Marco Travaglio, Ottavia Giustetti, Ammiano Marcellino: razzismo italiano e fake news della politica

di Sergio Carli
Pubblicato il 4 agosto 2018 12:00 | Ultimo aggiornamento: 5 agosto 2018 15:01
Marco Travaglio, Ottavia Giustetti, Ammiano Marcellino: razzismo italiano e deformazione politica. Nella foto: Daisy Osakue, al centro di una polemica che c'entra poco

Marco Travaglio, Ottavia Giustetti, Ammiano Marcellino: razzismo italiano e deformazione politica. Nella foto: Daisy Osakue, al centro di una polemica che c’entra poco

Marco Travaglio, Ottavia Giustetti, Ammiano Marcellino: razzismo italiano e deformazione politica.  [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Daisy Osakue, l’atleta italiana di origini africane centrata a un occhio dal lancio di un uovo, non è stata vittima di un attacco razzista. Si è trattato di una bravata, l’ultima della serie, di un gruppo di ragazzi di buona famiglia, che colpivano indiscriminataente cose e persone, finora sembra tutti bianchi e caucasici.

La vicenda sembra chiusa con l’autodafé del padre di uno dei lanciatori, Roberto De Pascali, padre di Federico, e capogruppo del Pd in consiglio comunale a Vinovo, comune della cintura di Torino.
C’è però una lezione da trarre dalla vicenda, che non riguarda il tasso più o meno elevato di razzismo in Italia.
Che non bisogna esagerare con l’interventismo verbale dei politici.
Marco Travaglio sul Fatto becca il Pd in flagranza. Se Salvini “avesse scritto la sceneggiatura [del can can su Daisy], non sarebbe arrivato a tanto”. Al punto che, dopo un elenco di tweet e post vari carichi di retorica da parte di una legione di esponenti Pd, da Renzi a Delrio, Travagli arriva a chiedersi: “Così, per sapere: ma questi li paga Salvini, o lavorano tutti per lui gratis?”.
In realtà, sostiene Travaglio, “era chiaro fin dal primo giorno – dalla dinamica dei fatti, dal racconto onesto e sobrio della stessa vittima, dai precedenti lanci di uova dalla stessa auto su pensionati e donne di pelle bianca, dalla prudenza dei Carabinieri di Moncalieri e della Procura di Torino – che il tiro al bersaglio contro Daisy Osakue non era un raid razzista e non c’entrava niente col nuovo governo e con le sparate xenofobe di Salvini & C.. Era, diversamente da altri truci delitti xenofobi, la schifosa bravata di un branco di bulli con la testa vuota, da raccontare e da punire per quello che era. L’unica novità emersa dalle indagini degli inquirenti, chiuse l’altroieri con l’identificazione e la confessione degli aggressori, è che uno di loro è figlio di un consigliere comunale del Pd. Cioè del partito che fin dal primo momento, seguito a ruota dalla stampa sottostante, aveva usato la povera Daisy per buttarla in politica e fare un po’ di propaganda a buon mercato”.
Le cronache di Ottavia Giustetti su Repubblica venerdì 3 e sabato 4 agosto 2018 chiariscono l’equivoco.
 «Anche i figli dei consiglieri comunali del Pd fanno delle cavolate. Da padre mi chiedo dove ho sbagliato». Non scagiona il figlio e risponde con voce amareggiata e delusa Roberto De Pascali, padre di Federico, e capogruppo del Pd in consiglio comunale a Vinovo.
C’era Federico alla guida del suo Doblò, domenica sera, quando una goliardata si è trasformata nell’incidente simbolo dell’emegenza razzismo: un uovo, partito dal suo furgone, ha colpito l’atleta Daisy Osakue mettendo a rischio la sua partecipazione agli europei. L’ingengere impegnato in politica, che era stato candidato sindaco nel 2014, ha come foto del suo contatto Whatsapp la maglietta rossa delle mobilitazioni di piazza a favore dei migranti. E contro le politiche della Lega. La moglie Antonella ha fondato a Vinovo un’associazione nata per creare progetti di cittadinanza attiva e il 7 luglio scorso era in piazza con “Libera” e “Acmos” per la giornata in sostegno dei migranti.
C’è un intera area politica amareggiata da questa situazione che in pochi giorni si è ribaltata fino a trasformasi in un boomerang: il centrosinistra che lunedì ha circondato Daisy della giusta e dovuta solidarietà oggi si trova a fare quadrato intorno alla famiglia di quegli sciocchi e inconsapevoli che l’avevano aggredita. «Quando senti di certi episodi, non pensi mai che tuo figlio sia coinvolto«, dice ancora De Pascali, che per un attimo ha sperato che i carabinieri si fossero sbagliati. Fino ad oggi la sua famiglia, e anche suo figlio, che su Facebook posta foto delle sue partite di calcio e delle serate con gli amici, non era mai stata tanto lontana da episodi come questo. De Pascali è un ingegnere che divide il suo tempo libero tra l’impegno politico e quello nella Croce Verde di cui è consigliere e dove presta servizio anche il maggiore dei suoi ragazzi.
