Mario Cuomo. Ombra della mafia sulla rinuncia alla Casa Bianca

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Gennaio 2015 14:05 | Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio 2015 15:29
Mario Cuomo e la rinuncia alla Casa Bianca: l'ombra della mafia

Mario Cuomo e la rinuncia alla Casa Bianca: l’ombra della mafia

NEW YORK – Mario Cuomo e la rinuncia alla Casa Bianca: l’ombra della mafia. Con la morte di Mario Cuomo il liberalismo americano perde il suo manifesto vivente più fiero e trascinante: per tre volte, questo figlio dell’emigrazione, fu eletto governatore dello stato di New York, ma fu anche l’italo americano che ha visto più da vicino la Casa Bianca, fermandosi però a un metro dal traguardo ben due volte e rinunciando in extremis alla candidatura offertagli dai Democratici.

Più di ogni altro italo americano sopravvissuto al razzismo dell’America anglo, il figlio di Andrea arrivato da Nocera Inferiore per aprire una “grosseria”, un negozio di generi alimentari a Queens e di Immacolata da Tramonti, sopra Salerno, portava le stigmate del messia politico. Sarebbe potuto essere il profeta, il Mosè di una comunità italo americana che mai aveva saputo crearsi una lobby buona, zavorrata dalla pessima lobby di Cosa Nostra. (Vittorio Zucconi, La Repubblica)

Ma sul perché, Amleto o Godot, non seppe decidersi, fioriscono, specie in questi giorni di lutto e commemorazione, giustificazioni soprattutto caratteriali, sociologiche, politiche (la sua avversione impopolare ma sempre coerente alla pena di morte su cui ogni anno pose il veto) senza mai menzionare, se non di striscio, l’inevitabile accostamento con la parola mafia o la ricattabilità per la brutta storia di malversazioni del suo più stretto collaboratore a Albany (sede del Governo di New York State). Così Cuomo, a distanza di anni, nel 1992, si confidò con lo stesso Zucconi: “Perché avrei perso e i tempi non erano ancora maturi per un presidente con un nome italiano”.

A proposito della “inevitabilità” del contatto mafioso per il figlio di immigrati italiani, però, forse è più illuminante il ricordo di Maurizio Chierici sul Fatto Quotidiano.

Volevo capire da Cuomo, liberaldemocratico dal grande futuro, da che parte stavano gli italiani nel duello per la Casa Bianca, Reagan contro Carter. “Grande futuro? “Impossibile si schernisce.“ I miei hanno aperto il negozio con le tasche quasi vuote e le banche non si fidavano degli italiani analfabeti. La sola “banca” comprensiva erano i cassetti di Vito Genovese, paesano di Nola, legato a Lucky Luciano.

Come ogni altro emigrante del Queens non avevano scelta. Timorati di Dio tiravano i giorni per pagarci l’università. Se mi offro al giudizio degli elettori dovrei spiegare la loro innocenza umiliata dall’usura dei gangster e solleverei sospetti che ne sporcherebbero la memoria. Non lo meritano”. (Maurizio Chierici, Il Fatto Quotidiano)

E del resto fu sempre Cuomo che, sollecitato dai giornalisti, “riuscì a mettersi nella scomoda posizione di negare l’esistenza della mafia (“Mi dici che la mafia è un’organizzazione, io ti dico che sono tutte sciocchezze”)”, ricorda il New York Times.

Resta che l’immagine più nitida della volontà oscillante dell’oratore più emozionante dell’America progressista sono i due aerei charter fermi sulla pista dell’aeroporto di Albany nel dicembre 1991 in attesa di condurre il governatore nel New Hampshire dove avrebbe dovuto volare per pagare i mille dollari utili a ufficializzare la sua candidatura alla Casa Bianca.

Gli aerei mai si mossero da lì quella notte, solo alle 3 e mezza, 90 minuti prima della scadenza termini, Amleto Cuomo decise che non avrebbe corso. Aveva sottoscritto un patto d’onore con gli elettori di New York State, il cui bilancio era da riscrivere. Gli rimase, però, al termine della sua lunga, invidiabile e sia pur monca carriera politica, la soddisfazione di vedere suo figlio Andrew (come il nonno) sedere sulla sua stessa poltrona (proprio in questi giorni ha giurato per il suo secondo mandato da governatore).