“Montalto, il paese sta con gli stupratori”. Alessandro Capponi per il Corriere della Sera

Pubblicato il 21 Ottobre 2009 13:17 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2009 13:17

Blitz quotidiano propone oggi come articolo del giorno il racconto di Alessandro Capponi per il Corriere della Sera, il quale analizza la situazione sociale e le reazioni degli abitanti di Montalo di Castro, nel viterbese, dove due anni e mezzo fa in una pineta otto ragazzini stuprarono una minorenne. Nel paese nessuno ne parla o ne ha parlato e quando si chiede in giro ai ragazzi cosa ne pensano di quel fatto la risposta è pressochè la stessa: “E’ colpa di lei…lei non è certo una seria”.

Alle undici del mattino i tre adolescenti giocano a biliardo allo Zanzibar, un bar sul corso del paese: Marco, Simone e Stefano hanno, a guardarli, qualche anno in meno di quegli otto che due anni e mezzo fa stuprarono una coetanea in una pineta, per tre ore; e infatti dicono che «li conosciamo eccome, Tevez, Buddha, anche gli altri, sono a posto, non hanno alcun bisogno di stuprare ragazze, non è vero niente, piuttosto lei, che quello stesso pomeriggio, prima della festa, era andata con un altro…». Comincia da qui – un bar con un biliardo e tre adolescenti lontani dalla scuola – il viaggio nel paese che difende gli aggressori e insulta la vittima: sarà lungo, ore e ore a parlare con la gente, e il risultato, alla fine, è quello. «Colpa di lei». Oppure: «Lei di certo non è una seria». O anche: «Ma se l’aveva già fatto con altri quattro…». Gli aneddoti, a Montalto di Castro, riguardano una ragazzina violentata. Alto Lazio, giornata così cristallina che in lontananza si vedono qua l’Argentario e là Capalbio, una meraviglia: e anche il paese è carino, con la sua piazza Padella, via dell’Ospizio, le sue trattorie, il corso, il castello, poche macchine. Tutto illuminato dal sole. Una meraviglia. E anche le persone sono cortesi, disponibili, gentili. I ragazzi – dai quindici ai venti, ventidue – si ritrovano al bar Oasi o al bar del Corso, il pomeriggio: sono lì a ridere e fare battute, fumare sigarette, indicare ragazze. Lì vanno anche Marco, Simone e Stefano: chiamano al telefonino uno degli otto aggressori – che per due anni e mezzo saranno «messi in prova» dal Tribunale dei minori, se la superano il reato è estinto – e spiegano che un giornalista vorrebbe parlargli. Quello, Alberto, dice una cosa sola: «Non voglio problemi, se gli avete dato il mio numero ditegli di cancellarlo». […]