Rauschenberg “Collection”: omicidio risolto da un quadro astratto

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 settembre 2014 7:00 | Ultimo aggiornamento: 4 settembre 2014 14:30

ROMA – Rauschenberg “Collection”: omicidio risolto da un quadro astratto. Il quesito che ha impegnato per sette anni Andrew Scott Cooper (autore e storico) intorno alla produzione di Robert Rauschenberg, maestro della pop art e genio riconosciuto del modernismo americano anni ’50, non è di natura estetica. Può un’opera d’arte risolvere un delitto di 50 anni fa? “Did an Artwork Solve a Decades-Old NYC Crime?”, il lungo articolo a sua firma pubblicato sul New York Observer che dà conto dell’indagine parte infatti dall’osservazione di un capolavoro di Rauschenberg, “Collection” (1954-1955) conservato al San Francisco Museum of Modern Art.

Nella stratificazione di colori dominata dal rosso il giallo e il blu, tipica del suo stile sono visibili, a guardar bene con l’aiuto di una lente di ingrandimento, inserzioni di titoli di giornali caratteristiche del collage sui quali si può però intuire una specie di forma mascherata di comunicazione, un codice nascosto. E, infatti, i titoli si riferiscono a un celebre caso giudiziario che fece scalpore negli anni ’50 sulla stampa scandalistica e non solo. “Kill-for-thrill” campeggiava sulle prime pagine di giornali e magazine (Time, Newsweek, Look, The New York Times), riferito alla presunta gang di 4 giovani di buona famiglia di origine ebraica a Brooklyn ritenuti colpevoli dell’efferata uccisione di un senzatetto di colore.

La stampa indugiava sull’orrore della gratuità del delitto (ai 4 ne furono accollati anche altri tra cui un omicidio) e della violenza ispirata a idee pseudo-nazi di supporto alla Polizia per ripulire la feccia dal quartiere. E in effetti, Jack Koslow, il presunto capo della gang, si confrontava in maniera rude con vagabondi e alcolizzati. Nel quadro, l’investigatore Scott Cooper, sollecitato da un amico curatore ed esperto d’arte, rintraccia il moncone di parola “Her” (ricavato da New Herald Tribune) unito da una linea di colore a “plot” (complotto). E’ molto probabile che i 4 teppistelli (ma non sanguinari assassini), forse gay (pink panic era la fobia di quei giorni), appartenessero a un giro di conoscenze frequentato anche da Rauschenberg, omosessuale dichiarato.

Il sospetto, suffragato dai risultati dell’indagine, è che Rauschenberg utilizzasse appunto un  codice segreto nei suoi quadri per riferirsi al clima di soffocante discriminazione omofobica in epoca maccartista (“socialmente indesiderabile” era l’eufemismo della Polizia per definire i gay). Confortato dalla risoluzione del criptogramma di Rauschenberg, l’indagine di Scott Cooper (ha compulsato archivi e referti medici, intervistato un superstite dei 4 accusati) ha portato alla clamorosa conclusione.

La vittima dell’omicidio non fu ammazzata (una caduta fatale provocò la morte), le confessioni dei 4 furono estorte con metodi violenti e arbitrari, due dei 4 non erano nemmeno presenti sulla scena del presunto delitto. Rauschenberg (seppure abbia sempre sconsigliato di attribuire significati realistici alla sua opera) ha montato un rebus di cui ha fornito gli indizi: all’eventuale bravo enigmista ha lasciato il compito di risolvere il caso.