Enea, lo scippo dei romani agli etruschi: il buon senso del cronista apre la chiave del mistero

di Marco Benedetto
Pubblicato il 15 Agosto 2022 - 14:51
Enea, lo scippo dei romani agli etruschi: il buon senso del cronista apre la chiave del mistero

Enea, lo scippo dei romani agli etruschi: il buon senso del cronista apre la chiave del mistero

Enea, alcuni dubbi sul mito. E se fosse che fuggendo da Troia in fiamme, come vuole la leggenda o per qualche altra ragione, non sbarcò nel Lazio ma più a nord, in Toscana?

Fosse che fu lui o altro eroe cui diede il nome, a guidare l’arrivo, ostile e colonizzatore, degli etruschi nelleMaremme? E che dell’eroe simbolo della migrazione degli etruschi si fossero appropriati i romani, che degli etruschi furono in parte discendenza e dpendenza?
Il mistero degli etruschi appassiona da tre secoli archeologici e storici e da qualche anno anche gli esperti di paleogenetica e studiosi del Dna.
Quanto segue non ha formali basi scientifiche, come si legge nei papers dei professori. È il risultato di riflessioni personali di un vecchio cronista di nera per il quale il buon senso ha valore di prova.

Enea, lo scippo dei romani

Forse Enea non fuggì proprio da Troia in fiamme ma il buon senso dice che quel gruppo di persone che sbarcò in Toscana intorno a tremila anni fa veniva dalla attuale Turchia (dove i turchi arrivarono 25 secoli dopo).
E probabilmente fu proprio un etrusco alla corte di Augusto, Mecenate, a ordinare a Virgilio, cantore del mito, di spostare luoghi e popoli nella sua Eneide. Lo scopo è sempre stato chiaro. Dare una ascendenza divina (Enea era figlio di Venere) alla gens Giulia e a Giulio Cesare, del quale Ottaviano non ancora Augusto era diventato figlio adottivo.
Per tante ragioni Ottaviano Augusto aveva bisogno del mito. Quale elemento di nobiltà per una nazione di contadini diventati rapinatori su scala mondiale. Soprattutto per nobilitare le origini della sua famiglia adottiva. Essendo il suo padre naturale un mercante di buoi e usuraio di Velletri, oggi paesone dei Castelli Romani, homo novus ma di serie b in un mondo dove contava solo la proprietà terriera, unica base dell’antico patriziato romano..
Mecenate era il ministro della propaganda dell’impero augusteo. Era anche discendente della più nobile famiglia etrusca di Arezzo, forse il padre ne fu lucumone, re.

Il figlio del lucumone

Da alcuni secoli chi ha interesse a queste cose si agita sul mistero degli etruschi, vediamo tra poche righe i termini della questione. Ai tempi di Mecenate gli etruschi erano sempre ai massimi livelli di Roma, che avevano fondato e governato ai tempi dei re. La prima moglie dell’imperatore Claudio, pronipote di Augusto, era etrusca. Claudio riempì 20 volumi della loro storia.Sarebbero poche pagine di carta oggi, ma a quei tempi privilegiavano la sintesi. Purtroppo sono andati perduti.
Gli studiosi oggi si interrogano sulla scomparsa della cultura e della lingua etrusca come fatto individuale e autonomo di una etnia. Stranezza da professori. Sarebbe come chiedersi perché in Italia non si parla più il longobardo o in Francia ii germanico di Clodoveo o in Spagna e in Portogallo la lingua dei conquistatori visigoti.

Gli etruschi come i longobardi

Per la semplice ragione che i longobardi e gli altri, che per più di un millennio hanno costituito la classe dominante, la nobiltà, di questi Paesi, non potevano che adottare la lingua dei popoli sottomessi. Di più quei Paesi erano roba loro, al punto da identificarsene e da rappresentarli totalmente. Este, Visconti, Gonzaga: sono o non sono glorie della nostra storia? Eppure in origine erano longobardi invasori . E Alighieri, Guinizelli, Cavalcanti, punte mai più arrivate della nostra poesia, secondo voi discendevano dagli schiavi italici che curavano la terra toscana, o discendevano da quei longobardi che di quella terra si erano impadroniti mezzo millennio prima?

Con la differenza che i longobardi si calcola fossero 200 mila, gli etruschi erano probabilmente una ristretta minoranza.
Il mistero degli etruschi è stato fra le mie curiosità fin dalla adolescenza, quando scoprii il libro di Raymond Bloch grazie a quelle preziose collane Saper Tutto di Garzanti e Que sais-je della Puf. Ho letto un po’ di testi sacri, da Pallottino a De Simone. Conservo un articolo di Nicholas Wade sul New York Times del 3 aprile 2007 che considero fondamentale. Lì ho scoperto studiosi come Barbujani e Ajomne-Marsan.

Enea padre degli etruschi e non dei latini

Soprattutto ho trovato la chiave del mistero. O almeno la mia conclusione: gli etruschi, come poi furono chiamati, venivano davvero dal nord dell’Anatolia, erano pochi ma cattivi e dominatori, superiori per tecniche, cultura, civiltà rispetto a quel pastori e contadini che furono i primi abitanti sapiens sapiens dell’Europa e dell’Italia (Arbois de Joinville li chiamò liguri, ma lo hanno obliterato perché pare che non piaccia a nessuno, in Francia come in Italia e meno che mai in Germania, discendere da una razza inferiore).
Così gli etruschi si stabilirono in Toscana, si espansero a Nord Est e a Sud, furono determinanti nella fondazione di Roma.

