Livio Garzanti: i “letterati” oggi fanno senso, come caduto in una pozzanghera

Pubblicato il 14 febbraio 2015 11:27 | Ultimo aggiornamento: 14 febbraio 2015 11:27
Livio Garzanti: i “letterati” oggi fanno senso, come caduto in una pozzanghera

Livio Garzanti: i “letterati” oggi fanno senso, come caduto in una pozzanghera”

MILANO – L’editore Livio Garzanti è morto in una clinica di Milano, nella notte fra giovedì 12 e venerdì 13 febbraio 2015, all’età di 93 anni. Livio Garzanti era figlio di Aldo, fondatore della casa editrice che porta il nome di famiglia, sorta dopo aver rilevato le Edizioni Treves nel 1936.

Fu un grandissimo personaggio, un pioniere, ma come quasi tutti i pionieri della cultura e non solo in Italia, da Einaudi a Berlusconi, non è stato capace di costruire un’impresa che gli sopravvivesse non nel nome ma nell’indipendenza. Per l’Italia l’aggravante era che si trattava di un piccolo mondo di provincia, tutto gongolante dei suoi riti e delle sue autocelebrazioni, ma era riferito a un mercato piccolo, di un’Italia che non era più fascista ma era sempre proletaria, i cui stimoli di crescita culturale furono stravolti dall’avvento della televisione.

Dalla fine degli anni quaranta Livio Garzanti ha diretto la rivista culturale ‘L’Illustrazione Italiana’ e nel 1952 ha preso la guida della casa editrice di cui è diventato presidente alla morte del padre, nel 1961.

Livio Garzanti è stato l’editore delle Garzantine ma a lui va anche il merito, nel 1955, di avere lanciato ‘Ragazzi di vita‘ di Pier Paolo Pasolini, e poi ‘Quer pasticciaccio brutto di via Merulana‘ di Carlo Emilio Gadda, de ‘Il prete bello‘ di Goffredo Parise che si ispirò proprio a lui per scrivere ‘Il padrone’ (1965). E ancora di Mario Soldati, di Paolo Volponi. Ha scoperto Ferdinando Camon e nella collana verde di Poesia ha pubblicato autori come Mario Luzi, Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci.

Lo stesso Livio Garzanti è autore di vari romanzi tra cui ‘L’amore freddo’ e ‘La fiera navigante’.

Nel 1995 la Garzanti Editore fu venduta ad UTET (51%) e Messaggerie italiane (49%). Nel 1998 vennero scorporate le varie attività della Garzanti: alle Messaggerie (e poi al gruppo GeMS) furono ceduti i cataloghi di varia e delle Garzantine.

Livio Garzanti ha avuto tre mogli: Orietta Sala, Gina Lagorio (cui ha dedicato ‘Amare Platone’, una riflessione sul Fedro di Platone) e l’attuale Louise Michail. Lascia un figlio, Eduardo.

La camera ardente si aprirà lunedì mattina nella Sala Garzanti, affrescata da Tullio Pericoli con immagini salienti della storia della casa editrice, che dalle 14 ospiterà anche la commemorazione funebre civile. La sala si trova in via della Spiga 30, a Milano, nel palazzo che ha ospitato la casa editrice e che per questo viene chiamato Palazzo Garzanti.

Mauretta Capuano, dell’agenzia Ansa, definisce Livio Garzanti

“Ultima grande figura dell’epoca degli editori solitari, quei padri-padroni che credevano nel valore della cultura, Livio Garzanti era uscito di scena vent’anni fa ma con la sua morte si chiude veramente un ciclo: quello in cui le case editrici si identificavano con i loro fondatori ed erano un mix tra lavoro artigianale e industriale. Erano gli anni dopo il conflitto mondiale in cui gli editori andavano alla scoperta di talenti che seguivano e sostenevano e in cui il libro veniva considerato uno strumento di elevazione sociale.

