Guerra valutaria Cina vuole Yuan moneta di riserva mondiale

di Mario Tafuri
Pubblicato il 12 agosto 2015 11:33 | Ultimo aggiornamento: 12 agosto 2015 13:05
Guerra valutaria Cina vuole Yuan moneta di riserva mondiale

Lo Yuan (o renminbi) in discesa libera sui mercati mondiali

ROMA – Perché la Cina ha svalutato lo yuan (o renminbi, come lo chiamano loro)? Obiettivo della guerra valutaria scatenata martedì 11 agosto 2015 dalla Banca centrale della Cina è di farne una valuta di riserva mondiale.

Motivi della decisione, obiettivi e conseguenze a breve e lungo termine sono analizzati da Donato Masciandaro sul Sole 24 Ore in un articolo intitolato “La guerra non dichiarata delle valute”.

Per capire meglio, occorre ricordare che la Cina ha compiuto il miracolo che non è riuscito ai russi: mantenere il più grande e popolato Paese fermamente imbrigliato nella disciplina del partito comunista scatenando una crescita dell’economia e dei valori etici rigorosamente capitalisti. È stato il punto di arrivo del processo di modernizzazione avviato dal genio di Deng Xiao Ping, un processo opposto a quello subito dall’Italia nell’ultimo quarto di secolo. In Italia, cui è stato risparmiato il calvario delle politiche economiche comuniste, si è assistito a un progressivo regredire tanto del benessere come dei valori morali.

“Le scelte politiche del partito comunista cinese sono la stella polare che guida le decisioni della Bpc”

avverte Donato Masciandaro, che paragona la Banca centrale cinese, Bpc, a quella americana, Fed, accomunate dal fatto di essere

“una banca centrale generalista, priva cioè di un mandato specifico. Nel caso della Bpc – come pure per la Fed – il mandato è quello di mantenere il valore della moneta ed allo stesso tempo promuovere lo sviluppo economico. Il mandato generico è un fattore di debolezza delle banche centrali, in quanto non avere “le mani legate” da una finalità specifica aumenta i rischi che la banca centrale sia uno strumento completamente in mano agli obiettivi della politica”.

E la guerra valutaria

“è un strumento politico di medio termine”-

L’obiettivo, dichiarato apertamente, è

“fare diventare il renminbi una valuta di riserva mondiale. Essere una valuta di riserva può comportare dei vantaggi notevoli per il Paese che la emette; ne sanno qualcosa gli Stati Uniti, che, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, hanno visto consolidarsi il ruolo del dollaro come valuta di riserva.

“Se una moneta è valuta di riserva, la sua domanda aumenterà, consentendo al Paese di emissione di aumentare la quantità di passività a rendimento zero in circolazione. Quanto più l’aumento di passività a tasso zero è coerente con gli obiettivi macroeconomici del Paese di emissione, tanto meglio sarà per il Paese in questione; in ogni caso, modificando i tassi di interesse la banca centrale del Paese di emissione ha la possibilità di fronteggiare le oscillazioni della domanda della moneta di riserva, tipicamente a suo vantaggio.

“La Cina vuole che il renminbi diventi una valuta di riserva. Ma il cammino è lungo, e passa tipicamente da una condizione necessaria, ancorché non sufficiente: il valore di una moneta di riserva deve essere determinato sul mercato dei cambi, e non manovrato dalla banca centrale.

“È un cammino che la Bpc ha iniziato nel 2005, quando il tasso di cambio del renminbi passò da fisso a manovrato. Da quel momento il livello del renminbi per dieci anni si è progressivamente rivalutato, fino ad arrivare lo scorso anno ad una quota ritenuta dal Fondo Monetario Internazionale coerente con i valori espressi dal mercato.

Con la svalutazione di martedì 11 agosto 2015

“la banca centrale cinese otterrà anche un doppio obiettivo: stimolare nel breve periodo l’economia cinese, e nel contempo accreditare il ruolo del renminbi come valuta mondiale. Con una terza ricaduta: la politica monetaria espansiva cinese rappresenterà un ulteriore fattore di incertezza sul percorso di normalizzazione dei tassi di interesse mondiali”.

 

La sorpresa, scrive ancora Masciandaro,

“viene da fatto che ci si attendeva una battaglia monetaria, intesa come espansione quantitativa, ma non giocata attraverso lo strumento del tasso di cambio. Oggi la Cina sta affrontando una doppia criticità macroeconomica: un rallentamento della crescita, unita a segnali di instabilità finanziaria. In questi casi, abbiamo oramai imparato che la politica monetaria moderna tende ad essere espansiva, per evitare guai peggiori.

“Poi c’è un bivio, che riguarda il riordino dell’eccesso di finanza, sia esso nelle banche, nelle imprese, o nello stato. Da un lato c’è la soluzione “svedese”, che riporta l’economia su un sentiero di crescita regolare e di stabilità finanziaria, attraverso una ripulitura dell’eccesso di finanza. Dall’altro lato c’è la soluzione “giapponese”, che invece non implica il riordino finanziario.

“Finora la Bpc appare più vicina al modello giapponese: in aprile salvataggio del debito pubblico locale, ieri una svalutazione del tasso di cambio. Un attacco valutario doppio, con vantaggi di breve e di medio periodo, almeno dal punto di vista cinese. Per i mercati mondiali, invece, una ombra in più sul cammino verso la normalizzazione dei tassi di interesse e della politica monetaria. Essendo l’ombra cinese, occorre solo augurarsi che la proiezione di rischio sistemico non corrisponda alla sua reale entità”2.