“Nell’ultimo rifugio di Chris Stevens”: Giovanni Cerruti sulla Stampa

Pubblicato il 14 settembre 2012 12:16 | Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2012 12:16
Chris Stevens

Chris Stevens (Foto Lapresse)

BENGASI – Appartato, nascosto dai muri di cemento grigio, con i capitelli di marmo bianco ora anneriti dal fumo: è il consolato americano a Bengasi, in Libia. Il consolato in cui martedì 11 settembre è morto l’ambasciatore Chris Stevens.

Giovanni Cerruti racconta quel che resta del consolato dopo l’assalto da parte dei militanti libici.

In cima ai cinque gradini si cammina nei pezzi di vetro, nel fumo di qualcosa che ancora brucia, in un salone dove proprio ieri l’ambasciatore Stevens avrebbe dovuto ricevere per un caffè Guido De Sanctis, il console italiano, e ora restano cornici annerite senza più quadri. Sulla sinistra un’altra sala, sulla destra la cucina: sul tavolo spezzato in due e bruciacchiato un cesto di fiori secchi, una torta al cioccolato, la scorta di «Spaghetti Filitz», Made in Montenegro. Da un’altra stanza senza finestre arrivano vampate acri: s’intravede una ventola di plastica bruciata, dagli infissi si capisce che la porta era blindata. 

Chris Stevens era qui, a cercar riparo nella stanza più sicura. E da qui, dice Fathi, chi l’ha tirato fuori, chi l’ha portato al Bengasi Medical Center, manco sapeva che fosse l’ambasciatore. «Ma era già morto asfissiato, era già finito tutto, c’erano solo i ragazzi che facevano le foto con i telefonini». Altri, per la verità, finivano il lavoro: il saccheggio, la poltrona dove avrebbe preso il caffè con il console De Sanctis che galleggia nella piscina nel retro della villa, addosso a un ombrellone. Impensabile che l’ambasciatore abbia tentato di fuggire dal tetto, centrato e crollato in salone al primo colpo di mortaio.

Cerruti parla delle voci che si rincorrono sempre più insistenti dicendo che quella sera non c’era un corteo, ma una delegazione di islamici che volevano chiedere un incontro per protestare per il film «Innocence of Muslim».

Le foto sono sui giornali e su internet, i nomi sono quelli di chi è già stato arrestato. E nonostante la smentita della loro organizzazione, sarebbero nomi e facce riportano al gruppo «Ansar al Sharia», che mercoledì ha negato responsabilità e ha esultato per l’assalto al Consolato e la morte di Chris Stevens. Nomi e facce di miliziani feriti che avrebbero rifiutato le cure al Bengasi Medical Center, «lì ci arrestano». Meglio farsi portare ad Al Jala, l’Ospedale delle Emergenze che sta vicino all’aeroporto, fuori città. Lì hanno avuto medicazioni e da lì sono spariti. Per il Ministero degli Interni, «almeno quaranta».(…)