Da pensionati e ex classe operaia lo schiaffo a Renzi ma Pd andrà più a sinistra

di Sergio Carli
Pubblicato il 3 giugno 2015 6:40 | Ultimo aggiornamento: 3 giugno 2015 8:21
Da pensionati e ex classe operaia lo schiaffo a Renzi ma Pd andrà più a sinistra

Matteo Renzi e Piercarlo Padoan. Pensate a come questi due hanno trattato i pensionati e capirete il voto del 31 maggio

ROMA – Sono stati i pensionati e la ex classe operaia a dare a Matteo Renzi lo schiaffo elettorale di domenica 31 maggio 2015. Schiacciati dalle tasse, presi in giro da Renzi e dai suoi ministri, borghesi e classe operaia, per usare termini desueti ma che aiutano a definire il ceto medio, del quale i secondi ormai sono entrati a far parte di diritto, come in America, hanno girato le spalle a Renzi e al Pd e non sono andati a votare, i più delusi dalla politica o hanno votato Lega, quelli che ormai hanno superato lo steccato dell’ideologia.

Il Governo Renzi ha trattato la parte migliore dei pensionati, i pensionati d’oro, i presunti ricchi da tre mila euro di pensione al mese, come dei ladri che né Repubblica né il Corriere della Sera (tranne, su quest’ultimo, qualche sporadico intervento offuscato dalle offensive posizioni di Sabino Cassese) hanno avuto il coraggio di difendere.
Sono cinque milioni di pensionati, che fanno mal contati 15 milioni di voti, equamente sparsi in tutta Italia. Qui il Governo è sotto il tallone del Tesoro, dei grandi disegni internazionali cui l’Italia è colonia. Il Pd, fin dai suoi antemarcia dei tempi di Ciampi e Amato, è loro suddito acquiescente. Con questa categoria di cittadini Matteo Renzi ha fatto il gioco delle tre carte, con le parole e con i fatti: chi lo vota uno così.
Con la bassa demagogia della giustizia sociale Renzi ha flirtato con masse di descamisados in cui si nascondono anche masse di evasori fiscali ma quelli gli hanno preferito Beppe Grillo e la Lega.
Il confine tra pensionati d’oro e ex classe operaia si estende e include i due gruppi sociali. La classe operaia ha sempre costituito una elite rispetto alle masse di proletari fuori dal recinto delle fabbriche. Quando la classe operaia ha lasciato la fabbrica si è portata dietro i risultati di un secolo di lotte incluse pensioni di tutto rispetto arricchite in molti casi da anni, anche cinque, di contributi regalati da quello Stato su cui i padroni hanno scaricato i costi delle loro ristrutturazioni, quello stesso Stato che ora tratta quegli ex operai da ladri di pensioni per gli incentivi contributivi da esso stesso Stato elargiti.
Cosa hanno fatto Renzi e Piercarlo Padoan per questi milioni di elettori? Li hanno semplicemente presi a pernacchie. A Genova si dice gnère, ma il risultato è lo stesso di un film di Totò: al pernacchia corrisponde il gesto dell’ombrello.

Se i giornali, i commentatori di politica in genere e lo stesso Renzi non lo capiranno, per il Pd saranno guai.

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La lettura che del risultato del voto hanno dato i giornali con maggiore influenza sul Pd, Repubblica in testa, porta a una nuova spinta verso il giustizialismo peronista, travestito da sinistra in una nuova mutazione della lotta di classe. Il risultato sarà un maggiore distacco dal ceto medio, la cui conquista deve essere l’obiettivo di un partito di sinistra che vuole governare. Ora che i vecchi steccati di una sinistra auto proclamata tale, come la auto definizione della destra, termini di comodo per una identità da cui escludere gli avversari, sono caduti.

Prima c’era la questione morale, poi in Italia si è scoperto che anche nel Pd rubano. Poi c’è stata la guerra a Berlusconi, sorgente di ogni male, anzi Male Assoluto ma caduto Berlusconi le cose in Italia sono continuate a andare male e le tasse a salire. C’era anche il conflitto d’interessi di Berlusconi ma poi, attraverso i barlumi che trapelano dal servizio d’ordine della stampa e della tv, in Italia ha cominciato a trapelare l’ombra di un conflitto d’interessi ben maggiore, di un altro partito azienda, il legame tra Pd e Cooperative, santificato dall’ingresso nel Governo Renzi direttamente del capo delle Coop, Giuliano Poletti, in esecuzione di un modello di pura derivazione corporativa.

Ora possiamo votare come in un qualsiasi Paese normale, perché ora siamo un Paese normale, dove non contano le ideologie ma i fatti.

Sono i fatti, che non hanno dato seguito alle parole anzi le hanno coartate e stravolte, ad avere portato alla crisi di Renzi non solo in Liguria e in Veneto, dove ha perso, ma anche nelle altre Regioni, Umbria e Campania per cominciare, dove ha vinto di misura.

Purtroppo per il Pd sembra orientato in altra direzione e i giornali non aspettavano altro. Come non si può preferire a un rozzo Matteo Renzi il gelido sguardo di Cuperlo o Fassina, sopravvissuti alle epoche diciamo intense di Dzerzhinsky? Il risultato è palpabile nel cambio di tono di Repubblica del 2 giugno e nel modo in cui Goffredo De Marchis esaltata la voce di Roberto Speranza sulla riforma della scuola, su cui viene lanciato dalla sinistra Pd a Renzi un “utlimatum”:

“Quella riforma ci ha fatto un male terribile. Ha massacrato il nostro mondo, quello cattolico e di sinistra, ci ha tolto un sacco di voti», Renzi deve «cambiare linea. Non solo nel Pd. Anche al governo”.

“Lo dicono i numeri delle elezioni, i dati in termini assoluti”, commenta Goffredo De Marchis, che probabilmente ha avuto accesso ai dati assoluti, come all’Istituto Cattaneo, magari quartiere per quartiere, mentre ai poveri cristi finora sono state riservate solo percentuali e valori assoluti incompleti.

Calci ai presidi e agli insegnanti più anziani e più esperti, carezze ai descamisados insegnanti, che votano per Beppe Grillo e non comprano i giornali. Cupio dissolvi.