La Vergine delle rocce di Londra torna all’originario splendore. Confermato che a dipingerla fu solo Leonardo da Vinci

Pubblicato il 18 luglio 2010 9:39 | Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2010 9:39

La “Vergine delle rocce” di Leonardo Da Vinci, uno dei dipinti più preziosi della National Gallery di Londra, è tornata sotto gli occhi del pubblico, dopo un restauro durato 18 mesi che ne ha riportato alla luce dettagli inediti ed estremamente importanti per confermarne la paternità, quella unica e assoluta di Leonardo.

Gli esperti del museo sono così giunti alla conclusione che l’opera sia stata dipinta esclusivamente dal genio toscano e non, in parte, dai suoi assistenti, come si credeva in precedenza. Questo anche perché, nel 2005, un’analisi ai raggi X aveva rivelato ben due disegni preparatori nascosti sotto il colore, estremamente diversi l’uno dall’altro. L’accurato studio del dipinto ha anche portato alla conclusione che l’opera sia rimasta incompiuta.

Il restauro, secondo il direttore della sezione specializzata, Larry Keith, e il dipartimento scientifico del museo, guidato da Ashok Roy, era davvero necessario, perché negli anni
la tela si era ingiallita, il colore cominciava a mostrare piccole crepe e l’inquinamento atmosferico aveva reso più scuro lo sfondo.

Liberato da quella “prigione d’ambra”, come l’ha definita il critico d’arte Jonathan Jones sul Guardian, il dipinto ha rivelato particolari che mostrano, inequivocabili, la mano di Leonardo. Per questo, il sito del giornale inglese ha creato una straordinaria guida interattiva all’opera, che consente ai lettori di esplorare la pala d’altare semplicemente con un tocco del mouse.

Il primo punto su cui si sofferma l’analisi virtuale dell’opera sono gli orizzonti lontani che compaiono in alto sulla destra. Una sorta di paesaggio onirico in cui i colori del cielo, delle montagne e dell’acqua si confondono, in una visione che richiama l’inconscio, come spesso accade nelle opere dell’artista.

Nelle rocce brune che compaiono, invece, sulla sinistra riecheggia uno dei consigli che Leonardo dava spesso ai suoi allievi: «Fissate un muro finché non cominciate a vederci dei volti, dei paesaggi, delle battaglie». Cosa che accade anche allo spettatore, se si sofferma per qualche minuto sulle pareti di roccia che circondano la figura di Maria.

Ma è l’angelo che osserva la mano tesa della Vergine, alla sua sinistra, la vera firma autografa dell’opera. La perfezione con cui sono dipinti i suoi ricci e le pieghe della sua veste, nota Jones, ricorda i tratti con cui Leonardo disegnava nuvole e fiumi. La stessa cosa vale per i cespugli e le foglie ai piedi di Maria, estremamente simili agli schizzi che Leonardo aveva realizzato in numerosi bozzetti proprio in quegli anni.

Interessante ed enigmatica è la storia della genesi del quadro, circondato, come lo stesso artista, a quanto scriveva il Vasari ne “Le vite”, «da un alone ambiguo di potenza magica, di incantamenti e di non naturali seduzioni».

La Vergine delle Rocce esiste, infatti, in due versioni: quella di Londra, e un’altra, precedente, oggi esposta al Louvre. La domanda che da sempre si pongono i critici è perché Leonardo, autore di diversi “incompiuti”, abbia deciso di dipingere due volte quella Madonna con bambino, accompagnata da un angelo e da un piccolissimo San Giovanni Battista.

Nel 1483 l’artista aveva ricevuto l’incarico di realizzare il pannello centrale di una pala d’altare per la Confraternita dell’Immacolata Concezione di Milano. All’epoca Leonardo aveva 31 anni e completò l’opera (quella parigina) piuttosto in fretta. Il dipinto, però, non finì mai sull’altare lombardo, perché Leonardo, scontento del prezzo pattuito, si decise a venderlo a Ludovico Sforza, ripromettendosi di realizzarne un altro, in tempi più dilatati, per la Confraternita.

Venticinque anni dopo, e cioè nel 1508, la pala sostitutiva fu consegnata. Nel frattempo Leonardo aveva dipinto “L’ultima cena”, cominciato la Gioconda e la perduta Battaglia di Anghiari. Come mai si prese tutto quel tempo, mentre era impegnatissimo su altri fronti?

Luke Syson, uno dei curatori della National Gallery che ha seguito il restauro, individua la risposta proprio nella soluzione del mistero sulla paternità dell’opera: «Leonardo ci lavorò a tratti per un lungo periodo. Ma siccome spesso non era a Milano, il lavoro veniva interrotto, proprio perché era lui solo, e non un assistente, a dipingerlo».