Angoscia e imbarazzo per essere finiti al centro di un caso più grande di loro. Pentimento? Anche quello, «ma non per aver compiuto un gesto razzista». Per la «stupidità». Emozione e sgomento, consegnati a poche righe di dichiarazioni spontanee rese davanti ai carabinieri di Moncalieri giovedì pomeriggio, disperati ormai di poter chiudere così questa partita sfortunata. Tutti accompagnati dallo stesso avvocato, Alessandro Marampon, contattato in fretta e furia tra gli amicidi di famiglia, in un inizio di agosto torrido, nel pieno di una bufera mediatica su questo presunto caso di razzismo che, in realtà, doveva essere solo una bravata. Le firme tremolanti in fondo al foglio sono quelle di Federico, Fabio e Matteo, i tre ragazzi, diciannovenni, studenti dell’alberghiero Norberto Bobbio di Carignano che nell’attesa delle vacanze, dopo la maturità, ammazzavano la noia con scorribande in auto e lancio di uova dal finestrino.
«L’idea di lanciare le uova ci è venuta prendendo spunto non ricordo se da un episodio di cronaca o da un film, e abbiamo iniziato da circa un mese o poco più» ha ammesso Matteo Piovano, appena diplomato, un bel ragazzo che gioca a pallone, mai un disagio, né a casa né a scuola. Eppure era lui sul sedile dietro quella sera sul Doblò del compagno di scuola De Pascalis, lui invece «sempre alla guida», in queste specie di scorribande notturne. «Sono io l’autore del lancio» ha ammesso. «Nelle altre occasioni, tre o quattro, non ricordo se ho tirato io o se era Fabio.
Scorrendo i profili facebook, ormai prontamente “blindati” alle intrusioni dei curiosi, non spicca nulla di anomalo. Nemmeno quella voglia di esibirsi a ogni costo che tanto contraddistingue i ragazzi della generazione social, e che li avrebbe spinti a pubblicare nei giorni scorsi almeno qualche immagine delle bravate che facevano la sera, dei viaggi in cerca di qualcuno da imbrattare come in quei film che citano nella loro “confessione”. «Dopo il lancio contro Daisy (ma il nome l’hanno scoperto solo dai giornali, ndr) non ci siamo resi conto di averla colpita al viso» ha detto ai carabinieri Fabio Montalbetti. «È stato lanciato un uovo solo, così come anche le altre volte». Solo in una occasione riferisce di un “secondo passaggio”. «Ricordo un altro fatto — dice Fabio — , quello delle tre donne che stavano parlando tra di loro davanti alla pizzeria che si trova sulla strada che da Moncalieri va a Trofarello, vicino a un autolavaggio. In quel caso lì siamo passati due volte, la prima mi sembra che una delle donne sia stata colpita al braccio, poi al secondo passaggio dopo circa 10-15 minuti, abbiamo lanciato un altro uovo che ha colpito un cassonetto dell’immondizia». Il progetto di far loro del male? «Le uova le tiravamo sempre io e Matteo — ha detto ancora Montalbetti — ma non c’erano obiettivi predeterminati». Chi capitava a tiro veniva colpito.
Matteo Piovano ricostruisce nel dettaglio il lancio contro Daisy. «Ricordo che eravamo nella macchina e io mi trovavo sul sedile posteriore lato destro, era verso mezzanotte. Eravamo in corso Roma e la ragazza era nei pressi di un semaforo all’incrocio. Noi con la macchina passavamo vicino a lei e lanciavamo un uovo, senza scopi razziali, ma come le altre volte, per gioco». «Non abbiamo capito che si era fatta male» ha detto Federico De Pascali. «Abbiamo colpito, sempre la stessa sera, un ragazzo con una maglia bianca».
Addirittura dopo aver colpito Daisy, un quarto d’ora più tardi. A dimostrazione del fatto che non avevano idea di che cosa sarebbe accaduto dopo: l’atleta ferita all’occhio, la visita all’ospedale, le foto, le polemiche e poi le videocamere di sorveglianza che hanno immortalato la targa del Doblò. In poco più di due giorni i carabinieri hanno risolto il giallo: Roberto De Pascali, giovedì mattina è stato fermato mentre andava al lavoro col furgone, sulla fiancata aveva ancora i segni delle scorribande del figlio. I ragazzi già sapevano ma non avevano avuto il coraggio di confessare. «Abbiamo letto sui giornali mentre eravamo al mare — ha detto Fabio — e immediatamente abbiamo collegato i fatti». L’accusa di razzismo però no. Il gruppo si era dato una regola: niente persone di colore tra gli obiettivi dello scherzo. «Altrimenti il rischio è di finire nei guai».
Fin qui i commenti di Travaglio e le cronache di Giustetti. Ora una riflessione. Gli italiani, diciamoci la verità, sono stati sempre razzisti, come il resto del mondo. Solo che i grandi afflussi di nuove razze sono vecchi di oltre mille anni e di solito i nuovi arrivati (visigoti, longobardi, greci e quant’altri) venivano a sottomettere i vecchi abitanti, per cui zitti e mosca o quelli ti infilzavano come un tordo. I cosiddetti italiani o latini, peraltro, erano per conto loro un bel miscugli etnico, fra vecchi abitanti del posto (liguri, galli, veneti, brutii, sicani ecc.) e schiavi sopravvissuti alle angherie padronali e deportati (in Emilia furono insediate e disperse, fra Modena, Parma e Reggio, tribù di goti ferocissime fra cui i Taifali, le cui dissolutezze e nefandezze potete rispolverare al paragrafo 9 del 31 mo libro della storia di Ammiano Marcellino). Ma ormai, di secoli di sovrapposizioni razziali, incroci e insediamenti resta traccia solo nei cognomi. Per il resto del mondo, siamo tutti italiani.
E noi, fedeli al cliché e al mito degli italiani brava gente, ci siamo autoconvinti di non essere razzisti. Un po’ ci ha aiutato il cattolicesimo imperante, un po’ l’internazionalismo comunista che nell’Urss aiutò a coprire l’antisemitismo dei russi, più vecchio e più feroce (anche se meno tecnologico e cientifico) di quello dei tedeschi.