Quei boss tutti covo e chiesa che chiamano i figli “Gesù”: Marcello D’Orta su Il Giornale

Pubblicato il 14 maggio 2010 11:57 | Ultimo aggiornamento: 14 maggio 2010 11:57

Nei loro rifugi i camorristi si circondano di testi sacri, statue della Madonna e santini, poi escono e compiono stragi. Utilizzano una religione a proprio uso e consumo, alla quale chiedono di perdonare i loro omicidi e proteggere il loro “operato”, benchè si servano delle stesse divinità riconosciute dal cristianesimo. Si tratta del rappporto tra fede e malavita, affrontato nel pezzo di Marcello D’Orta su “Il Giornale”, che Blitzquotidiano vi propone come articolo del giorno. Mentre molti rappresentanti del clero e delle istituzioni si oppongono all’idea di considerare i santi “alleati” dei camorristi e impediscono l’intreccio tra mafia e religione, i boss continuano a pregare e uccidere. Ci si chiede allora: come si puà credere in Dio e spargere odio e sangue?

Mancava solo l’acqua «miracolosa» (quella che si vende in boccette di plastica a forma di Madonnina) per il resto sembrava di essere a Lourdes, a Fatima o a San Giovanni Rotondo; c’erano infatti rosari, libri sacri, poster giganti di Giovanni Paolo II, immagini di madonne e santi, opuscoli con preghiere, riviste religiose sparse dappertutto: negli armadi come sul letto, e persino nel bagno. Tutto questo «armamentario» è stato scoperto ieri nel bunker di un camorrista di Casal di Principe, conosciuto come «’o ninno», cioè il bambino. Da notare che a Napoli anche il Bambin Gesù è detto «ninno». E a proposito di Messia. Giuseppe Misso, boss del rione Sanità, ha battezzato uno dei suoi figli «Gesù» (l’altro lo ha chiamato «Ben Hur»). Non vorrei che di questo passo qualche altro campione d’illegalità chiamasse un proprio pargolo «Dio». […]