Beppe Grillo, “polizia non proteggere politici”: procura valuta se indagarlo

di redazione Blitz
Pubblicato il 7 febbraio 2014 8:20 | Ultimo aggiornamento: 7 febbraio 2014 13:53
Beppe Grillo

Beppe Grillo

GENOVA – “Polizia, carabinieri: non proteggete più i politici italiani”. Erano i giorni delle proteste dei Forconi, a dicembre, quando l’Italia era paralizzata da blocchi e proteste, e Beppe Grillo scriveva questo sul suo blog. Ora però la procura di Genova sta valutando se indagarlo per “Istigazione di militari a disobbedire alle leggi”, articolo 266 del Codice penale.

“Beppe Grillo non è indagato, sono arrivati atti da varie procure, li stiamo valutando per capire se aprire una indagine o meno, stiamo valutando le carte. Sono arrivati numerosi atti da diverse procure dove risulta già indagato”.

Lo ha detto il procuratore capo di Genova Michele Di Lecce parlando delle voci sull’iscrizione nel registro degli indagati del leader del Movimento 5 Stelle.

 

Ecco un passaggio del post di Beppe Grillo scritto nel dicembre scorso:

“Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare. Le forze dell’ordine non meritano un ruolo così degradante. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro. Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà. In alto i cuori”.

L’attività della procura di Genova è incentrata non solo sulla lettera aperta alle forze dell’ordine ma anche su una serie più ampia di affermazioni che, secondo quanto appreso, non sarebbero esclusivamente state riportate nel blog. La procura conferma che una volta ricevuto il fascicolo da Roma il reato ipotizzato, ancora contro ignoti, è il 266 del codice di procedura penale, ovvero l’istigazione di militari a disobbedire alle leggi che prevede una reclusione da due a cinque anni se il fatto è commesso pubblicamente. I documenti arrivati sono stati accorpati in un unico fascicolo, su cui stanno lavorando i magistrati Nicola Piacente, Federico Manotti e Silvio Franz.