lasciato il suo segno per poi fuggirne, dimenticando. Ciò che è rimasto, sospeso nel vuoto, abitato da ombre e da fantasmi e forse nemmeno da loro, è quello che Paolo Picozza ci mostra nelle sue opere”.

Nel 2005 Picozza propone Sentito Nero nella galleria Il Segno a Milano. Ne parla il Corriere:

“Binari deserti, la tangenziale, ponti e strade interrotte: è una Roma trasognata – tra incubo e visione […] la città monumentale lascia il posto agli spazi di una contemporaneità che si identifica con le grandi periferie, aree del vissuto quotidiano. «Sentito nero» il titolo della rassegna, adattissimo al tono dei quadri esposti: scorci che paiono colti un attimo prima della loro dissoluzione definitiva. Una Roma strisciata, intravista rapidamente, immersa in un flusso continuo, oscuro, che l’ artista realizza grazie a un supporto tecnico non abituale: il bitume”.

Nel 2006, sempre a Milano a L’Affiche espone Milano solo andata; nel 2007, al Miart a Milano e nella galleria Damiano La Piccirella a Firenze; nel 2008 a L’Attico, a Roma. Sempre nello stesso anno espone Apnea a Il Segno a Roma e nella Fabrice Galvani di Toulouse; nel 2010 è il momento di Carte, esposte nella galleria Rubin a Milano.

Nel dicembre 2013 viene dedicata a Paolo Picozza una grande retrospettiva al museo Macro Testaccio di Roma, curata da Achille Bonito Oliva. Hanno scritto della sua pittura: Carmen Gentili, Goffredo Fofi, Gregorio Botta, Gianluca Marziani, Marco Tonelli, Alessandro Riva, Martina Cavallarin, Chiara Alinovi, Paola Fabbri, Fabrizio Pizzuto, Fabio Sargentini e Lea Mattarella, che nel giorno della sua scomparsa lo ricordò così:

Avrebbe compiuto quarant’anni tra due mesi. Ma Paolo Picozza se n’è andato all’improvviso ieri notte nella sua casa in campagna a San Martino al Cimino, dove viveva con la compagna Chiara e la loro grande e bizzarra famiglia-animale – come gli piaceva chiamarla – fatta di cavalli, cani e gatti. E la sua morte lascia sgomento il mondo dell’arte. Stava preparando due mostre personali: a Bolzano e a Milano e aveva lavorato nel suo studio a Portonaccio fino a poche ore prima di morire, posseduto com’era dalla pittura che lo abitava come un’ossessione, un’autentica ragione di vita. E infatti era pieno di progetti: tra una settimana avrebbe dovuto inaugurare la serie dei “Martedì critici” di Alberto D’Ambruso e in questi giorni era impegnato a realizzare le opere da esporre alla Fiera di Bologna nello stand de il Segno, la sua galleria romana. Dopo, voleva partire per il Messico, dove avrebbe trovato nuovi stimoli per il suo lavoro.

Perché lui faceva così: girava per il mondo e si incantava su qualcosa che poi, tempo dopo, nel furore della creazione, diventava un’immagine trasfigurata, visionaria. Così erano nate le sue prime vedute urbane, scure, dense in cui a parlare è soltanto lei, la pittura. Il suo studio era pieno di tele dappertutto, molte sui cavalletti e altrettante sui muri, carte per terra: un disordine da cui riusciva a tirare fuori il quadro che, prima di varcare la porta per raggiungere una galleria o un collezionista, lui, pignolo come pochi, doveva considerare perfetta.

Era nato a Latina nel 1970 e aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma, studiando con Lorenza Trucchi. Il suo esordio come pittore nella capitale risale al 1994 alla Galleria il Ferro di Cavallo. Fin da subito era emersa la sua pennellata vigorosa che costruiva spazi e luoghi con la forza potente del gesto. E che lo aveva portato a esporre, tra l’altro, a Berlino, a Milano alla galleria Affiche, all’Attico di Fabio Sargentini a Roma, alla galleria Galvani di Tolosa. Una delle sue opere è conservata al Museo di Padula, curato da Achille Bonito Oliva.

Picozza era un pittore puro. Lo attraeva il colore che scolava sulla tela, si inebriava del suo odore. Costruiva con pochi segni neri, con un contrasto di luci e ombre, di pieni e vuoti. Inventava paesaggi – vedute urbane ma anche meravigliose foreste – immensi, monumentali, ma lo faceva con poco, come se dentro di lui si nascondesse un’anima orientale. Tanto che anche i suoi dipinti di grande formato, con cui amava confrontarsi, hanno una sorta di leggerezza, pur essendo potenti e assertivi. Certo è che immaginava un altrove, qualcosa in cui lo conduceva soltanto il suo sguardo attento, la sua immaginazione così romantica e così contemporanea.

Chi lo conosceva lo ricorda con la perenne sigaretta in bocca, il giubbotto nero e l’orecchino da “zingarello” mentre parlava con ammirazione e passione degli artisti che amava: Anselm Kiefer, Osvaldo Licini, Gastone Novelli, ma anche giovani come Alessandra Giovannoni. Francesca Antonini, la sua gallerista, oggi non dimentica la sua generosità nel proporre il lavoro di artisti meno noti di lui, nel progettare mostre, idee, addirittura opere insieme ad altri. A poco serve ricordare che chi se ne va presto è caro agli dèi.