Coronavirus, la Quaresima (o Ramadan) di Conte: sì alla carne, ma senza toccarsi, siamo italiani

di Sergio Carli
Pubblicato il 10 Marzo 2020 11:35 | Ultimo aggiornamento: 10 Marzo 2020 11:41
Coronavirus, la Quaresima (o Ramadan) di Conte: sì alla carne, ma senza toccarsi, siamo italiani

Coronavirus, la Quaresima (o Ramadan) di Conte: sì alla carne, ma senza toccarsi, siamo italiani (Foto Ansa)

Coronavirus, la Quaresima di Conte. O il Ramadan (anticipato) di Conte. Coincidenza non voluta, certo, ma che colpisce comunque.

Almeno per ora, l’efficacia del DCPM firmato il 9 marzo 2020 da Giuseppe Conte vale dal 10 marzo al 3 aprile, per un totale di 25 giorni, non può sfuggire il fatto che la Quaresima dei cristiani è appena iniziata. Durerà dal 26 febbraio al 9 aprile. Se non sbagliamo i calcoli saranno 44 giorni. Anche se, tradizionalmente, si dice che la Quaresima è di 40 giorni.

Può essere una misura efficace, anche se forte è il sospetto che il vero virus che ha in mente Conte è quell’idra a più teste, quelle di Salvini, Meloni, Renzi, Draghi.

Resta da vedere cosa farà “Giuseppi” se, alla vigilia di Pasqua, che è il 12 aprile, 9 giorni dopo la scadenza del DCPM, ancora il morbo non sarà stato debellato. Proibite le scampagnate del Lunedì dell’Angelo (erroneamente detto Pasquetta)? Proibito il pranzo di Pasqua a base di agnello impanato e fritto? Proibiti i viaggi in ossequi al principio della Pasqua con chi vuoi?

Ma fermiamoci alla Quaresima.

Come molti dettagli delle religioni di origine mediorientale (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) la Quaresima si associa all’idea di digiuno, come quello praticato da Gesù Cristo nel deserto prima di affrontare gli ultimi stadi della sua vita.

Ed è comune al Ramadan dei musulmani. Quest’anno sarà dal 24 aprile al 23 maggio.

Anche se per gli islamici il digiuno diurno è totale e assoluto, il vincolo vale però fino al tramonto. Infatti, finita la giornata, città e paesi si rianimano, anzi si accendono di luci e divertimenti e soprattutto cibi prelibati. Anche ai cristiani, in Quaresima, sono concessi speciali dolci, detti infatti quaresimali. Per i cristiani comunque il digiuno è meno rigido ma la limitazione più rigorosa.

E poi c’è quel singolare obbligo di astinenza o astensione dalle carni, che secondo tradizione si applica il venerdì, il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Sempre secondo la tradizione, il venerdì (e in genere la vigilia di una festività religiosa come il Natale) è invece ammesso il pesce.

Qualcosa però non torna, se si pensa che tali obblighi sono stati in vigore per quasi duemila anni, in secoli in cui la alimentazione delle masse proletarie e contadine era costituita da una fetta di polenta o una pagnotta, una minestra di fagioli e verdure e poi, in tempi migliori, un piatto di maccheroni. 

E la carne? Un pezzetto la domenica per i ceti medi, un po’ di agnello giusto a Pasqua.

Per i nobili e i ricchi c’era carne tutto l’anno. Infatti morivano di gotta. Ma erano forse l’uno per cento della popolazione.

Da quale carne dunque si dovevano astenere le masse diseredate che si privavano anche di quel poco sperando nel molto dell’aldilà?

Sembra evidente che si tratti di quella carne che in inglese si dice flesh, contrapposta a meat, quella da mangiare (da qui il detto: Do not get your flesh where you get your meat. Se Harvey Weinstein lo avesse applicato, si sarebbe risparmiato un bel po’ di guai).

E qui entra in campo di nuovo Giuseppe Conte. Che applica il precetto evangelico a metà. Libertà di nutrirsi senza limiti, divieto assoluto di rapporti fisici fra persone. Interpretando, il divieto vale non solo per gli estranei ma anche in famiglia. Se è sconsigliato di toccarsi naso, bocca e occhi, figurarsi cosa vuole da noi Conte per altre parti più intime del nostro fisico.

Sarà un tracollo per quelle ragazze di facili costumi che da quel mercimonio traevano parecchio denaro. Auguriamo che alla ripresa ci sia una esplosione di gioia. 

Sarà anche una grande fioritura di cause di divorzio. Pensate, quasi un mese reclusi in casa, moglie marito e eventuali figli a discutere e litigare su tutto, come succede nelle migliori famiglie. Senza nemmeno quella liberatoria conclusione fra le lenzuola che può salvare l’amore.

Un’ultima osservazione di carattere storico e letterario. Ai tempi della peste del ‘300, che ridusse di un terzo gli abitanti dell’Europa, altro che Covid-19, chi poteva permetterselo usciva dalle fetide, maleodoranti e antigieniche città e aspettava, sub tegmine fagi, come volevano Virgilio e Dante, la fine della quarantena.

Da un gruppetto di questi fuorusciti, 7 ragazzi e 3 ragazze, nacque, un po’ fuori Firenze, il Decamerone, almeno stando a Giovanni Boccaccio. 

A noi, ormai abituati all’ampia scelta della tv, non bastano più quelle divertenti e anche feroci novelle di 7 secoli fa. Ma se ci tolgono la carne e anche la D’Urso, in che condizioni saremo al banchetto di Pasqua?