Berlusconi, Tremonti, Monti colpevoli della recessione, da Brunetta le prove

Pubblicato il 14 Marzo 2015 14:41 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2015 14:41
Berlusconi, Tremonti, Monti: i colpevoli della recessione, da Brunetta le prove

Renato Brunetta. Ecco le prove che la crisi fu iniziata da Berlusconi

ROMA – La supina adesione al Fiscal compact è nata con Berlusconi (e Tremonti), è proseguita con Mario Monti e ne pagheremo le conseguenze per i prossimi vent’anni. Negli anni positivi per l’economia il peso sarà meno massacrante, ma in quelli di ciclo negativo, inevitabili sull’arco di quattro lustri, sarà la ripetizione del film horror che abbiamo vissuto negli ultimi tempi.
Questo spiega perché Berlusconi, che dell’Imu ha fatto una bandiera che ci ha quasi portato alla rovina finale, si è sempre be guardato da alzare la voce sulla madre di tutte le Imu, il Fiscal compact. Per chi non ha memoria sufficiente, si ricorda che Fiscal Compact vuole dire 50 miliardi di euro di debito pubblico in meno ogni anno per 20 anni. Se le entrate del Fisco non aumentano, come è stato durante la recessione, resta solo l’alternativa dell’inasprimento fiscale. Se poi questo avviene nel modo insensato seguito dal duo Mario Monti – Attilio Befera, la sciagura è nelle cicatrici che portiamo sulla pelle.
Come si sia potuti arrivare a questo disastro e per mano di chi lo ricostruisce Marco Palombi sul Fatto, ricordando come Berlusconi e i suoi economisti, Renato Brunetta in testa, dimentichino o fingano di dimenticare

“il loro ruolo nella distruzione dell’economia italiana. Non solo, cosa che pure ha un peso, perché sostennero il governo di Mario Monti fino al novembre 2012 (un anno intero dunque), ma proprio perché l’austerità con relativa caduta del Pil, esplosione della disoccupazione e aumento dell’esclusione sociale l’hanno proprio voluta loro: il governo Berlusconi, infatti, prima ha approvato il patto Europlus (marzo 2011), poi pure il Six Pack (settembre 2011) e pure proposto alle Camere l’illeggibile nuovo articolo 81 della Costituzione , quello sul pareggio di bilancio (quasi) obbligatorio. Il Fiscal compact è solo il figlio di queste scelte”.
Per aiutare la memoria di chi applica l’oblio al passato recentissmo, Marco Palombi ha recuperato una nota di Renato Brunetta
“durante la campagna per le Politiche 2013, che gentilmente ci fornisce anche le cifre dello scempio perpetrato dalla destra berlusconiana: “Ricordiamo che nel 2013 l’Italia raggiungerà il pareggio di bilancio grazie all’opera di consolidamento dei conti pubblici svolta per l’80% dal governo Berlusconi e solo per il 20% dal governo tecnico. Dal 2008 al 2011, infatti, il primo ha varato 4 manovre aventi effetto cumulato, fino al 2014, di 265 miliardi di euro. Mentre il decreto ‘Salva-Italia’ del governo Monti avrà un impatto complessivo sulle finanze pubbliche, nel triennio 2012-2014, di 63 miliardi. I dati sono della Banca d’Italia”.
Non solo: “Se oggi l’Italia si pone come il paese più avanzato in Europa dal punto di vista del controllo dei bilanci è perché già col governo Berlusconi aveva approvato il Six Pack e la riforma dell’articolo 81 della Carta”. Solo questo “ha poi reso possibile, durante il governo tecnico, l’approvazione della relativa riforma costituzionale e del Fiscal Compact””.

Che una disciplina di bilancio fosse inevitabile gli addetti alle segrete cose lo sapevano dai tempi dell’euro, in cui l’Italia riuscì a entrare con i magheggi combinati con le grandi banche americane il cui redde rationem è purtroppo arrivato all’inizio della presente pluriennale recessione.
Dei governanti seri e capaci avrebbero dovuto però
1. conoscere le previsioni del ciclo economico
2. puntare i piedi, rimandando nel tempo l’avvio della ristrutturazione.
Avevano tutti le loro buone ragioni per chinare la testa e lasciarci nei guai:
Berlusconi era travolto dai fumi del bunga bunga e non aveva la forza di fare il suo dovere di capo del Governo e dell’Italia
Tremonti era travolto dal desiderio di subentrare a Berlusconi e sapeva che mettersi di traverso con i tedeschi significava la fine delle sue chances
Monti era sopraffatto dalla vanità e accecato dal riflesso della propria immagine e anche sperava che stando nelle grazie dei tedeschi incarichi di grande prestigio europeo avrebbero fatto seguito alla sua, per nostra fortuna breve, stagione a Palazzo Chigi.