Renato Vallanzasca a Carlo Verdelli: Quel venerdì 13 e le mutande marca Sloggi

Pubblicato il 8 Febbraio 2015 11:55 | Ultimo aggiornamento: 2 Marzo 2015 9:59
Renato Vallanzasca a Carlo Verdelli: Quel venerdì 13 e le mutande marca Sloggi

Renato Vallanzasca dopo la condanna. Un furto di mutande gli ha precluso la libertà

MILANO – Renato Vallanzasca ha sessantaquattro, 65 il prossimo 4 maggio, di cui solo una ventina vissuti fuori da una prigione, infanzia compresa. Si trova detenuto nel carcere di Opera (Milano). Carlo Verdelli lo ha intervistato per Repubblica. Per colpa di un paio di mutande e qualche attrezzo da giardinaggio che non aveva pagato e che gli hanno trovato nella borsa all’uscita da un supermercato Esselunga (la stessa catena del primo colpo importante, nel 1972) oggi Renato Vallanzasca, un tempo noto come “il bandito della Comasina”, potrebbe essere libero. Invece è qui, nel parlatorio di Opera, a sfogarsi con Carlo Verdelli, che nota:

“Soltanto Raffaele Cutolo, il camorrista, ha passato più tempo di lui in prigione”.

Nella stanzetta per colloqui della casa di reclusione di Opera, c’è un

“freddo polare nonostante le finestre chiuse. Vallanzasca ha un giubbotto blu abbottonato fino al collo, mani lunghe e curate, capelli corti e radi, e uno Swatch nero con lancette arancioni”.

Spiega Renato Vallanzasca:

“Me l’ha portato la mia donna. Qui non si può tenere il Rolex, perché è di metallo. Sempre indossato Rolex, anche se il mio ciulava un minuto al giorno. Questo almeno non ruba”.

Renato Vallanzasca ripete:

“Qualcuno mi ha incastrato, ma non ho capito perché, mentre io in passato mi sono preso anche colpe non mie”.

A Opera, precisa Carlo Verdelli, Renato Vallanzasca

“occupa una cella singola. I suoi compagni di prigione si chiamano Bernardo Provenzano, ex capo della mafia; Mario Moretti, ex comandante delle Br; gli Schiavone, ex signori di Gomorra; fino a Fabrizio Corona, ex ragazzo spericolato”.

Renato Vallanzasca “sposta gli occhi azzurri opaco verso chissà dove” come riferisce Carlo Verdelli, e dice, :

“Dei soldi non me ne è mai fregato niente. Un baita in montagna, una bella donna, champagne. Sembra poco?”.

Pochissimo, concorda Carlo Verdelli,

“rispetto ai 41 anni di carcere che le sta costando il sogno”.

Renato Vallanzasca si addentra nella analisi della sua fedina penale, “sterminata” e precisa:

“Quarantacinque. Io sono nato in matricola, come si dice tra gente di galera. A parte il minorile, che comunque sempre gabbio è, magari si sono dimenticati i due anni per una rapina a Lambrate nel 1969, o era il 1970, boh. Sì, sto un po’ perdendo la memoria. Lei dov’era l’11 settembre? O quando abbiamo vinto il Mondiale del 1982? Ogni persona sa perfettamente cosa faceva in giorni così. Io no, forse ero in qualche braccetto speciale. I carceri non sono tutti uguali ma rendono tutto uguale”.

Argomento bruciante il furto in un supermercato, per cui è stato rispedito dentro cambiando a Renato vallanzasca “il pezzo di vita che restava davanti”:

“Qualcuno mi ha incastrato. Sul processo, lasciamo perdere: tutto quello che ho chiesto, dalle impronte sulla merce al confronto con chi mi accusava, mi è stato negato. Nei mille tribunali dove sono stato, mi sono preso anche responsabilità non mie. Quali? Acqua passata. Ma stavolta, dai”.