Gli etruschi in fuga dall’Anatolia in burraasca: li guidava Enea?

Ma erano pochi, vivevano arroccati nei loro inserimenti, nel terrore di rivolte dei loro schiavi italiani). Parlavano una loro lingua che nessuno capiva. Alla fine si sciolsero nell’impero romano. Mentre le altre etnie italiane conservavano identità e dialetti fini all’arrivo della tv, gli etruschi erano talmente pochi, dispersi nel territorio e integrati nel potere della capitale che semplicemente fu come evaporassero.
L’arrivo degli etruschi si potrebbe collocare a partire dal dodicesimo secolo avanti Cristo. Fu un periodo di grandi turbolenze nel Mediterraneo orientale. Una carestia (effetto di un mutamento climatico di quel tempo senza automobili ma incapace di eludere le leggi della Natura) scatenò orde di invasori pirati rapinatori. Sono stati etichettati popoli del mare, il faraone Ramsete vantò di averli fermati ma probabilmente il fenomeno fu più ampio. Ulisse nel canto XIV dell’Odissea propina al vecchio porcaio la vicenda di un reduce dalla guerra di Troia che si trasforma in pirata, invade l’Egitto prima di finire a Itaca. Itaca è un’isola un po’ marginale ma si trovava sulla via dell’ambra, la grande rotta commerciale col profondo nord europeo, mercato per i prodotti greci e cretesi, fonte di preziose materie prime.
E guarda un po’. Troia è a sei ore di vela da Lemnos. Lemnos è l’isola da dove potrebbero essere partiti gli etruschi.
Erodoto scrisse di una migrazione verso ovest imposta da una carestia. All’isola d’Elba si estraeva il ferro. Un quinto degli elbani presenta un Dna compatibile con quello degli abitanti della Anatolia e degli etruschi.
Anche alcune specie dì bovini toscani sono accomunate a quelle anatoliche dal Dna. Verosimile che i migranti di Erodoto abbiano imbarcato qualche mucca per un po’ di nutrimento durante un viaggio di migliaia di miglia senza bussola ne gps ne Tripadvisor.

Enea con le mucche ma senza le donne?

Portavano le mucche ma forse non donne in pari numero con i conquistadores. Le mogli le avrebbero prese in loco. Questo potrebbe spiegare la modesta incidenza di Dna di linea materna, ma è probabile e più coerente con Erodoto che tutto dipenda dal fatto che gli etruschi non furono un popolo ma un gruppo di invasori
Ma forse avevano sentito dire che dalle parti della Toscana si trovava il ferro.
Di fronte alla ricerca di metalli nulla fermava la gente di quei tempi. Per prendere lo stagno della Cornovaglia affrontavano i pericoli del Golfo di Biscaglia e dell’Atlantico. Per trattenere i greci, i fenici inventarono i mostri che da quelle bianche scogliere strappavano i marinai dalle loro navi e se li pappavano.

Usi e costumi greci permeavano usi e costumi etruschi

I legami degli etruschi con la Grecia erano intensi. Il padre di Tarquinio Prisco era un ricco esule di Corinto. Da Corinto scoccò la scintilla della guerra del Peloponneso. Casus belli il controllo di Corfù, base fondamentale della via dell’ambra.
Tutto sembra tenere, direbbe Hercule Poirot.
Non saranno d’accordo gli esperti italiani. Preferiscono credere a Dionigi di Alicarnasso piuttosto che a Erodoto. Trascurano che Erodoto, concittadino di Dionigi, quindi nato non troppo lontano da dove sarebbero emigrati gli etruschi, era un ricco signore che viaggiava a proprie spese e che era ci-protagonista della politica del suo tempo. Dionigi emigrò a Roma nel tempo in cui Augusto stringeva le morse del regime. Virgilio fini di comporre l’Eneide nel 19 ac, Mecenate morì nell’8 ac, Dionigi nel 7.
Anche gli etruschi dovevano contribuire alla propaganda dell’autocrate. Se nella evoluzione di Roma prevalse l’elemento latino, pastorale e agricolo assorbendo l’elemento sabino quasi per osmosi e riducendo in servitù e espropriando i più antichi abitatori liguri
Gli etruschi, pochi ma superiori dal punto di vista tecnologico e organizzativo, erano di gran peso.
Così la propaganda del regime onorava gli etruschi di una origine autoctona espropriandoli del loro mito di fondazione per attribuirlo ai più numerosi e politicamente rilevanti latini.
Gli italiani preferiscono la tesi degli etruschi indigeni. Sarebbe piaciuta anche a Mazzini e Garibaldi nella loro infausta infatuazione romana. Era coerente con le panzane di Mussolini. Sarà una coincidenza ma Il caposcuola della teoria indigena entrò in sovrintendenza nel 1933.

Ragionando su Enea

Non sono scienziato ne archeologo ma cerco di ragionare. Che senso ha sostenere che in mezzo all’Italia, fra liguri a ovest e invasori indoeuropei a est e sud, spuntasse come un fungo un gruppo di gente che parlava una lingua tanto remota da restare un mistero per duemila anni ma capace di una civiltà superiore quasi da extraterrestri. Che senso ha fare sbarcare Enea, partito proprio da dove sarebbero emigrati gli etruschi, centinaia di chilometri a sud rispetto ai suoi probabili connazionali .
Concludo. La mia idea è che sugli etruschi aveva ragione Erodoto, che il mito di Enea fu scippato dai romani e che gli scienziati italiani sono scienziati ma pur sempre italiani.