Bernardo Valli da Gaza: vita grama, dopo 2.000 morti Israele e Hamas uguali

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Agosto 2014 9:42 | Ultimo aggiornamento: 12 Agosto 2014 9:42
Bernardo Valli da Gaza: vita grama, dopo 2.000 morti Israele e Hamas uguali

Bernardo Valli da Gaza: vita grama, dopo 2.000 morti Israele e Hamas uguali

ROMA – Dall’inferno di Gaza ” rasa al suolo dalle bombe”, “nel regno di Hamas”, dove Bernardo Valli, quasi 84 anni, si aggira con la curiosità che tanti giovani giornalisti non hanno, viene questo articolo di Repubblica.

A Gaza, avverte Bernardo Valli oltre la retorica della vulgata pro o anti,  “la gente non ama gli islamisti, ma dopo i raid il consenso cresce”.
Pensavo che la domanda fosse imbarazzante, e invece il garbato ideologo del movimento terrorista risponde con candore.
Chiedo a Mustafa Sawaf se trova giusto che Hamas collochi i lanciarazzi tra i civili, facendone obiettivi inevitabili, o che scavi dei tunnel diretti in Israele sotto le case di gente ignara di quel che l’aspetta. Le immagini di Beit Hanoun e di Khuza’a sono ben stampate nella mia memoria. Nelle due cittadine, una a Nord l’altra a Sud della Striscia di Gaza, l’esercito israeliano non ha distrutto strade, moschee, negozi, scuole.
Ha arato l’abitato. L’ha spianato. Ha scavato con l’artiglieria, con l’aviazione, con i bulldozer l’intera superficie, alla ricerca evidente dei maledetti tunnel, alcuni dei quali erano spuntati in vicinanza dei kibbuz, delle fattorie, dei villaggi nelle province meridionali dello Stato ebraico. Tra le zolle gigantesche di terra e cemento si intravede la saracinesca di un negozio, il minareto di una moschea, una cattedra, dei banchi forse di una scuola.
Ricordo con precisione le parola di Ahmad Najjar, 41 anni, che si è scavato una grotta tra le rovine della sua casa. È rimasto nella Beit Hanoun distrutta, rasa al suolo, con i quattro figli, uno appena nato, sotto i bombardamenti, ma senza più il cavallo sventrato da una scheggia che l’aiutava a campare. Ahmad non abbandona le sue rovine e si chiede se gli israeliani abbiano demolito la sua casa pensando che sotto ci fosse un tunnel con i combattenti di Hamas, le famose brigate Ezzedine el Qassam. «Io non lo sapevo che scavavano sotto i miei piedi».
Chiedo allora a Mustafa Sawaf, per niente stupito della mia domanda, se siano giustificate le accuse rivolte ad Hamas di servirsi della popolazione come scudo umano. E non solo, ma di usare poi il numero delle vittime civili come un elemento essenziale per dimostrare quanto sia ignobile l’avversario. Mi fa subito notare con calma, senza alzare la voce, la densità della popolazione sulla Striscia di Gaza: una lingua di terra abitata da un milione e ottocentomila persone, tenute in gabbia da Israele, che chiude tutti gli sbocchi in mare, in cielo, in terra. Dove mettere le installazioni militari se non tra la gente? E come non tentare la via sotterranea dei tunnel?
A Khuza’a, dove ha perduto trenta parenti, Suhair al Najar, 32 anni, dice che Hamas è «una scarpa». Gli dedica uno degli insulti più pesanti per un arabo. Non sono in pochi a pensarla cosi. Alla manifestazione di giovedì scorso indetta per onorare i combattenti, c’erano poche migliaia persone. E non sono stati tanti quelli che hanno esposto la bandiera verde islamica durante il conflitto. Hamas non è sempre popolare. I sentimenti che ispira sono contraddittori, cambiano secondo le situazioni. Piovono le critiche: «Politicamente non vale niente». E i rimproveri per lo spregiudicato uso della gente inerme nei conflitti si moltiplicano. Chi ha permesso di lanciare missili nascondendosi die- tro le nostre case? Ma emerge al tempo stesso la fierezza nell’elencare i colpi inferti dalla stessa Hamas all’avversario. Questa volta non sono morti soltanto dei palestinesi. E i razzi provenienti da Gaza hanno paralizzato per qualche ora l’aeroporto di Tel Aviv.
Orgoglio e rancore si alternano. Prima di luglio, stando ad alcuni sondaggi (che Hamas nega siano mai stati fatti) soltanto il dieci per cento della popolazione approvava il governo. Adesso sarebbe almeno il quaranta per cento. Nonostante il sacrificio dei civili, prevale appunto l’orgoglio nazionale. A Khuza’a e a Beit Hanoun non è impossibile ricostruire tra le macerie come si sono svolti i combattimenti. L’azione dell’aviazione e dell’artiglieria sono evidenti. Come è evidente che i carri armati sono serviti da bulldozer. O che dei veri scavatori sono intervenuti.
Ma sui pochi muri rimasti in piedi sono rarissimi i segni dei proiettili. Quasi non ce ne sono. Questo significa che non ci sono stati seri combattimenti tra truppe di terra. Né si vede come gli uomini di Hamas potessero affrontare con le loro armi individuali gli israeliani appoggiati da carri armati e da aviazione. E’ dunque interrati nei tunnel, o confusi tra la popolazione che hanno atteso e subito il nemico. Appena cominciate le ostilità di solito, secondo varie testimonianze, indossano abiti civili senza abbandonare le armi.
Per le sue azioni violente, in particolare attentati suicidi tra il ‘94 e il ‘96, e per la sua strategia con grande spargimento di sangue a partire dal 2001 durante la seconda Intifada, Hamas figura tra i movimenti terroristi. La giustificazione del garbato Mustafa Sawaf («durante l’occupazione tedesca le resistenze europee non si comportavano forse allo stesso modo? ») è quella che ho ascoltato più volte anni fa dal mistico cheik Ahmed Yassine, il primo capo di Hamas, e dal dottor Abdelaziz Rantissi, il pediatra che gli è succeduto per breve tempo, poiché ucciso nella stessa primavera del 2004.
Nel caso di Hamas si verifica un fenomeno sconcertante: il movimento comunque minoritario usa la popolazione con il massimo cinismo, ma il suo prestigio in netto calo cresce con il numero delle vittime civili, che danno ad alcuni un senso di partecipazione popolare. Sia pure imposta, strappata, involontaria.
I responsabili di Hamas, come i parenti egiziani, i Fratelli musulmani, si sono rivelati incapaci di governare. In una Gaza paralizzata non era un’impresa facile. L’avvento al potere del maresciallo Sisi al Cairo, nemico giurato di Hamas, ha appesantito l’isolamento. L’aggravarsi delle difficoltà ha probabilmente affrettato il terzo scontro militare con Israele in cinque anni. Era un modo per attirare l’attenzione del mondo e sollecitare gli aiuti economici.
Al tempo stesso il nuovo conflitto rilanciava soprattutto lo stagnante dramma israelo-palestinese. Hamas ha tentato di assumere la leadership della protesta. Ma se i quasi duemila morti del mese di luglio non contribuiranno a migliorare la drammatica vita degli abitanti di Gaza perderà l’effimera gloria che ha fatto dimenticare il marchio di movimento terrorista e islamista. La popolazione, in preda a comprensibili e contraddittori sentimenti, imprigionata tra l’avversione per Israele e quella per Hamas, potrebbe chiedere giustizia per i suoi morti.