“I nuovi occupati e i lavori rifiutati”: Oscar Giannino sul Messaggero

Pubblicato il 18 Aprile 2011 10:21 | Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2011 10:25

ROMA – Immigrati e occupazione: chi ha ragione tra il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che sostiene che “gli immigrati lavorano eccome, e questo dovrebbe far leggere diversamente le statistiche sulla disoccupazione”, e il ministro dell’Interno Roberto Maroni, secondo il quale “non tutti gli immigrati lavorano e dunque il problema esiste”. Se lo domanda Oscar Giannino in un articolo sul Messaggero.

Su un punto però  gli interrogativi non si pongono: sul fatto che “hanno torto i francesi, che stanno inscenando l’ennesima commedia da ex grande potenza fallita ai nostri confini di Ventimiglia, e ormai arrivano a bloccare i treni dall’Italia”.

Il giornalista economico ritiene che, cifre alla mano, la ragione spetti al ministro Maroni: “Se guardiamo al fenomeno nel suo complesso e nella sua prospettiva temporale, però, Tremonti non ha torto, e in più a scanso di equivoci ha chiarito sin dall’inizio di aver voluto difendere gli immigrati che lavorano, e di non pensarci nemmeno a sostenere la chiusura delle frontiere”.

In Italia, se si considerano i numeri, “dopo vent’anni di novità mondiali ai confini europei che ci hanno trasformato da base di partenza degli italiani a piattaforma di arrivo e di transito di immigrati, il ministro dell’Interno apparentemente ha ragione. Tra quel poco meno di 7% di stranieri sul totale della nostra popolazione, la disoccupazione rilevata è di 3-4 punti maggiore dell’8,6% che è il dato italiano. Dunque, non tutti lavorano. Si deve al fatto che anche per gli immigrati regolari la percentuale di tempo indeterminato nei rapporti di lavoro è più bassa che per gli italiani, dunque esiste una componente di disoccupazione frizionale più elevata che per noi (oltre al fatto che in alcuni settori più in crisi, come l’edilizia, la percentuale di occupati espulsi stranieri è stata più elevata). E’ ovvio che Maroni sottolinei questo aspetto perché rappresenta un’altra delle dimensioni di sicurezza sociale del fenomeno, al di là dell’emergenza e dello smistamento in Italia e in Europa di chi approda a Lampedusa”.

Su un altro punto di vista Maroni avrebbe ragione, secondo Giannino: “Se consideriamo gli effetti della crisi mondiale degli ultimi due anni e mezzo, l’aumento della disoccupazione in Italia è stato nell’ordine di 2 punti e mezzo. Per correttezza, bisognerebbe aggiungervi ormai una certa fetta — ampia — dei cassintegrati in deroga e straordinaria, che sono espressione di selezione darwiniana svolta dalla crisi nelle loro imprese, non di razionalizzazioni produttive in corso e al cui compiersi i cassintegrati verranno riassorbiti. Ecco, davvero la concorrenza dell’offerta di lavoro da parte dell’immigrazione vecchia e nuova può ‘mordere’ eccome questo 3,5% di disoccupati aggiuntivi”.

Se Maroni “ha dunque ragione nell’oggi e nel breve, Tremonti non ha però torto nel lungo periodo. Se consideriamo infatti che gli immigrati che lavorano regolarmente sono aumentati in soli tre anni del 40%, dal milione e mezzo del 2007 ai 2,2 milioni dell’anno scorso, questo non è solo l’effetto di regolarizzazioni come quella assunta per le badanti. La questione è che per la solidità dei conti intergenerazionali italiani, alla luce degli attuali tassi di fecondità del nostro Paese e cioè della restrizione progressiva di adulti italiani in età da lavoro, noi continueremo ad avere bisogno di questi 180-200 mila nuovi occupati stranieri aggiuntivi l’anno, nei prossimi due decenni a venire: abbiamo bisogno dei loro contributi sociali, per quanto basse siano le loro paghe, per sostenere l’Inps e pagare le pensioni a chi il diritto l’ha maturato”.