Achille Occhetto: “25 anni dopo la Bolognina ho brindato alla rottamazione renziana”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 novembre 2014 12:20 | Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2014 12:20
Achille Occhetto: "25 anni dopo la Bolognina ho brindato alla rottamazione renziana"

Achille Occhetto (LaPresse)

ROMA – Il quarto di secolo della svolta, la sua Bolognina, Achille Occhetto lo celebra andando in giro a presentare il suo ultimo libro, ”La gioiosa macchina da guerra”, una puntuta e ironica controreplica a quanti ancora citano quell’espressione come sinonimo di sconfitta storica.

E nel suo ampio salotto stracolmo di libri e di foto del suo passato politico, fa un bilancio di questo quarto di secolo con un occhio al presente.

L’intervista al Messaggero di Roma a cura di Nino Bertoloni Meli:

Onorevole Occhetto, 25 anni vissuti pericolosamente, tristemente, avventurosamente?
«Orgogliosamente, direi. Orgoglioso di avere capito che dopo il Muro nulla poteva essere più come prima, ”la campana del nuovo inizio suona per tutti”, dissi allora; e orgoglioso per essere riuscito, nel cimitero dei partiti comunisti europei, a portare al governo il Pci italiano. Ma anche tristemente, perché devo confessare che quel che è accaduto dopo la svolta non è andato nella direzione da me sperata».

E che cosa avrebbe voluto si realizzasse, alla Bolognina?
«Io puntavo a uscire dal comunismo, ma da sinistra. Volevo una forza riformista vera, tipo l’Ulivo, non a caso mai battuto da Berlusconi ma solo da complotti interni, vedi l’ultimo, il più clamoroso, i 101 dell’elezione al Quirinale. I miei successori hanno tolto la ”P” di partito, quelli venuti ancora dopo l’hanno rimessa ma hanno espunto la ”S” che vuol dire sinistra, ritengo ce ne sia ancora bisogno. Hanno vinto i moderati».

Il Pd di Renzi lo vede in continuità, in rottura, o che altro?
«Non ho aderito al Pd perché lo considerai all’epoca una fusione fredda tra apparati invece che una contaminazione feconda tra i vari riformismi. Per Renzi questo non lo direi, piuttosto parlerei nel suo caso di fusione calda, che si fonda sul leaderismo, sulla continua rincorsa della vittoria del leader. Renzi ha inventato la bolla politica: superare l’ostacolo del momento ponendo ancora più su l’asticella».

Non è che dice così perché si sente collocato nella «vecchia guardia»?
«Della rottamazione renziana sono stato entusiasta, ho brindato. Ma visto come è proseguita, ne vedo anche i limiti: quando si vuole cambiare, bisogna dire su che cosa si è sbagliato e non sparare nel mucchio di un’intera generazione. E poi lui, Renzi, non ha mai dichiarato alcuna continuità, non si capisce dove siano le radici di questo Pd, anche se alcuni capisaldi del Pd attuale nascono con la svolta: l’abbandono del proporzionale; ingresso nel campo socialista; fine del centralismo democratico per un partito aperto senza più segretari a vita; unione dei vari riformismi. A meno che non si faccia quell’operazione da film per cui sembra che il Pci sia morto con Berlinguer, poi il vuoto assoluto, e infine, oplà, salta fuori il Pd renziano».

Alcuni suoi detrattori sostengono che «tutto il male a sinistra cominciò con Occhetto e la sua svolta…».
«Ma lasciamo perdere, per carità. Secondo alcuni io sono, diabolicamente, l’unico che ha fatto crollare il comunismo e non ha voluto dar vita a un partito socialista o socialdemocratico, dimenticando che sono stato io a portare il Pds nell’Internazionale socialista, ora ci è arrivato pure Renzi. Ma ora. Più che un fatto politico, mi pare una cosa da psicanalisi collettiva».