Governo: Casellati, Salvini, Di Maio e…Mattarella, c’era e non c’è più, perché?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 aprile 2018 8:59 | Ultimo aggiornamento: 20 aprile 2018 9:33
Governo post elezioni: Casellati, Salvini, Di Maio e...Mattarella, c'era e non c'è più, perché?

Governo: Casellati, Salvini, Di Maio e…Mattarella, c’era e non c’è più, perché? (nella foto Ansa, Sergio Mattarella)

ROMA – Governo che c’era e ora non c’è più. Sembra la parafrasi di quegli struggenti versi napoletani di 2 secoli fa,

“Fenesta ca lucive e mo nun luce…
sign’è ca nénna mia stace malata…
S’affaccia la surella e mme lu dice:
Nennélla toja è morta e s’è atterrata…”.

Speriamo che la Repubblica italiana, quella senza numeri, non finisca anche lei così.

Nella ricostruzione di Giuseppe Turani, pubblicata anche su Uomini & Business, la formazione era

Presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, vice Salvini e Di Maio. Giorgia Meloni alla Difesa. Economia e Esteri scelti direttamente da Mattarella.

A metà mattinata di ieri il governo era già fatto e con tutte le caselle a posto. Maria Elisabetta Alberti Casellati (berlusconiana di ferro), presidente del Consiglio, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, vice-presidenti, Meloni alla difesa. Economia e Esteri, due personalità scelte direttamente da Mattarella. Questo spiega l’ottimismo che si era diffuso.

Poi è saltato tutto, e non per ragioni misteriose. Semplicemente i 5 stelle hanno capito di non potersi presentare davanti ai loro elettori con una soluzione del genere: niente guida a Di Maio (anzi, a Forza Italia) e  niente ministeri importanti.

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Adesso, i giochi sono abbastanza fermi. Berlusconi ha ribadito che quello che vuole Di Maio, e cioè l’esclusione di Forza Italia dalle trattative, è “cosa che non esiste in natura”.

In realtà, il governo che c’era ieri mattina, e che oggi non esiste già più, era il massimo a cui poteva aspirare Di Maio. Da adesso in avanti dovrà accontentarsi di molto, ma molto, meno.

Anche perché vari poteri stanno premendo sul Quirinale perché non consenta un governo a guida dei due sovranisti-populisti.

Lo schema ideale, il governo perfetto, per i mercati e per chi ci presta il denaro con cui tirare avanti sarebbe un governo: Forza Italia-Pd-5 stelle, con un presidente diverso da Di Maio e con economia e esteri di fatto nominati da Mattarella, e con la Lega all’opposizione.

Ma si tratta di un sogno: non ci si arriverà mai. Per ora, non rimane che prendere atto del fatto che dopo quasi cinquanta giorni dalle elezioni i vincitori non sono riusciti a mettere insieme un governo. Due gli ostacoli:

1- La pretesa di Di Maio di essere comunque lui il presidente del Consiglio.

2- I molti paletti che lo stesso Di Maio ha piantato intorno a se stesso: no a Berlusconi, no a questo, no a quello.

Si sa che Di Maio, e i suoi strateghi, puntano a un governo con il Pd, e per una ragione molto semplice: sperano in questo modo di mangiarselo nel giro di pochi mesi e di cancellarlo dalla scena politica.

Ma è un’illusione. Il Pd, benché diviso e tormentato, è abbastanza navigato da non cadere in una simile trappola. Inoltre, se mai si dovesse arrivare a un accordo del genere, i prezzi chiesti ai 5 stelle sarebbero altissimi. Di fatto il programma sarebbe quello del Pd e certamente Di Maio non potrebbe fare il presidente. Roba da far schiantare i 5 stelle in mille pezzi.

A questo punto, l’unica strada veramente percorribile (al di là di tutte le giravolte a cui assisteremo) è un governo del presidente, con i voti di tutti o di chi è così responsabile da votarlo. Insomma, per essere chiari, una specie di governo Monti che guidi l’Italia in questa difficile fase congiunturale (la buona stagione dell’economia sta per finire).

Poi, l’anno prossimo, o dopo, elezioni.

Ma avendo accertato che i vincitori, forti di programmi insensati e demagogici, non sono mai riusciti a fare un governo. E nemmeno a dotarsi di un programma credibile. Di Maio continua a dire che è pronto a far firmare un contratto alla tedesca ai suoi interlocutori, ma non ha il contratto e nemmeno gli interlocutori: parla solo per se stesso e per le telecamere.

Prendere una barca di voti, insomma, non è servito a niente.

In più è sempre più evidente che qui serve una nuova stagione di riforme (grosso modo quelle stesse bocciate nel referendum). Ma, forse, non tira aria. Non ancora.