Mattia Feltri: “La mozione di sfiducia individuale, un rito inutile”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Luglio 2013 6:00 | Ultimo aggiornamento: 19 Luglio 2013 14:55
Mattia Feltri: “La mozione di sfiducia individuale, un rito inutile”

Filippo Mancuso, l’unico ministro sfiduciato in 65 anni di Repubblica (LaPresse)

ROMA – Anche quella contro Angelino Alfano, come quasi tutte le altre, non ha avuto altro effetto se non quello di incendiare il dibattito politico: si parla della mozione di sfiducia contro i singoli ministri. Una mossa che, come ha ricostruito Mattia Feltri su La Stampa, ripercorrendo 60 anni di vita parlamentare, ha più che altro lo scopo di piantare una bandiera nel campo nemico. “Tutta scena”, scrive il giornalista nel pezzo dal titolo “Il rito inutile (da prima repubblica) della sfiducia individuale”. L’unica volta che una sfiducia è andata a segno è stata contro il ministro della Giustizia Filippo Mancuso, nel 1995, governo Dini.

“quando lo splendidamente ampolloso ministro della Giustizia, Filippo Mancuso, si mise contro il presidente del Consiglio (Lamberto Dini) e quello della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro), oltre all’intero Pds, perché interpretava il diritto in forme non creative e si ostinava a spedire ispezioni alla santa procura di Milano. Andò a buon fine per un semplice ed eccezionale motivo: la mozione di sfiducia fu sottoscritta dalla maggioranza anziché dall’opposizione. Il povero Mancuso fu sfiduciato da 173 senatori (soltanto tre contrari) poiché il Polo delle Libertà abbandonò l’aula ed implicitamente la maggioranza”.

Mancuso a parte, in nessun altro caso la sfiducia ha disarcionato ministri:

“Il primo a subirla – solito record – fu Giulio Andreotti nel 1984. C’era il governo Craxi e il partito comunista promosse l’azione sui basi piuttosto alte quanto generiche, e a loro care da tempo e per molti anni ancora: la questione morale. Era impossibile, si diceva, presentare al mondo un governo che avesse per reggente degli Esteri un uomo implicato in tanti scandali, a cominciare da quelli legati a Michele Sindona. Eccola la classica bandierina. Il modo più semplice di marcare una differenza in modo indolore e con qualche sospetto di demagogia. Nell’occasione, raccontano i manuali, qualche astensione piovuta dai miglioristi, cioè l’ala destra del Pci (guidata da Giorgio Napolitano) contribuì al salvataggio di Andreotti”.

[…]”dopo Andreotti divenne quasi un passatempo. 1986: tocca al ministro della Pubblica Istruzione, Franca Falcucci, per le risse cumulative sull’ora di religione, la revisione dei programmi, le proteste degli insegnanti. 1989: è la volta del ministro della Sanità, Carlo Donat Cattin, colpevole di aver mandato ispettori alla clinica Mangiagalli sospettata di pratiche abortive illegali. 1990: ecco Antonio Gava, ministro dell’Interno messo sotto accusa per una serie di violenze (e omicidi) in campagna elettorale. E avanti così: Guido Carli (Tesoro, 1991) per l’intenzione di risanare i conti intaccando il welfare, Giovanni Prandini (Lavori pubblici, 1992) per una serie complicatissima di vicende, Giovanni Goria (Finanze, 1992) perché non aveva detto la verità, si sostenne, sull’interessamento a lui della magistratura: era l’alba di Mani pulite”.

Cambiato il sistema elettorale, aperta una nuova era nella politica italiana, non cambiò però il ricorso alla sfiducia individuale:

“Poi arrivò la Seconda repubblica, con il suo carico di isterico e fanciullesco approccio alla vita politica. Se la cacciata di Mancuso ebbe un’epica, tutte le sfiducie successive si sono risolte in balletti tristarelli. Indimenticabile è stata la mozione (2010) contro il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, imputato di favoreggiamento in crollo di muri pompeiani, crolli peraltro registrati con altrettanta abbondanza prima e dopo di Bondi. E invece è stata dimenticata, colpevolmente, la sfiducia chiesta da Lega e Udeur (cioè Clemente Mastella) per il ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, e quello della Giustizia, Giovanni Maria Flick, già allora accusati di trattativa, nella circostanza perché si conciliasse la fine della latitanza di Licio Gelli e la sua esigenza di non andare in prigione. Regolarmente si va alla Camera o al Senato per assistere a un giallo senza morto e senza colpevole, giusto per vedere se c’è una scena passabile. Ci siamo andati per Claudio Scajola, Pietro Lunardi, Saverio Romano e ci siamo andati anche durante il governo dei tecnici di Mario Monti per la sfiducia a Elsa Fornero (ministro della Disoccupazione, disse Alessandra Mussolini)”.

L’articolo di Feltri si conclude in modo inevitabilmente profetico sull’esito della sfiducia ad Alfano (è stato pubblicato la mattina del 19 luglio): “Ci si andrà anche oggi, se proprio c’è tempo da perdere”.