Lodo Mondadori: storia della “Guerra di Segrate” fra Berlusconi e De Benedetti

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 settembre 2013 17:31 | Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2013 17:52
Lodo Mondadori: storia della “Guerra di Segrate” fra Berlusconi e De Benedetti

Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti in una foto degli anni 80

MILANO, 17 SET – La “Guerra di Segrate” fra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti era iniziata nel 1989 ed è finita oggi, martedì 17 settembre, con una sentenza della Corte di Cassazione sul Lodo Mondadori.

Per “Guerra di Segrate” si intende lo scontro, avvenuto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, tra due holding: la Fininvest di Berlusconi e la Cir di De Benedetti, che volevano entrambi assicurarsi il controllo della Mondadori, uno dei maggiori gruppi editoriali italiani, soprattutto dopo che nel 1989 aveva acquistato l’Editoriale L’Espresso e il controllo di Repubblica, di una catena di quotidiani locali e di importanti settimanali come Panorama, L’Espresso, Epoca.

Il lodo arbitrale sul contratto Cir-Formenton è del 20 giugno 1990. La decisione fu presa dai tre arbitri, Carlo Maria Pratis (Presidente), Natalino Irti (per Cir) e Pietro Rescigno (per la famiglia Formenton), incaricati di dirimere la controversia tra De Benedetti e Formenton per la vendita alla Cir della quota di controllo della Mondadori, promessa a De Benedetti e poi venduta all’asse Silvio Berlusconi/Leonardo Mondadori.

Il lodo era favorevole alla Cir e dava a De Benedetti il controllo del 50,3% del capitale ordinario Mondadori e del 79% delle privilegiate. Berlusconi perse la presidenza, da poco conquistata, e al suo posto si insediò il commercialista Giacinto Spizzico, uno dei quattro consiglieri espressi dal Tribunale come gestore delle azioni contestate.

Nel luglio del ’90 la famiglia Formenton fece ricorso. Il 24 gennaio 1991, la Corte d’Appello di Roma, presieduta da Arnaldo Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni Paolini, dichiarò che, dato che una parte dei patti dell’accordo del 1988 tra i Formenton e la Cir era in contrasto con la disciplina delle società per azioni, era da considerarsi nullo l’intero accordo e, quindi, anche il lodo arbitrale. La Mondadori sembrò così tornare nelle mani di Berlusconi.

Dopo alterne vicende di carattere legale e dopo l’approvazione della legge Mammì, nell’aprile 1991, con la mediazione di Giuseppe Ciarrapico, Fininvest e Cir-De Benedetti raggiunsero un accordo: la transazione in sostanza attribuì la casa editrice Mondadori, Panorama ed Epoca alla Fininvest di Berlusconi, che ricevette anche 365 miliardi di conguaglio, mentre il quotidiano La Repubblica, il settimanale l’Espresso e alcune testate locali a Cir-De Benedetti.

Questa transazione è al centro del risarcimento chiesto in sede civile (complessivamente un miliardo) dalla holding della famiglia De Benedetti alla luce della sentenza penale con cui nel 2007 il giudice Vittorio Metta, l’avvocato di Fininvest Cesare Previti e gli altri due legali Giovanni Acampora e Attilio Pacifico sono stati condannati definitivamente per corruzione in atti giudiziari.

La Cassazione sei anni fa aveva confermato l’ipotesi delle indagini avviate dalla Procura di Milano: la sentenza del 1991 della Corte d’Appello di Roma sfavorevole a De Benedetti fu in realtà comprata corrompendo il giudice estensore Metta con 400 milioni di lire provenienti da Fininvest. Tesi quest’ultima contestata dalla società di Berlusconi secondo la quale dei tre giudici che annullarono il Lodo Mondadori nel 1991 due ”avevano condiviso” la sentenza di annullamento ”in piena autonomia”.

In primo grado il giudice civile Raimondo Mesiano, il 3 ottobre 2009, aveva condannato Fininvest a versare alla controparte quasi 750 milioni di euro per danni patrimoniali ”da perdita di chance” per un ”giudizio imparziale”. Il 9 luglio 2011 la conferma della condanna da parte della Corte d’Appello di Milano che aveva però ridotto l’entità del risarcimento a 564,2 milioni di euro. Oggi la Suprema Corte ha confermato la condanna di due anni fa con ancora un lieve ritocco al risarcimento: circa 23 milioni in meno.