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I call center del Comune di Roma: storie di ordinaria follia. Disfunzione capitale

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Un camion dell’Ama (foto Ansa)

ROMA – I call center delle aziende comunali di Roma. Storia di un’ordinaria follia quotidiana da un luogo diventato “laboratorio” su come (non) amministrare una metropoli da quasi tre milioni di abitanti, almeno quattro se contiamo quelli che vengono a Roma solo per lavoro.

Storia di una disfunzione capitale. La lotta di un cittadino che vive in un quartiere come un altro e che cerca di farsi ascoltare dai call center comunali, o da chi comunque dovrebbe raccogliere e smistare segnalazioni, trovando davanti a sé quotidianamente un muro di gomma impossibile da scalfire.

Ogni volta che piove, l’illuminazione pubblica salta. “I cavi sono vecchi e di piombo”, mi dice l’addetto dell’Acea, l’azienda comunale di illuminazione pubblica. Ogni volta che salta, gli operai vengono dopo qualche giorno. Questa volta però, dopo tre settimane non si vede nessuno. Buio pesto che fa paura.

Qui come in praticamente tutte le aziende comunali c’è il call center, anzi provo prima l’app che però non funziona. C’è scritto “segnala un guasto e monitora la riparazione” ma niente. Il sito si blocca e non si riesce ad andare avanti. A questo punto chiamo il numero verde e dopo mezz’ora di attesa mi rispondono: “E’ possibile aspettare tutto questo tempo? Le sembra normale? Possibile che mezza Roma abbia i lampioni guasti?” chiedo io. La risposta dell’operatore è questa: “Certo, se tutti perdono tempo come lei, i secondi passano.. Sui lampioni guasti le dico di sì, è vero, mezza Roma è al buio”.

Noto una certa ironia. In questo modo, fino a qualche tempo fa, non mi avrebbero mai risposto. Alla fine mi dice che sono state fatte decine di segnalazioni. Segnalazioni che hanno lasciato metà quartiere ancora al buio.

L’ultima volta che ha piovuto forte, i tombini non hanno raccolto una goccia d’acqua. Colpa delle foglie e dei rifiuti abbandonati sul’asfalto da mesi. Negli anni passati, almeno una volta a settimana veniva un addetto dell’Ama che con un potente getto di aria mandava al centro della strada il tutto che poi veniva aspirato. Ora non viene nessuno.

Vicino casa c’è una strada principale che collega il quartiere con un altro. Solo lì vedo passare la spazzatrice. E’ una via senza auto in sosta: gli operatori hanno gioco facile. Non serve neanche scendere per rimuovere i rifiuti. La macchina spazzatrice passa diverse volte e fa avanti e indietro come a voler perdere tempo.

Verrebbe da ridere se non fosse tutto vero. A Roma non hai interlocutori. E’ una città paralizzata e in balia dei suoi dirigenti comunali. Un mostro fermo agli anni Sessanta che rimbalza le responsabilità da un ente all’altro. Uno dei comuni più estesi d’Europa che è anche il comune agricolo più grande d’Europa. Come dire: a Roma ci sono gli uffici ma anche ancora tante pecore. Se non è un mostro questo….

Amianto in strada. A Roma c’è anche questo tra i rifiuti che popolano la città. In questo caso si tratta di poca roba, resti di un vecchio cassone dell’acqua in eternit ammassato chissà da quanto in un parco pubblico. Una serie di cittadini della zona, a maggio decidono di pulire il parco a loro spese per ridare dignità ad una zona terra di nessuno, abbandonata da anni dal comune. Tagliando l’erba trovano l’amianto. Fa venire il cancro, eppure le città italiane ne sono ancora piene.

Mi offro di occuparmi della questione e chiamo l’Ama, l’azienda dei rifiuti di Roma. Il call center mi dice che “deve essere raccolto da una ditta esterna” e che ci vorranno settimane, consigliandomi di “richiamare più volte”. Il call center mi fornisce un numero di protocollo. Con quel numero chiamo altre sei volte e la risposta è sempre la stessa: “Faccio diventare urgente la sua pratica”. Sono passati fino ad ora quattro mesi e l’amianto è sempre là.

Una mattina vado a segnalarlo ai vigili urbani di zona. Vengo accolto dal servizio Tutela Ambiente con una certa freddezza. Mi dicono “mandi a noi una mail con le foto”. Lo faccio scrivendo “in attesa di riscontro”. L’amianto è ancora là e i vigili non mi hanno mai risposto.

Come in tutti i quartieri, c’è chi dà fastidio restando sveglio e urlando a voce alta tutta la notte. Non sono persone molto raccomandabili, dicono tutti. E nessuno fa niente. Una notte d’estate decido di chiamare per denunciare quelli che una volta si chiamavano gli “schiamazzi notturni”. Penso: c’è una caserma dei Carabinieri vicina. E così decido di chiamare il 112. “Non ci occupiamo più degli schiamazzi, deve chiamare i vigili” mi rispondono.

Cerco il numero e lo trovo. Fino alle 23 bisogna chiamare i vigili urbani di zona, dopo le 23 la centrale operativa. Chiamo la centrale operativa e non risponde nessuno. Richiamo poco dopo e non risponde nessuno. Incuriosito dall’evento, richiamo dopo le 23 nei giorni successivi come fossi un anziano solo in cerca di conforto. Non mi risponde nessuno nemmeno nei giorni successivi. Chiamo di giorno i vigili di zona: “E’ impossibile che non le abbiano risposto” mi dicono. Stavolta l’interlocutore sembra prendere a cuore la causa e mi rilascia una serie di informazioni tenendomi al telefono per diversi minuti.

Cosa vuole essere questo articolo? Una denuncia? Non lo so neanche io. La città vive un’assuefazione pericolosa. Tutto è dato per scontato. Verrebbe da dire: “Io non mi arrendo” ma so che mi arrenderò anch’io. Il solco è scavato e non accadrà nulla almeno nell’immediato. Una città che purtroppo è destinata a morire.

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