Giornali fra odio e miseria. La crisi cominciò con quel patto Berlusconi-D’Alema sulla pubblicità…

di Marco Benedetto
Pubblicato il 12 novembre 2018 14:43 | Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2018 15:24
Giornali fra odio e miseria. La crisi cominciò con quel patto Berlusconi (a sin.)- D'Alema sulla pubblicità...

Giornali fra odio e miseria. La crisi cominciò con quel patto Berlusconi-D’Alema sulla pubblicità…

Giornali nella stretta di una tenaglia: fuori l’odio, dentro la miseria.

Di Maio è al centro del tornado sollevato dai suoi insulti (in coppia con Alessandro Di Battista) alla categoria dei giornalisti. Ora interviene anche l’Ordine, perché Luigi Di Maio è anche pubblicista. Una ragione in più per abolire l’Ordine, parto del genio repressore di Mussolini, potrebbe dire qualcuno.

Gli insulti ai giornalisti sono quotidiani, e non da ieri. Possiedo un libretto, edizione molto chic e di nicchia, intitolato “Giornalisti vil razza dannata”. Digito su Google la frase, mi vengono 13 mila proposte, aggiungo la parola “libro”, i risultati salgono a 114 mila.

Tutto però oggi fa più impressione per l’effetto moltiplicatore sui social network dei video di offese come dei semplici tweet. Fa impressione anche per l’evidente imbarbarimento dei rapporti sociali, che porta l’allenatore del Genoa, Ivan Juric (ma che ci fa un croato a Genova, città generosa con migliaia di profughi istriani), a apostrofare un giornalista fastidioso in questi termini: “Che c***o di domanda fai, non rompere il c***o”. Lontani i tempi dell’eleganza dell’austriaco Ernst Ockwirk e anche di quella volta che il triestino Nereo Rocco disse a Vladimiro Caminiti, inviato di Tuttosport: “E ti quela penna mettitela su pe’l c…”.  Caminiti lo aveva appena minacciato, agitando la biro: “Rocco, con questa penna ti distruggerò”. Non furono eleganti né l’uno né l’altro, ma l’episodio rimase circoscritto alla tradizione orale di una generazione di giornalisti in via di estinzione.

Ho già elaborato sul tema degli insulti ai giornalisti, mettendo in guardia sui rischi che il calo delle difese immunitarie sociali può comportare. Della mia ormai lunga vita restano vivi i ricordi degli anni di piombo, quando tutto era intriso di odio sociale, quando a Torino e soprattutto a Milano era urticante anche l’aria che respiravi, ti dava un certo non so che di disagio anche la voce aspra e rasposa della ragazza del radiotaxi. Quando rapirono il primo capo del personale di una fabbrica Fiat, quando misero a segno la prima gambizzazione, scommetto i miei pochi risparmi sul fatto che un bel po’ di italiani pensò nel suo intimo: “Se la saranno cercata”. Poi il terrorismo dilagò, eravamo più America Latina che Europa, durò quasi 10 anni.

In quel periodo i giornali erano in una fase di espansione, le tirature aumentavano, la gente aveva bisogno di certezze. I giornali furono un elemento di stabilità, aiutarono a capire, a tenere i nervi  a posto. Cresceva soprattutto la pubblicità, perché cresceva l’economia italiana, fra sussulti, scioperi e recessioni, a cavallo di quella mondiale.

Oggi viviamo un trend contrario dell’economia. La violenza dei rapporti interpersonali non è limitata a pochi nuclei esasperati, è un fatto diffuso quasi endemico. I giornali sono in crisi di vendite, la pubblicità è quasi al lumicino. La parola d’ordine è “tagli”. Una decrescita infelice.

C’è un momento di svolta, nella storia dei giornali italiani, che merita di essere fissato. Sono storie ormai del passato. Eppure merita riesumarle, a futura memoria, mettendo le cose in prospettiva. Sono fatti poco conosciuti, anzi quasi del tutto ignorati. Al centro due personaggi, Berlusconi e D’Alema, che hanno fatto notizia per il loro disprezzo verso i giornalisti, ancora di recente. Berlusconi lo ha fatto quando era all’apogeo del potere, minacciando sanzioni che poi per fortuna non è stato capace di mettere in atto. D’Alema ha l’insulto facile e il video de La7 in cui dà dello stupido al direttore dell’Espresso Marco Damilano è di pochi mesi fa. Ce lo vedete Palmiro Togliatti che insulta a una Tribuna Politica un giornalista del Secolo d’Italia? 

