Marino chi ce l’ha messo? D’Alema, Bersani. Cacciari ricorda

di Sergio Carli
Pubblicato il 3 Novembre 2015 8:19 | Ultimo aggiornamento: 3 Novembre 2015 8:19
Marino chi ce l'ha messo? D'Alema, Bersani. Cacciari ricorda

Ignazio Marino in bicicletta. Basta guardare questa foto per capire. Cacciari sbeffeggia il Pd: avevano Gentiloni e invece hanno preferito Marino

ROMA – Ignazio Marino, ma chi ce l’ha messo? Spunta un nuovo indiziato, Massimo D’Alema. Ecco come.

Al di là degli incauti che lo hanno votato, per disperazione dopo il ciclone Alemanno, la mano che ha dato il tocco finale è nota,  quella di Pierluigi Bersani, il simpatico politico di Bettole (Piacenza) che a quasi 20 anni dall’avere ingaggiato e perso la guerra agli Ordini professionali (era partito con l’intenzione di sterminarli e ci ha lasciato con più ordini di prima) ha coronato la sua carriera col capolavoro di quasi consegnare l’Italia a Beppe Grillo e consegnandosi mani e piedi, per stare a galla, a Nichi Vendola: gli ha dato la carica di presidente della Camera, varie poltrone qua e là nei gangli vitali dello Stato, la presenza determinante nella giunta del Comune di Roma da cui è derivata la metà del disastro fatto da Ignazio Marino.

Sul Fatto di sabato 31 ottobre 2015, Pino Corrias alza il velo su una nuova verità:

“Ora fanno tutti i furbi che fischiettano guardando dall’altra parte, ma è opportuno ricordare chi andò su Marte a prelevare questo congegno extraterrestre che indossa la barba e la risata fuori tempo di Ignazio Marino. Fu – nell’anno 2006 – il solito genio della sinistra italiana, Massimo D’Alema, minimo capitano del nostro peggiore ventennio e che ora danza sulle ceneri della sua creatura e sul cratere che ha generato facendosi esplodere proprio al centro di Roma e del Pd.

“Fu D’Alema a candidarlo nel 2006, giorni memorabili del secondo governo Prodi, niente meno che alla poltrona di ministro della Sanità (“è un genio della Medicina, ve lo garantisco io, diciamo”). E fu sempre lui a imporlo senatore nel 2008 (“è un genio della politica, ve lo garantisco io, diciamo”) innescando quel moltiplicatore di autostima che trasformò il marziano Marino in un Marino ultra romano, capace di voltare le spalle al suo creatore per farsi autonomo, candidarsi alle primarie Pd tra Bersani e Franceschini come terzo incomodo, incassare il 10 per cento dei consensi per trasferirli a un altro capolavoro della politica – Ivan Scalfarotto, digiunatore – a prefigurare il peggio che ora ci accade”.

Con le gerarchie del Pd non è tenero nemmeno Massimo Cacciari,che a suo tempo aveva visto lungo puntando su Luca Montezemolo come modello di leader per fare uscire Italia e Sinistra dal pantano (Matteo Renzi è un Montezemolo rozzo, antipatico e molto più esperto della tecnologia della politica). Intervistato da Marco Bresolin per la Stampa del primo novembre 2015, Massimo Cacciari  stato lapidario:

Avevano Paolo Gentiloni e invece si sono inventati Marino: bene, questo è il risultato”.

La colpa non è di Ignazio Marino, ha elaborato Cacciari,

“ma di chi l’ha messo lì, a dimostrazione dell’assoluta mancanza di una politica di formazione della classe dirigente. [Marino] era uno che non sapeva neanche che fosse di casa a Roma, non aveva alcuna esperienza amministrativa. Era soltanto un semplice megalomane: questo era risaputo da tutti, dalla comunità scientifica, dai suoi stessi colleghi”.

Marino però, obietta Marco Bresolin, ha vinto le primarie. Replica Cacciari:

“Le primarie, fatte in questo modo totalmente dilettantesco, non servono a niente. Servono solo alla resa dei conti interna al partito. O sono normate con regole rigidissime, con un albo degli elettori, come negli Usa, o sono delle bufale colossali”.

E ora a Roma cosa succederà?

“Il centrodestra cercherà di competere con Alfio Marchini, ma vinceranno i Cinque Stelle. Il Pd non arriverà al 10%. Ci sarà una lista Marino: ormai è quasi costretto, per salvarsi la faccia”.