Velia-Elea: scuola di Parmenide piena di erbacce. Vuoi pulirla? Devi pagare la Sovrintendenza

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 settembre 2014 6:14 | Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2014 20:37
Velia-Elea: scuola di Parmenide piena di erbacce. Vuoi pulirla? Devi pagare la Sovrintendenza

Un dettaglio dell’area archeologica di Velia-Elea (Carlo Morino, Wikimedia)

VELIA, SALERNO – Anche per tagliare l’erba che cresce sulla necropoli dove c’era la scuola di Parmenide ci vuole l’autorizzazione della Sovrintendenza. E bisogna pagare. Succede a Velia, nel parco Nazionale del Cilento (Salerno), nei resti di quella che fu l’antica polis di Elea, rovine dichiarate nel 1998 patrimonio dell’Unesco. Pietre su cui la natura si sta prendendo la sua rivincita, ricoprendole di erbacce e sterpaglie.

Ci pensava un allevatore di cavalli a ripulire tutta l’area dall’erba, che usava per foraggiare i suoi animali. Conveniva al patrimonio dell’Unesco, conveniva ai cavalli dell’allevatore. Finché non è arrivata una lettera dalla Sovrintendenza di Salerno:

«Se lei vuole la nostra erba, la deve pagare». […] Allibito, l’allevatore rispose che lui pensava di fare un piacere all’area archeologica di Velia, l’antica Elea, sulla costa del Cilento. «Se però devo pagare, l’erba tagliatevela voi».

Da allora la vegetazione cresce rigogliosa. Avvolge antiche colonne, invade i resti del tempio di Esculapio, minaccia di soffocare il teatro greco. La città della scuola eleatica appare ricoperta da un manto di erba e rovi. «Mancano i soldi – lamenta Tommasa Granese, direttrice dell’area archeologica -. Sarebbe necessario uno sfalcio regolare, anche per evitare il rischio di incendi, ma non ce lo possiamo permettere. Quest’anno poi l’estate piovosa ha favorito la vegetazione».

E non solo l’allevatore-tosatore ha smesso la sua volontaria quanto utile opera di tagliaerba, anche l’uomo che – sempre volontariamente – potava gli ulivi è morto:

E adesso le piante non offrono un bello spettacolo, con tutti quei rami secchi meritevoli di cura. Un carrubo secolare si è prima spaccato in due e poi è crollato. Stava aggrappato a un pendio dove adesso i rovi hanno preso possesso di un vialetto impedendo il passaggio. Un altro albero, un gelso colossale, costituisce al momento una minaccia per i visitatori.

Deliri della burocrazia all’ombra del gelso colossale: alcuni custodi hanno proposto alla direttrice di girarsi dall’altra parte:

«Lei faccia finta di non vedere – hanno proposto alla direttrice -, in due o tre ore noi potiamo e sistemiamo tutto».  Macché. La burocrazia ha le sue esigenze: per mettere in sicurezza il gelso bisogna addirittura fare una gara d’appalto, sperando che l’albero abbia nel frattempo il buonsenso di non cadere.

Non è solo la burocrazia a rendere difficile la cura di Velia-Elea. C’è un problema di mancanza di fondi. Perché gli scavi non sono finiti (esplorato solo il 20 per cento dell’area), i reperti potrebbero comunque già riempire un museo che però non ci sono i soldi per costruire. Quindi anfore e statue sono stipati in un deposito sotterraneo.

“Gli scavi continuano. Se ne occupano archeologi austriaci. «Un tempo – racconta un custode – qualcuno di noi controllava i lavori di scavo. Ora siamo pochi e nessuno va più a seguire le ricerche svolte dagli austriaci. Non sappiamo cosa hanno trovato. Si sono costruito un loro deposito, nessuno di noi ha idea di quali reperti custodiscono là dentro». Con gli scarsi finanziamenti che riceve, la Soprintendenza deve mantenere attivi vari siti archeologici, in particolare Paestum. Così la città di Parmenide finisce con l’essere un po’ trascurata. Appena 17 custodi devono tenere d’occhio un’area di oltre 100 ettari visitata ogni anno da 35 mila appassionati. Ogni minima spesa dev’essere approvata dalla Soprintendenza. Servirebbe, per esempio, un lucchetto: quello che teneva bloccato un cancello si è rotto. Di regola, bisognerebbe compilare moduli e aspettare mesi il permesso di acquistarne uno nuovo. Un custode ha risolto portandosene uno da casa, quando gli serve se lo riprende”.