Ricorda Gianandrea Piccioli, per lungo tempo direttore editoriale della Garzanti: “Livio era molto legato a Pasolini e ai suoi autori. C’e’ anche un bellissimo carteggio tra lui e Gadda che prima o poi verrà pubblicato”. Si devono alla Garzanti anche tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta gialli, hard-boiled tra cui il Ciclo di Angelica di Anne e Serge Golon e quello di 007. E tra le grandi opere e prodotti di alta divulgazione le Storia della filosofia di Geymonat e della Letteratura di Natalino Sapegno ed Emilio Cecchi.

Su Repubblica, Maurizio Bono ricorda che Livio Garzanti aveva un brutto carattere, non era d’accordo “quasi mai, quasi con nessuno” e ha
“lastricato mezzo secolo  di urticanti giudizi su di sé e sugli altri”.
Un esempio:
“Non me ne frega niente di essere stato un editore. Ho fatto questo lavoro come avrei potuto fare il barbiere. Mica sono un eroe della patria. Sono un merlo, un figlio di papà”.
Molti grandi personaggi, visti da vicino, rivelano questa debolezza: di essere dominati dal confronto con un padre o un nonno che l’azienda di famiglia l’avevano fatta loro, lasciando ai discendenti il compito di preservarla o, più spesso, di mandarla in rovina (legge dei Buddenbrook). C’è merlo e merlo, osserva Maurizio Bono:
“Un “merlo” che ha pubblicato Gadda, Pasolini, Capote, Jorge Amado, Parise, Volponi, Soldati, un’infinità di Garzantine, le poesie di Luzi, Bertolucci, Caproni, Penna, la Storia del pensiero scientifico e filosofico di Geymonat. Livio Garzanti aveva fatto irruzione nell’editoria italiana in un momento delicato. Mondadori e Rizzoli avevano attraversato fascismo, occupazione tedesca e resistenza senza avvicendamenti generazionali riusciti. Poi c’era Giangiacomo Feltrinelli, cinque anni più giovane di lui e altrettanto ereditiere, ma più ribelle. E Giulio Einaudi, dieci anni più vecchio: «Non l’ho mai conosciuto ma era un presuntuoso, un comunista megalomane…». Con tutti loro, per decenni, Garzanti ha incrociato la spada sul terreno della concorrenza, della caccia al genio. Capitò con Carlo Emilio Gadda: l’ingegnere arrivò alla Garzanti grazie ad Attilio Bertolucci e la pubblicazione di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ( 1957), che l’avrebbe consacrato, fu un estenuante braccio di ferro mentale (vinto dall’autore) sul finale incompiuto.
Con Pasolini si diedero sempre del lei. Anche se fu proprio Garzanti — ed è uno dei meriti per cui sarà sempre ricordato — a lanciarlo alla grande sulla scena editoriale, pubblicando nel 1955 Ragazzi di vita . Del grande poeta e scrittore friuliano una volta disse: «È stato un vero amico. Quando abbiamo pubblicato quel romanzo era un momento molto pericoloso per la censura. Gli ho chiesto di rivedere alcune parti troppo forti, ma fu processato ugualmente. Un processo ridicolo. Pasolini era il contrario del sessantottismo. Mi lasciò per andare da Einaudi perché avevo pubblicato un autore da lui detestato, che poi vinse lo Strega. Mi colpì profondamente la nostra ultima passeggiata notturna, le confidenze che mi fece: possedeva il dono, il sentore, la grazia della raffinatezza letteraria».
Con Volponi litigarono furiosamente. Di Soldati fuggiva (letteralmente) l’esuberanza affabulatrice”.
Maurizio Bono riporta un giudizio recente di Livio Garzanti che è un  po’ un monito per tutti i vecchi, perché di solito parole così le dice chi vive guardando indietro:
“Vedere i “letterati” di oggi mi fa senso, anzi mi sembra di essere caduto in una pozzanghera… Quando andavo alla Garzanti, nel mio ufficio incontravo Dino Buzzati, Pietro Bianchi, Orio Vergani, Attilio Bertolucci. Ludovico Geymonat veniva con il suo progetto di una storia del pensero filosofico e scientifico, Emilio Cecchi e Natalino Sapegno con quello dedicato alla letteratura…”.