Aventino: secessione disarmata che fa vincere i prepotenti e perdere le vittime

Pubblicato il 14 Febbraio 2015 12:18 | Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio 2015 12:20
Aventino: secessione disarmata che fa vincere i prepotenti e perdere le vittime

Matteo Renzi con Maria Elenca Boschi: incursione all’alba alla Camera

ROMA – Cosa vuole dire Aventino di cui si torna a parlare nella politica in Italia?

Ci sono due precedenti storici, quello della secessione dei plebei dell’antica Roma e quello della sinistra che abbandonò la Camera al predominio di Mussolini.

Il primo caso risale a 2.500 anni fa e da lì prese il nome. I plebei, i poveri di Roma, affluiti nei secoli a cercare pane e lavoro (e poi anche i giochi) nella nuova città sempre più ricca e potente, vivevano affamati e sfruttati dai patrizi, i nobili, i ricchi, discendenti dalle famiglie di stirpe latina che anticamente avevano occupato il territorio dei sette colli, il cuore dell’antica Roma, prima ancora che fosse città, cui si aggiunsero altri nobili, di stirpe etrusca e sabina

I plebei protestarono ma senza effetto, si ribellarono e decisero di andarsene, ritirandosi sull’Aventino, un colle fuori dalla cerchia dei sette (septimontium), da tempo immemorabile abitato da una razza inferiore, i liguri, antichi occupanti del suolo italico. Oggi elegante quartiere di Roma dominato dal castello dei Cavalieri di Malta, allora un posto di miseria.

I plebei rimasero sull’Aventino per un po’ ma, essendo privi di capacità organizzative e doti di comando, si accorsero che stavano peggio di prima. Fu così che Menenio Agrippa, un nobile buon mediatore, li convinse a rientrare nei ranghi con una famosa parabola:

Agrippa spiegò l’ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, se collaborano insieme sopravvivono, se discordano tra loro periscono. E che, effettivamente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo. Ma ribatté che, dove lo stomaco non ricevesse cibo, non lavorerebbe e non lavorando tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento. La situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni”.

Il caso di Aventino più recente è del 1924: fu solo virtuale, perché nessuno andò materialmente a occupare il colle, ma per l’Italia non finì bene. Come sintetizza la Enciclopedia Treccani, Aventino fu chiamata

“la secessione dei parlamentari dell’opposizione al governo fascista che, il 27 giugno 1924, subito dopo il delitto Matteotti, guidati da G. Amendola decisero di non partecipare più ai lavori del parlamento finché un nuovo governo non avesse ristabilito le libertà democratiche. La manifestazione di protesta, che ebbe carattere solo morale essendo state bocciate proposte comuniste di azione diretta e di appello alle masse, non ebbe successo: il re confermò la fiducia aMussolini e al fascismo e nel novembre 1926 i deputati dell’Aventino furono dichiarati decaduti dal loro mandato”.

Matteo Renzi non è ancora arrivato a tanto, ma il suo atteggiamento sprezzante di venerdì 13 mattina ricorda Mussolini quando, quasi un secolo fa promise di fare di “questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”. Ora non ci sono fez e manganelli ma il madonnesco sorriso di Maria Elena Boschi. Eppure non fa prevedere nulla di buono, anche se non c’è più un re pavido come Vittorio Emanuele III ma un presidente della Repubblica affidabile come Sergio Maattarella.