22 gennaio 2015. Draghi compra titoli di Stato: a chi il rischio Italia?

Pubblicato il 13 Gennaio 2015 11:54 | Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio 2015 11:54
22 gennaio 2015. Draghi compra titoli di Stato: a chi il rischio Italia?

Mario Draghi. Per lui e per noi il 22 gennaio può essere un giorno decisivo

ROMA – La data del 22 gennaio e le decisioni che Mario Draghi dovrà prendere sono per l’Italia una scadenza forse ancor più decisiva della elezione del Presidente della Repubblica. Il 22 gennaio Mario Draghi, presidente della Bce, la Banca centrale europea, dovrà scegliere con quale sistema comprare titoli di Stato. Dalla sua scelta dipenderà molto del futuro dell’Europa, dell’Euro e anche molto dell’Italia:

“Ciò che verrà votato fra dieci giorni alla Grossmarkthalle può decidere della natura dell’unione monetaria, delle istituzioni europee e l’avvenire del debito pubblico italiano”.

Federico Fubini descrive su Repubblica i dubbi e i tormenti di Mario Draghi. L’articolo è chiaro e ha il vantaggio di essere basato su una conversazione dello stesso Fubini con Draghi, cosa che non dice apertamente ma fa capire descrivendo la vista dall’ufficio del presidente al 40 piano del grattacielo di Francoforte, in Germania, che ospita la Banca centrale europea.

L’articolo è un semplice, chiaro, illuminante schema del ragionamento di Draghi e del suo amletico dubbio. Manca solo la conclusione, che forse Draghi non ha ancora raggiunto e che comunque non farebbe certo conoscere in anticipo.

La scelta di Draghi, avverte Federico Fubini, “può segnare la sua carriera, il futuro dell’euro e quello del suo stesso Paese di origine” e riguarda gli acquisti di titoli di Stato per 500 miliardi di euro che la Bce si prepara a varare il 22 gennaio:

“Il dubbio non riguarda l’opportunità di farlo, […ma il] bivio fra strade opposte per arrivare quegli interventi […] :

1. intervenire in base alle regole di una banca centrale normale e mettere sul bilancio della Bce, man mano che compra, il rischio rappresentato da centinaia di miliardi di titoli di Stato di Paesi europei. Ciò significa che se (per ipotesi) la Finlandia, l’Italia o la Francia in futuro finissero insolventi, la Bce distribuirebbe le perdite pro-quota alle banche centrali nazionali sue azioniste, che a loro volta le passerebbero ai relativi governi. La Bundesbank ha il 30% delle quote di tutte le banche centrali nazionali nella Bce, dunque ai tedeschi spetterebbe il 30% delle perdite per un eventuale default di Italia, Francia o Finlandia. [Questa è la soluzione preferita da Germania e Olanda].

2. seguire la strada già sperimentata dalla Bce nel 2010, quando acquistò dosi ridotte di bond privati. In questo caso la banca centrale compra titoli pubblici di tutti i Paesi, anche i più fragili come Italia o Portogallo. Poi però scarica il rischio sulle banche centrali (e alla fine sui contribuenti) per i titoli dei rispettivi Stati. Se l’Italia facesse default le perdite spetterebbero solo alla Banca d’Italia, e così via.

Se il 22 gennaio Draghi proporrà al consiglio direttivo della Bce la seconda strada (rischio segregato dentro ciascun Paese), [Germania e Olanda[ non si opporrebbero e offrirebbero persino un compromesso perché la Bce continui a comprare titoli anche dopo i primi 500 miliardi.

Draghi ha i voti in consiglio per mettere [Germania e Olanda] in minoranza e prendere la prima strada. A quel punto però la Germania, primo azionista della Bce al 30% e Paese egemone, finirebbe per subire l’ennesima decisione fondamentale della Bce contro la sua volontà. Il ministero delle Finanze di Berlino e quasi tutta l’opinione pubblica pensano (a torto) che quegli acquisti siano illegali, una truffa ai danni dei tedeschi. Contro Draghi si scatenerebbe una campagna violentissima e un nuovo ricorso alla Corte costituzionale di Karlsruhe: un costo personale elevato per lui e una minaccia per la tenuta dell’istituzione che guida.

L’area euro è ai limiti dello stress istituzionale.. Per questo Draghi studia anche l’opzione di scaricare il rischio dei titoli sui singoli Paesi, ognuno per sé. Anche qui però non mancherebbero gli effetti collaterali. Questa scelta segnalerebbe al mercato che la Bce per prima teme che esista davvero un rischio di insolvenza di alcuni Paesi, con l’Italia evidentemente in testa per il suo alto debito e la bassa crescita. Quando la Grecia fece default, la Bce e i governi dichiararono solennemente che il suo caso sarebbe rimasto «unico», ma ora quell’impegno verrebbe implicitamente contraddetto e ritirato.

Gli investitori potrebbero tenerne conto e chiedere tassi più alti per comprare titoli di Roma, a maggior ragione perché ora sanno che sarebbe il Tesoro a dover ricapitalizzare la Banca d’Italia in caso di insolvenza: non c’è alcuna rete esterna. Non solo. Se scegliesse la seconda strada, Draghi potrebbe anche dare l’impressione di rinunciare al suo « whatever it takes » del 2012, la celebre promessa di fare «qualunque cosa serva», anche le mosse più radicali, che allora salvò l’euro e l’Italia dal fallimento. Alcuni leggerebbero in quella scelta un messaggio di fondo: l’unica istituzione davvero unitaria d’Europa, l’ultima in grado di lavorare per il bene comune dell’area, non è più tale fino in fondo perché frammenta e segrega i rischi nei singoli Paesi. Ad alcuni l’euro inizierebbe a sembrare non una moneta unica, ma un sistema di cambi fissi in attesa di disgregazione”.