Però le parole passano, gli dei se ne vanno (Berlusconi a raccontar barzellette ai vecchietti dell’ospizio, D’Alema nell’oblio dei suoi elettori pugliesi). Berlusconi e D’Alema hanno fatto ben altro e di più grave per mettere in ginocchio i giornali.

Prossimamente vi spiegherò come Berlusconi, facendo entrare in Italia Sky, ha firmato la sentenza per i giornali. 

Per quanto riguarda D’Alema, la sua più grave colpa  nei confronti dei giornali e dei giornalisti (credo che sia titolare anche di una pensione da giornalista con contributi figurativi versati a spese dei tanto disprezzati colleghi grazie alla vergognosa legge Mosca) è di avere sacrificato la principale fonte di finanziamento dei giornali, cioè la pubblicità, a favore della televisione. Erano i tempi della Bicamerale, che la stampa militante di sinistra sosteneva in modo acritico e suicida.

È una storia vecchia di vent’anni fa, che nessuno finora ha  mai raccontato come sto per fare. Ma se volete capire la crisi dei giornali di oggi, forse leggendo le righe che seguono vi farete un’idea più completa dello stereotipo internet.

All’esame del Senato, Commissione Lavori Pubblici per competenza, c’era un disegno di legge di un solo articolo, definito col numero 1.138, in cui si prevedeva un riequilibrio delle risorse pubblicitarie a favore dei giornali, attraverso un abbassamento dell’affollamento, orario e complessivo, di spot pubblicitari nei programmi televisivi.

In ballo c’era qualche miliardo di vecchie lire. Pochi punti di affollamento in meno sulla tv, una trasfusione di sangue per i giornali, appena usciti dalla grande crisi degli anni ’90. (Ricordate i Padri della Patria che privatizzarono l’Italia a prezzi di saldo e per moralizzare la politica proibirono la pubblicità elettorale sui giornali?).

Al ministero delle Poste c’era, come sottosegretario, uno degli uomini più probi che potete incontrareVincenzo Vita, giustamente premiato da Partito con ferocia e ingiustizia. Lo stesso Partito aveva estromesso Beppe Giulietti dalla sezione competente per l’informazione. Aveva troppo a cuore le sorti dei giornali e dei giornalisti, troppo libero di testa: Giulietti non era affidabile.

Nella mutazione del tempo del Pci figuravano personaggi come Carlo Rognoni, ultra per bene oltre che grande direttore di giornale (diresse Panorama e il Secolo XIX di Genova).

All’epoca seguivo attivamente il lavoro dietro le quinte sul decreto, partecipai un paio di volte a incontri evanescenti e inutili al Ministero. Solo in tempi successivi capii che poco potevano fare quegli sgarrupati editori contro la tenaglia del Partito e di Berlusconi. Avrei dovuto intuirlo, quella volta che Rognoni, incontrato sotto il Senato, mi disse: “Lascia stare, per questa volta non c’è niente da fare”.

A onor di Berlusconi c’è da dire che lui, non fidandosi troppo dei “comunisti”, mise al sicuro i suoi affollamenti con due scacchi matti: il colpo di fortuna del passaggio allo schieramento di centro destra del più accanito sostenitore e relatore del disegno di legge, un senatore ex democristiano inizialmente aggregato alla sinistra; l’emanazione da Bruxelles di una direttiva europea che bloccò qualsiasi via nazionale a tetti troppo bassi.

Così morì il tentativo di dare un po’ di ossigeno ai giornali. La responsabilità politica dell’eutanasia fu, a sinistra, di D’Alema, che era segretario dei Ds. Il risultato ottenuto da Berlusconi a livello europeo nel caso appena riferito trova riscontro nell’ultimo trionfo, l’eliminazione del limite all’affollamento orario degli spot (in combutta con i tedeschi). Se tenete in mente che in mezzo c’è il vuoto nei rapporti fra Italia e Ue non potete che dare ragione a Salvini e constatare ancora una volta il tradimento di Berlusconi, grande imprenditore, inefficace capo di Governo, solo interessato alla tutela dei suoi interessi privati, giustamente, alla fine, punito dai suoi elettori.