Alexia Canestrari non è mostro ma giornalisti hanno solo seguito la Procura

Pubblicato il 4 gennaio 2014 15:46 | Ultimo aggiornamento: 4 gennaio 2014 15:46
Alexia Canestrari non è mostro ma giornalisti hanno solo seguito la Procura

Alexia Canestrari. Da una situazione potenzialmnente tragica è uscita con intelligenza. Però i giornali non hammo cercato il mostro, hanno seguito il ragionamento della Procura di Tivoli

Questa volta, magari solo per questa volta, ma i giornali e i giornalisti c’entrano poco. Se Alexia Canestrari se la prende con i giornalisti per avere cercato il mostro nella vicenda che ha visto lei e due bambini, di cui uno suo  figlio, dispersi per ore su un monte,  lo si può capire, non dispone, avendo ben altro di più importante cui pensare, di tutti gli elementi di valutazione. 

Ma che i giornalisti, anche se laureati in filosofia politica,  giudichino altri giornalistiche hanno fatto solo il loro mestiere un po’ mette malinconia.

La ricostruzione di Elisabetta Ambrosi sul Fatto sa un po’ di anni ’70 (che, su queste note, non sono mai passati) e è molto ingiusta verso gli altri giornali. Partiamo dal titolo, che probabilmente non è della Anbrosi:

“Dagli alla madre snaturata, lo sport preferito della cronaca”.

E poi giù:

“Il panico collettivo, la morbosa attenzione mediatica, soprattutto le domande di chi l’ha intervistava – tese a confermare o smentire l’accusa principale e cioè l’assenza o la presenza di istinto materno – ha rasentato l’incredibile. Una vittima di un incidente tragico che diventa, in un assurdo rovesciamento, colpevole di non aver messo i bambini prima di se stessa. In questo caso con l’aggravante, nell’immaginario italiano ancora bigotto, di non essere al cento per cento madre, perché nuova compagna e madre di uno solo dei due bambini. La cronaca non dell’evento in sé, ma del modo in cui ha preso spazio nella nostra terrorizzata mente collettiva, grazie all’amplificazione di siti e tg, comincia con la notizia di una madre in stato di choc, anzi “in stato confusionale”, come a insinuare subito che si trattasse di una mamma inadeguata, forse depressa, altra etichetta sempre pronta per le madri”.

 

Ma che voleva, il tono distaccato di un rapporto di medicina legale? Tre persone, di cui due bambini, spariscono per una notte su una montagna e essere in ansia, voler sapere come è andata è innaturale? Magari c’è anche un p’ di morbosità, ma per favore non pensiamo a una legge che proibisca la morbosità, la stessa che provoca spesso lunghe code per un semplice tamponamento.

Invece Elisabetta Ambrosi stigmatizza quei poveri cronisti che hanno solo fatto il loro mestiere:

“Che Alexia Canestrari avesse o meno litigato con il marito Emanuele Tornaboni, che fosse in buoni o cattivi rapporti con la prima moglie non interessa nessuno”.

Ma dai, eliminiamo la cronaca, facciamo come ai tempi del Duce, eliminiamo la cronaca nera. Ma come poi farà il Fatto, che ha nella pubblicazione delle intercettazioni un suo punto di forza. Sono intercettazioni di criminali? Non sempre.

Poi Alice si meraviglia:

“Che la Procura di Tivoli abbia aperto un’inchiesta, per verificare se ci sia stato un reato di abbandono, è un fatto formale, che non giustifica l’enfasi”.

Invece tutto è partito da questa notizia dell’Ansa del pomeriggio dl 2 gennaio in cui nulla fa pensare a un “fatto formale”:

La Procura di Tivoli ha aperto un fascicolo sulla vicenda dei due bimbi che si sono persi con la mamma di uno dei due sul Monte Livata e ritrovati ieri dopo una notte passata nei boschi a temperature sotto zero. Per ora il fascicolo non ha ipotesi di reato. Il magistrato, coordinato dal Procuratore capo di Tivoli Luigi De Ficchy, dovrà appurare la dinamica dei fatti e sicuramente risentire sia la donna che i due bimbi, 4 e 5 anni, già ieri ascoltati dai carabinieri.

“Il pm punterà a verificare se la donna sia stata costretta a lasciare Manuel, 5 anni, e Nicole, 4 anni, nei pressi di una grotta o se li abbia abbandonati: ovvero se i due piccoli già stanchi e stremati per avere vagato ore non se la sentivano più di camminare o se la donna li abbia lasciati là contro la loro volontà. In quest’ultimo caso Alexia Canestrari, 35 anni, mamma di Nicole, rischia di finire indagata per abbandono di incapace.

“Altro punto che l’indagine dovrà chiarire se la donna abbia o meno fatto uso del suo telefono cellulare ripetutamente contattato dal marito Emanuele Tornaboni ma trovato sempre staccato. Dunque attraverso i tabulati si dovrà accertare se la donna abbia usato il telefonino o se sia stata impossibilitata perché si trovava in una zona isolata.

“Inoltre il pm dovrà ricostruire i fatti e capire come mai i bambini sono stati trovati a 12 chilometri di distanza dal punto in cui la mattina del 31 dicembre erano partiti con la donna per una passeggiata. La stessa Canestrari del resto è stata trovata anche lei ad appena due chilometri dal punto dove sono stati poi ritrovati i bimbi”.

Fantasie del corrispondente dell’Ansa? O gliele ha dette qualcuno? E dopo tutto questo po’ po’ di ipotesi, cosa dovevano fare i cronisti?

Dove non si può che concordare con Elisabetta Ambrosi è nel fastidio verso la violenza verbale che esala dalla mitica rete:

“Dopo il ritrovamento, l’happy end di una favola incubo alla Hansel e Gretel, si scatenano reazioni e commenti della rete, anche, purtroppo, di donne:

“Dopo essersi addentrata nel nulla per dodici chilometri li ha lasciati da soli, manco la Strega di Biancaneve”. “Manco il gatto le affiderei”.

“Quale madre abbandonerebbe le sue creature da sole di notte in un simile stato di pericolo?”.

E c’è persino chi auspica che le venga tolta la potestà sui figli”.

Non c’è da stupirsi, basta leggere i commenti a un qualsiasi articolo di un qualsiasi sito per prendersi paura della violenza che ti esplode attorno. Se poi o’articolo lo hai scritto tu, un po’ ti mette anche paura. Ma questa è la democrazia di internet, dove ognuno dice la sua, spesso in anonimo, dove la pancia di ciascuno può vomitare il peggio stando in casa al caldo. Ma la democrazia vale per tutti, non solo per gli eletti. È una cosa che può fare individualmente soffrire, ma è proprio lì il bello della democrazia.