“Era meglio Nando Martellini”: Aldo Grasso per il Corriere della Sera

Pubblicato il 28 giugno 2012 17:55 | Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2012 18:14

Nando Martellini

ROMA – Blitz quotidiano vi propone oggi come articolo del giorno quello di Aldo Grasso per il Corriere della Sera dal titolo “Quelle telecronache orfane di Martellini”.

In questi giorni si sta giocando l’Europeo di calcio in Polonia ed Ucraina e su molti giornali si parla del ruolo e delle reali capacità dei commentatori che seguono le partite. Ecco il testo dell’articolo di Aldo Grasso.

Si è molto parlato in questi giorni delle tre epiche sfide tra Italia e Germania: Messico 1970, Spagna 1982 e Germania 2006. Così La7 ha pensato di proporre un’ampia sintesi degli incontri, pescando dalla cineteca Rai.

Incredibile, in poco più di trent’anni, cos’è stata l’evoluzione del gioco, ma non si riflette mai abbastanza sull’evoluzione delle telecronache (martedì, ore 21.10). All’Azteca c’era Nando Martellini: vocazione istituzionale, resoconto notarile e predisposizione storica (derivante dalla radio) alla descrizione tautologica (Rivera passa la palla a Riva, Riva tira in porta, Rosato entra su Muller…). Qualche timida metafora («palla a candela») e molto tifo, neanche troppo mascherato («era fallo per noi ma l’arbitro non l’ha visto»).

A Madrid c’era ancora Martellini: il gioco stava evolvendo, non la sua telecronaca. Martellini (nessuno gliene fa una colpa) non si è mai posto problemi di narrativa e di ritmo: allora la tradizione era quella e non si sgarrava. La partita era di per sé così esaltante che bastava pronunciare i nomi dei giocatori. Resta invece memorabile il suggello finale: «Palla al centro per Muller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, evviva è finita! Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!».

A Berlino c’era Marco Civoli. Stessa impostazione di Martellini ma con minore personalità e con un limitato bagaglio lessicale pur perseguendo lo stesso obiettivo: prendere per mano lo spettatore e suggerirgli l’interpretazione di quanto vede. Ma in Germania c’erano anche Fabio Caressa e Beppe Bergomi e si potevano fare confronti.

Caressa inventa il racconto «tecnico», come se la telecronaca si emancipasse dal ritmo della partita per imporne uno suo. La Rai si è fermata a Pizzul e da allora è stata incapace di crescere, di capire l’evoluzione dei linguaggi, di guardare al futuro. 
Oggi la Rai ci fa rimpiangere Nicolò Carosio.