“La Libia sprofonda (e pagheremo anche noi)”, Franco Venturini sul Corriere

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 maggio 2014 9:24 | Ultimo aggiornamento: 5 maggio 2014 9:25
"La Libia sprofonda (e pagheremo anche noi)

“La Libia sprofonda (e pagheremo anche noi)”, l’articolo di Venturini sul Corriere

ROMA – Blitz quotidiano vi propone come articolo del giorno, lunedì 5 maggio 2014, “La Libia sprofonda (e pagheremo anche noi)” di Franco Venturini sul Corriere della Sera:

All’indomani del 20 ottobre 2011, sebbene turbato dall’orribile linciaggio di Gheddafi, l’Occidente che aveva contribuito ad abbatterlo a colpi di missili e di bombe era marcatamente ottimista sul futuro della Libia. Dopotutto una dittatura crudele era caduta, si erano create le condizioni per una marcia verso la democrazia, e non sembrava troppo difficile mettere d’accordo sei milioni di libici quasi tutti sunniti e con poche minoranze non arabe.

Due anni e mezzo dopo, quell’incauto e miope ottimismo si è trasformato in un sentimento di frustrazione e di paura. Per tutti gli occidentali, ma soprattutto per chi, come l’Italia, ha una dipendenza importante dalle forniture energetiche libiche ed è l’approdo naturale delle correnti migratorie che partono dalle coste libiche. Eppure, per motivi che è difficile comprendere salvo che si voglia evitare di riaccendere polemiche e dubbi sulla guerra del 2011, in Italia si parla poco di Libia. Non si ha la consapevolezza della posta in gioco, si fatica a individuare nelle vicende libiche un interesse nazionale primario dell’Italia. Invece la Libia merita di più, perché la Libia è oggi una minaccia che pesa in primo luogo su di noi.

Non era certo incoraggiante l’evoluzione dell’era post-Gheddafi prima dell’uccisione dell’ambasciatore americano Chris Stevens. Ma dopo quel tragico 11 settembre 2012 è stato come se una potente scarica elettrica avesse attraversato tutto il Paese distruggendo sul suo cammino ogni speranza di riconciliazione interna. Da allora attentati, uccisioni, intimidazioni armate l’ultima delle quali nei giorni scorsi in pieno Parlamento per impedirne il voto, si susseguono a ritmo crescente. Il Paese è controllato da una miriade di milizie armate fino ai denti che non sempre coincidono con la mappa tribale e che possono contare su cinquantamila uomini (per avere un riferimento, contro Gheddafi combatterono in diecimila). Le milizie, quando non si scontrano tra di loro, esercitano una pesante influenza su governi che nulla possono e su forze regolari ridotte all’impotenza. All’interno di una cornice tanto poco rassicurante si scontrano «liberali» (il termine si applica soprattutto all’economia) e islamisti di molteplici tendenze, una volta alleati tra loro, quella successiva pronti a spararsi addosso. E poi ci sono i «federalisti» della Cirenaica, che spaziano dai veri autonomisti agli ultrà scissionisti con vari livelli di estremismo fino alla presenza di un nucleo di al Qaeda, del tutto inesistente nell’ Ancien Régime gheddafiano.
Questa premessa sul caos libico è schematica e parziale, ma è anche indispensabile per capire quali macigni pesino sul capo di noi italiani. Perché — e questo è soltanto il primo aspetto — nel gran calderone della nostra ex colonia si è ormai affermato, da parte delle milizie che controllano il territorio, un riflesso automatico: il mezzo migliore per farsi valere è bloccare la produzione o l’esportazione di gas e di petrolio. Tattica senza dubbio efficace. Ma il risultato è che
il milione e mezzo di barili di greggio al giorno prodotti malgrado tutto nel 2012 è passato negli ultimi mesi a una quantità variabile (dipende dalle scorribande delle milizie) tra i 170.000 e i 250.000 barili al giorno. E qualcosa di simile è successo
con la produzione di gas. Non ne risultano danneggiati soltanto i Paesi importatori come il nostro (l’Italia riceveva dalla Libia
il ventitré per cento del suo fabbisogno di petrolio sceso ora al dodici, e sulle importazioni di gas c’è stato un taglio del quaranta per cento), ma inevitabilmente vanno in crisi anche le finanze dello Stato abituate a ricavare dalle esportazioni di greggio e di gas la quasi totalità dei suoi introiti. In altre parole si creano le premesse per nuove proteste armate e nuove destabilizzazioni, che davanti all’emergenza finanziaria potrebbero sfociare in un crollo totale e definitivo delle istituzioni ancora esistenti (teniamolo presente, questo spauracchio, per quando parleremo di immigrazione).

