“Mirafiori lasciò il Duce sotto la pioggia”, Alessandro Barbero sul Sole 24 Ore

Pubblicato il 2 Marzo 2011 14:00 | Ultimo aggiornamento: 2 Marzo 2011 14:01

ROMA –  Piena epoca fascista, il Duce inaugurò il nuovo stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino. Ce lo racconta in un lungo articolo sul Sole 24 Ore Alessandro Barbero. Ci racconta la tensione e l’ostilità verso Benito Mussolini in quell’ambiente, lo stesso che non amava le grandi fabbriche.

“Il 15 maggio 1939, davanti a un’immensa folla operaia, Mussolini inaugurava a Torino il nuovo stabilimento della Fiat Mirafiori. Era la seconda grande fabbrica che Giovanni Agnelli creava nel capoluogo piemontese, dopo l’avveniristico stabilimento del Lingotto, aperto nel 1922. In quell’occasione, a celebrare i fasti della Fiat e sancire la sua alleanza con lo Stato era venuto il re, ma stavolta fu deciso che a inaugurare Mirafiori sarebbe venuto il Duce in persona: quello che a Torino, quando non c’erano troppe orecchie in ascolto, chiamavano in dialetto Monssù Cerutti («Ch’a lu fica ‘n cül a tüti», e forse non c’è bisogno di traduzione). Non era ovvio che Mussolini quel giorno venisse a Torino, anzi non era ovvio per niente che nell’Italia fascista fosse sorta una fabbrica come Mirafiori, capace di impiegare su due turni 22mila operai”, racconta.

Alla fine però andò il Duce, in quella nuova fabbrica, in un ambiente che non gli apparteneva. Il suo intervento, come racconta il Sole 24 ore si vide per esempio nell’introduzione della mensa.

Era da 11mila posti, perché «l’operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista». Mirafiori era come dichiarò lo stesso Duce, «la fabbrica perfetta del tempo fascista»; eppure Mussolini non era sicuro dell’accoglienza che avrebbe ricevuto. Era stato in visita ufficiale in Piemonte per la prima volta sedici anni prima, nel 1923, e prevedibilmente aveva esaltato tanto la tradizione militare piemontese (i «magnifici battaglioni») quanto «le mille ciminiere dei vostri stabilimenti», «questa vostra splendida città del lavoro».

Eppure non era stato accolto con favore. “Il silenzio con cui lo avevano accolto gli operai non l’aveva smontato più di tanto: «Se in dodici mesi sono riuscito a farmi ascoltare, l’anno prossimo mi applaudiranno», dichiarò andando via. Però in occasione della sua seconda visita, nel 1925, aveva sentito il bisogno di dichiarare: «Si dice che il Piemonte è freddo. Non è vero. Il Piemonte è serio. La differenza è sostanziale!», e, in tono ancor più rivelatore di una malcelata insicurezza, «Si è detto che il Piemonte non è fascista. Altro errore!». Dopodiché non si era più fatto vedere per ben sette anni: tornò soltanto in quelli che altrove in Italia erano davvero gli anni del consenso, nel ’32, nel ’34, e per la quinta volta appunto nel ’39. Tornava; ma i rapporti di polizia non erano incoraggianti”, racconta Barbero.