Stavolta, conviene Carlo Verdelli,

“è obiettivamente diversa da tutte le altre. Oggi, o domani, sarebbe potuto essere il primo giorno di libertà di Vallanzasca Renato. La domanda di scarcerazione era pronta, il cancello della prigione semiaperto.
“L’ex bandito Vallanzasca sta dentro da un secolo, sono passati vent’anni dall’ultima evasione, gli hanno pure rubato la bicicletta quando era in permesso. Lavorava per un centro per orti e giardini, una cooperativa che riunisce persone con varie disabilità e detenuti in via di reinserimento. Tra loro, per un anno, c’è stato anche il signor Renato, regolare contratto tra gli 800 e i 1100 euro al mese e pranzo gratis.
Non fosse stato per due paia di mutande marca Sloggi, che lui assicura non metterebbe mai perché indossa solo boxer Versace, più altra minutaglia da giardinaggio, per un totale di 65,97 euro; non fosse stato per un giudice molto puntiglioso, che gli ha rifilato10 mesi per tentata rapina (2 in più di quelli richiesti dall’accusa); non fosse stato per le conseguenze (revoca della semilibertà e stop a ogni beneficio per almeno 3 anni), Renato Vallanzasca sperimenterebbe un’ebbrezza dimenticata: rivivere fuori. Non succederà, e moltissimi, non solo i parenti delle vittime che ha fatto, saranno sollevati.

“Il regno del balordo che prese Milano per la coda e con la sua banda la fece girare fu brevissimo: neanche sette mesi, il tempo di gestazione di un orso. Una settantina di rapine, 6 omicidi (tra cui 4 poliziotti, tutti in scontri a fuoco stile western), 4 sequestri di persona, più una guerra vinta col clan Turatello. Il tutto tra il 28 luglio 1976, prima fuga di Vallanzasca da un penitenziario, e il 15 febbraio 1977, arresto definitivo a Roma. Seguiranno tre evasioni in stile col personaggio, macabri regolamenti di conti dentro le mura, persino uno smargiasso matrimonio a Rebibbia come fosse Broccolino.
Ma il più, a inizio 1977, è già alle spalle”.

La vita, osserva Carlo Verdelli, inclusa quella di Renato Vallanzasca,

“è fatta di coincidenze. Il primo arresto importante, nel 1972, fu per una rapina a una Esselunga, in viale Monte Rosa a Milano. Aveva 22 anni, e fu il vero inizio del suo romanzo criminale. L’ultima condanna, nel novembre scorso, è per lo stesso reato e sempre in una Esselunga di Milano, viale Umbria: neanche un anno di punizione supplementare, che però basta a catapultare l’ombra ingrigita di Vallanzasca alla casella di partenza”.

Il racconto arriva a venerdì 13 giugno 2014, 7 di sera:

“Il signor Renato stacca dal lavoro nella cooperativa dei fiori e va a fare spesa in un supermarket da 17 casse; mette nel cestello una fetta d’anguria, insalata, mortadella e una busta di salmone, paga gli acquisti, fa per uscire quando un vigilante che l’ha tenuto d’occhio dalla “travespia”, un corridoio sopraelevato da cui si sorvegliano i vari comparti (numero 1, giardinaggio; numero 5, intimo), lo ferma e gli chiede di aprire il borsone nero che ha con sé. Dentro, una mesta refurtiva: le Sloggi, una forbice rasa erba, un flacone di fertilizzante.
Il signor Renato dice che qualcuno gli ha infilato dentro quella roba per incastrarlo e che comunque è pronto a saldare, e poi è meglio per tutti chiuderla lì per evitare casini. Il vigilante, Emmanuele Mento, esclude di aver visto qualcuno infilare alcunché nel borsone. Documenti, prego: “Vallanzasca”. Arrivano i carabinieri, al comando del maresciallo Milo Fidelibus, e finisce il resto.
Al processo per direttissima, il giudice Ilaria Simi decide che l’imputato ha mentito e in più ha minacciato il vigilante, quindi lo punisce. Ma Vallanzasca le ha rubate o no le mutande e il resto della paccottiglia da giardiniere fai da te? Il bottino fa pensare a un omaggio ai colleghi della cooperativa, un “ghe pensi mi” da trapassata grandeur. O magari una malevola manina voleva davvero vendicarsi per qualcosa. Chissà”.

Fine del colloquio:

“Qualcuno bussa alla porta della cella frigorifera che ospita il colloquio. Vallanzasca dice sarcastico: «Mi reclamano. Sa, ho un’agenda fittissima». Lo aspetta una cella singola. «Se sogno di notte? Sempre cosette a sfondo sessuale. Saranno tutti i porno che girano in galera ». Sorriso sotto i baffi. Mai visto in una foto senza baffi. «Solo una volta li ho tagliati, quando sono scappato dall’oblò di una nave a Genova. Di solito uno se li mette finti per non farsi riconoscere. Io, il contrario»”.