L’Eni, tra tulle le compagnie internazionali che erano e che in minor numero sono ancora presenti in Libia, pur avendo subìto aggressioni e blocchi operativi, nel complesso è stata l’unica a proseguire nella sua attività. Ma le incognite valgono che per lei, quando non si riesce a varare un meccanismo di salvaguardia per il futuro della Libia. E quando la crisi ucraina, ancora aperta a tutti gli sviluppi, potrebbe comportare già da fine maggio (la data indicata da Mosca per ricevere i pagamenti dovuti dal governo di Kiev) un rallentamento se non un blocco delle forniture energetiche russe. E ancora, possiamo davvero considerare stabile l’Algeria, la nostra più grande fornitrice di gas dopo la Russia, ora che l’infermo Bouteflika è stato rieletto alla presidenza tra molte polemiche? La risposta alle sfide energetico-geopolitiche, beninteso, è nella diversificazione delle fonti. Stiamo già compiendo questa operazione in attesa di vedere se importeremo lo shale gas statunitense, ma i costi aumentano e le difficoltà tecniche pure.
E poi, se la Libia sprofondasse fino in fondo nel suo caos, cosa dovremmo aspettarci di veder arrivare sulle nostre coste o a bordo delle navi dell’operazione Mare Nostrum? Nel 2014 sono arrivati in Italia 25 mila disperati, con un ritmo simile soltanto a quello, giudicato abnorme, del 2011. Il sistema di accoglienza è al collasso malgrado i piani di emergenza. Il 93 per cento di questi immigrati viene dalla Libia. Dovremmo stupircene? No di certo. La Libia è diventata una sorta di corridoio aperto verso il Mediterraneo, e molte migliaia di migranti che fuggono dalle miserie e dalle guerre dell’Africa nera, di eritrei, di etiopici, di somali, persino di siriani che credono questa via preferibile a quella terrestre, tentano di arrivare vivi sulla costa libica sognando l’Italia porta dell’Europa. Quanti sono quelli già in attesa? È verosimile che siano alcune decine di migliaia. Ma se la Libia portasse a compimento il suo suicidio, se lo Stato sparisse del tutto e le condizioni di vita si facessero insopportabili, dovremmo aspettarci cifre molto superiori. E questo mentre l’Europa non modifica le sue regole (a cominciare da quella decisa a Dublino, secondo cui il primo Paese di accoglienza è responsabile in toto verso l’immigrato) e contribuisce poco e male a un fenomeno che dovrebbe riguardare tutta la UE.

In verità ai tempi di Gheddafi l’Italia qualcosa aveva escogitato, sapendo che l’unico modo civile di frenare le ondate migratorie è quello di bloccarle vicino alle coste di partenza. Con Tripoli avevamo concordato, malgrado le bizze del colonnello, un sistema di pattugliamento congiunto delle acque libiche con motovedette fornite dall’Italia che avrebbero avuto a bordo anche personale italiano. L’esperimento ebbe appena il tempo di partire. Prima i pescatori di Mazara del Vallo denunciarono di essere stati mitragliati “dagli italiani” per aver violato le acque libiche. Poi arrivò una sentenza europea
che vietava quel metodo di respingimento perché non distingueva tra emigranti economici e richiedenti di asilo. Oggi non sarebbe nemmeno pensabile tornare a formule simili: il nazionalismo di qualche milizia costiera affonderebbe all’istante le motovedette «vendute allo straniero», anche se proprio questo straniero le avesse regalate. Ma le conseguenze di quel fallimento restano, e sono tremende: a fronte dei pochi campi di accoglienza organizzati dallo Stato libico e malamente controllati dall’Onu, ve ne sono tantissimi gestiti dalle milizie, dove si stupra sistematicamente, dove si tortura sistematicamente, dove vengono stabilite le tariffe per essere imbarcati verso l’ignoto, dove nessun controllo può essere effettuato da alcuno. Sarebbero purtroppo questi campi a gestire il crollo generale se si verificasse, non certo quelli «ufficiali». E se volessimo dire la nostra, se immaginassimo qualche proposta, se anche volessimo offrire aiuto, a chi potrebbe rivolgersi l’Italia? A un governo inesistente o privo di poteri effettivi? Oppure dovremmo andare a caccia dei capi di ogni milizia, rischiando di essere attaccati da quella vicina?
Siamo giunti al nocciolo della questione, la mancanza di interlocutori. E anche alla più fondamentale delle domande: la Libia può ancora essere salvata, gli interessi dell’Italia (e di altri, si pensi alle basi nel sud dei qaedisti del Sahel) possono ancora essere tutelati?

Nessuno dispone di risposte certe. Ma faticosamente, e senza poterne prevedere l’esito, un piano si è fatto strada nelle capitali occidentali a cominciare da Roma. Bisogna ricreare un esercito nazionale libico capace di contenere le milizie. L’Italia sta addestrando a Cassino (ma qualcuno lo sa?) i primi quattrocento militari libici che saranno poi sostituiti da altri. L’Onu è in una posizione favorevole perché non possono esserle rivolte accuse di partigianeria nazionale: dovrà nominare un rappresentante di alto livello incaricato di andare a lavorare sul campo in Libia e di coordinare l’azione della comunità internazionale. Si dovrà convincere il governo centrale che alla Cirenaica una vera autonomia va concessa. Si dovrà trovare un metodo per dividere tra le varie regioni, tribù e milizie i proventi dalla vendita di idrocarburi in cambio della riconsegna delle armi. Si dovrà, a quel punto perché prima non si potrebbe, affrontare la questione migratoria.
Ottimismo? Purtroppo mi torna in mente quello del 20 ottobre 2011.