Cgil minoranza nel Pd. Ilvo Diamanti (Repubblica): uno su 4, consensi da 35% a 22%

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 novembre 2014 9:25 | Ultimo aggiornamento: 3 novembre 2014 9:26
Cgil minoranza nel Pd. Ilvo Diamanti (Repubblica): uno su 4, consensi da 35% a 22%

Cgil minoranza nel Pd. Ilvo Diamanti (Repubblica): uno su 4, consensi da 35% a 22%

ROMA – Il distacco fra la Cgil di Susanna Camusso e il Pd di Matteo Renzi non è recente, sostiene Ilvo Diamanti su Repubblica:

“Non si è prodotto nelle ultime settimane. Si è consumato molto prima. A causa di un reciproco risentimento, fra la base della Cgil e i vertici del Pdr. Renzi, infatti, ha ri-posizionato il suo PD prendendo le distanze dalle tradizioni della sinistra comunista. Ma anche post-comunista. Da cui proviene la Cgil”.

I numeri di Ilvo Diamanti sono numeri e nulla c’è da osservare. I commenti sono un po’ viziati da ideologia o ossequio a miti. Se calano gli operai che votano il Pd, come nota Diamanti, forse dipende anche dal fatto che gli operai italiani sono sempre meno e quindi si è proprio ristretta la base.
Se aumentano i pensionati che votano Pd (e qui Ilvo Diamanti sembra anche lui soccombere all’ondata di spregio verso i pensionati) è perché a forza di pensionamenti e prepensionamenti la base operaia si è mutata in base di pensionati.

Se il Pci nelle sue mutazioni fino al Pd è sceso dai vertici di consenso dell’era Berlinguer, ci sarebbe anche da ricordare che alla espansione dei voti al Pci contribuirono schiere di borghesi, sopraffatti dalla logorante propaganda contro la Dc e attratti dal mito della “questione morale” e da una promessa di buon governo mai realizzata.
La demolizione della Dc, partito di massa cui il Pci sperava di sostituirsi, ci ha dato Berlusconi e il logoramento da parte delle mutazioni del Pci fino al Pd nella guerra a Berlusconi ha contribuito a distorcere e aggravare la realtà della crisi, facendo felice una parte di hard core ma deludendo quanti alla fine davvero avevano creduto che, caduto Berlusconi, tutto si sarebbe raddrizzato.
Senza ricordare che in 20 anni di era berlusconiana Berlusconi al Governo c’è stato meno di dieci, è sulla pelle di tutti l’effetto devastante del Governo di Mario Monti, salutato dalla sinistra giornalistica come un eroe da fumetto, SuperMario, deludente poi quasi quanto l’omonimo Balotelli.
Caduto il muro di Berlino, 25 anni fa il 9 novembre, gli elettori più che mai si sono sentiti liberi di votare, magari come non piace a Ilvo Diamanti e a Repubblica, ma come piace a loro.
Senza Renzi il Pd di Pierluigi Bersani e dei suoi hard core post comunisti era visibilmente sulla traiettoria del Partito comunista francese, dai tempi di George Marchais al poco più che 4 per cento del 2007 al 6,9% ottenuto da tutto il Fronte della Sinistra alle ultime elezioni.
Nella sua disamina dei dati Ilvo Diamanti osserva:

Renzi ha scelto un bersaglio indebolito da anni di declino, nella percezione sociale. Il sindacato. Dal 2009 ad oggi, negli ultimi 5 anni, la fiducia verso Cisl e Uil, tra i cittadini, è scesa dal 26% al 16%. Nei confronti della Cgil: dal 35% al 22%. Così, Renzi ha fatto della Cgil il simbolo della sinistra della nostalgia, che si accontenta del 25%. E, anche per questo, è finita ai margini del PD di Renzi. Oggi, infatti, fra gli elettori del Pd, i simpatizzanti della Cgil sono circa il 25%. Poco più della media. Ma nel 2012 erano il 53%. Oltre il doppio. E nel 2009 oltre il 60%. Questa tendenza rispecchia, dunque, il reciproco distacco, fra il Pdr e la Cgil. A Renzi non piace la Cgil. E viceversa.
Tuttavia, la “caduta” della fiducia nella Cgil fra gli elettori del Pd costituisce anche un indice (e una conseguenza) dei cambiamenti avvenuti nella base elettorale del Pd. Che, coerentemente con le intenzioni del leader, si è allargata verso il centro e il centrodestra. Ha, infatti, assorbito Scelta Civica, l’Udc. Ma anche Ncd. Inoltre, ha intercettato frazioni significative di Forza Italia. Aree politiche che hanno scarsa sintonia con il sindacato e, soprattutto, con la Cgil.

Altrettanto evidente e profondo è il cambiamento, avvenuto in pochi mesi, nella base sociale del Pdr. Alle elezioni politiche del 2013, infatti, circa il 20% degli operai aveva votato per il Pd. Alle elezioni europee del 2014 questa componente era salita al 34%. Oggi, dopo le polemiche sull’articolo 18, si è ridimensionata al 28%. Comunque, più che al tempo del Pd di Bersani.
Parallelamente, il peso degli imprenditori e dei lavoratori autonomi è cresciuto in modo sensibile e progressivo: dal 13% alle politiche del 2013 al 28% alle Europee, fino al 40% oggi.
Il Pd(R), in altri termini, oggi è più forte fra gli imprenditori e i lavoratori autonomi — ma anche fra i dirigenti, gli impiegati e i liberi professionisti — che fra gli operai. E se il suo peso, fra gli studenti, è cresciuto (oggi è il 40%), la categoria sociale che garantisce al Pd i maggiori consensi resta quella dei pensionati: 58%.
Anche la fiducia nel governo Renzi, peraltro, risulta molto elevata fra i pensionati, gli imprenditori e i lavoratori autonomi. Mentre appare decisamente bassa fra gli operai e, soprattutto, i disoccupati”.

La parte finale dell’articolo è invece un po’ troppo ideologica:

“È come se Renzi avesse, davvero, spezzato i legami della “sua” sinistra con il passato. Con la sinistra storica, rappresentata dal Pci, dalla Cgil. E con il riferimento sociale — simbolico — da cui ha tratto senso e radicamento. Il lavoro — dipendente. La classe operaia. E, inoltre, con gli “esclusi” (dal mercato del lavoro). Già da tempo, d’altronde, la sinistra, in Italia (e non solo) ottiene i maggiori consensi fra i pensionati e i dipendenti pubblici. Fra le professioni “intellettuali”. Gli operai sembrano, invece, sempre più attratti dalla Lega di Salvini e dal M5s. Mentre il PdR ha intercettato il voto del lavoro “in-dipendente”. Degli imprenditori — grandi e, ancor più, piccoli. Quelli che, per riprendere il mantra di Renzi, non conoscono “posto fisso”.
Il problema, però, è che, così, anche il futuro politico di Renzi e del Pdr rischia di divenire instabile e precario. Come il lavoro. Come le organizzazioni e le identità politiche del passato. Dissolte, insieme ai vecchi partiti. Così non resta che correre, alla continua ricerca di nuove parole, nuovi luoghi, nuovi alleati e nuovi nemici. Senza fermarsi mai. Una professione che Renzi, fino ad oggi, ha saputo esercitare abilmente. Ma che nessuno, intorno a lui, è in grado di svolgere con altrettanta efficacia. Correre senza sosta e, in fondo, senza mèta. Detto così, più che una missione sembra una condanna”.