La corruzione è ovunque. Scalfari: il bene e il male nella storia d’Italia

Pubblicato il 17 Giugno 2015 8:15 | Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2015 8:15
La corruzione è ovunque. Scalfari: il bene e il male nella storia d'Italia

Eugenio Scalfari. L’eterna lotta fra il bene e il male

ROMA – La corruzione secondo Eugenio Scalfari. L’articolo che Eugenio Scalfari ha dedicato alla corruzione, pubblicato da Repubblica il 14 giugno 2015, stacca di molto tutto quel che è stato scritto sul tema da tanti moralisti.
Vi si fondono l’impeto etico:

col tempo “la corruzione aumenta e invade non soltanto le istituzioni locali e nazionali ma l’anima delle persone, quale che sia la loro collocazione sociale”

e il realismo amaro di chi, come Scalfari, ha superato i 90 anni e in questo quasi secolo ha visto le più belle speranze uccise da interessi, avidità, egoismi e anche incompetenza e corruzione. La corruzione, avverte Scalfari, non è

“un fatto esclusivamente italiano ed esclusivamente moderno: c’è dovunque e c’è sempre stato. Naturalmente ne varia l’intensità da persona a persona, da secolo a secolo e tra i diversi ceti sociali. Ma l’intensità deriva soprattutto dal censo: la corruzione dei ricchi opera su cifre notevolmente più cospicue, quella dei meno abbienti si esercita sugli spiccioli, ma comunque c’è ed è proporzionata al reddito: per un ricco corrompersi per ventimila euro non vale la pena, per un cittadino con reddito da diecimila euro all’anno farsi corrompere per cinquecento euro è già un discreto affare”.

Qui Scalfari si infila in un terreno arduo, piega il discorso ad un obiettivo etico ma contingente e scivola in una affermazione che è condivisibile solo se non la si limita alle democrazie più o meno deboli ma si ha ben presente che l’apoteosi della corruzione si ha nelle dittature e nelle monarchie. Scrive che il potere corruttivo della malavita

“trova nei regimi di democrazia ampi varchi se si tratta di democrazie fragili e di istituzioni quasi sempre infiltrate dai corruttori.

“Questa fragilità democratica va combattuta perché è il malanno principale del quale la democrazia soffre. Essa dovrebbe esser portatrice degli ideali di Patria, di onestà, di libertà, di eguaglianza; ma è inevitabilmente terreno di lotta tra il malaffare e il buongoverno.

“Non c’è un finale a quella lotta: continua e durerà fino a quando durerà la nostra specie. Il bene e il male, il potere e l’amore, la pace e la guerra sono sentimenti in eterno conflitto e ciascuno di loro contiene un tasso elevato di corruzione. La storia ne fornisce eloquenti testimonianze”.

Segue un excursus senza particolari idee nuovfra Dante e Petrarca, Machiavelli e Guicciardini, Mazzini e di Cavour per arrivare al Risorgimento. La corruzione certamente non c’era, sostiene Scalfari,

“in quei giovani intellettuali e combattenti”

che parteciparono alla spedizione dei Mille,

“ma era già ampiamente diffusa”

nella società italiana. In realtà serve ricordare che la stessa spedizione dei Mille fu strinata dall’acido della corruzione, anche se lo scandalo fu poi coperto dalla fanfara patriottarda.
Ippolito Nievo, sommo romanziere del Risorgimento e uno dei Mille, morì in un naufragio mentre tornava in Sicilia a raccogliere elementi di difesa da simili accuse.
Se poi ci si riflette un po’ bene, siete così sicuri che mille uomini borghesi e intellettuali abbiano sconfitto cinquanta mila militari solo per il genio guerrigliero di Garibaldi e non magari aiutati da qualche sacchetto di monete d’oro fornite dal Governo inglese che agevolarono alcuni dei più insulsi errori dei generali borbonici? O furono obbedienze di altra natura che sono anch’esse forme occulte di corruzione?

Il dubbio che l’Italia unita sia fondata più sulla corruzione che sul lavoro è legittimo anche se, come scrive Scalfari, non è esclusiva dell’Italia: la storia del mondo è basata sulla corruzione e sullo sfruttamento, la differenza è fra chi lo sa mascherare meglio e chi ama sputtanarsi senza decoro.

La società italiana, commenta Scalfari,

“aveva pochi capitali e doveva utilizzare nel proprio interesse quelli che il nuovo Stato metteva a disposizione e forti imprese bancarie e manifatturiere straniere investirono sulla nascita dell’Italia e della sua economia.
Portarono con sé, questi capitali, una corruzione moderna che è quella che conosciamo ma che allora ebbe il suo inizio nelle ferrovie che furono costruite per unificare il territorio, nell’industria dell’elettricità e in quella dell’acciaio e della meccanica.
Emigrazione da un lato, corruzione dall’altro, queste furono le due maggiori realtà italiane tra gli ultimi vent’anni dell’Ottocento e la guerra del 1915 che aprì una fase del tutto nuova nel Paese.
Non voglio qui ripetere ciò che ho già scritto in altre occasioni ma mi limito a ricordare che Benito Mussolini fu uno degli esempi tipici del fenomeno italiano.
Personalmente era onesto, aveva tutto e quindi non aveva bisogno di niente; ma i suoi gerarchi erano in gran parte corrotti e lui lo sapeva ma non interveniva perché quella corruzione a lui nota gli dava ancor più potere, li teneva in pugno e li manovrava come il burattinaio fa muovere i burattini.
Disse più volte che senza la dittatura l’Italia non sarebbe stata governabile e che governare il nostro Paese era impossibile e comunque inutile”.