Portate i migranti dove abitano i ricchi, che così capiranno meglio il dramma di tanti italiani

Pubblicato il 18 luglio 2015 10:23 | Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2015 12:28
meglio il dramma di tanti italiani

Casale San Nicola: qui i neri (di pelle) non ce li vogliamo

ROMA – Monta la tensione in Italia sugli immigrati che la gente non vuole più vicino a casa, il Ministero dell’Interno lancia l’allarme ma non pensano a dislocarne un po’ nei quartieri chic delle città. A Roma ai Parioli, a Torino alla Crocetta, a Milano in via dei Giardini, a Genova sul colle di Carignano e via cantando.

In quelle zone abitano tra i più ricchi delle città e anche molti di quelli che trattano con spregio chi, vivendo sulla sua pelle l’impatto con una immigrazione forzata e incontrollata, ha reazioni inconsulte e anche ingiustificate.

Ha ragione, almeno in apparenza, il dirigente del ministero dell’Interno che ha detto al Messaggero:

“Stiamo parlando di 84 mila persone. In Italia ci sono 8100 comuni per sessanta milioni di abitanti. È una media di dieci migranti a comune. È questa l’invasione di cui si discute. Conta poco la questione politica, qui è in gioco la vita di persone”.

Il calcolo è giusto ma anche sbagliato: un comune è Milano, un comune è Quinto di Treviso o Casale San Nicola: fanno tre degli 8100. Ma l’impatto sulla popolazione è ben diverso.

Il calcolo sarebbe giusto se fosse accompagnato da piani seri di ricollocazione, di assorbimento, di impiego. In Italia ci sono milioni di stranieri. Senza di loro l’Italia sarebbe mezza morta. Sono gli stranieri che lavorano al posto dei milioni di italiani che vogliono uno stipendio un posto e poco o punto lavoro. Sono entrati in Italia alla spicciolata, una famigerata legge, la Bossi Fini ne  ha comunque consentito la regolarizzazione, in tutti questi anni.

Sarebbe stato meglio se l’Italia avesse elaborato una politica di accoglienza positiva e propositiva, come in Germania, e non si fosse dovuta basare su una legge che doveva abbigliare norme doverose in una demagogia razzista che doveva compiacere i proletariati di riferimento di Lega e An.

Facile dire che è la destra che soffia nel fuoco. Certo è vero ma per soffiare nel fuoco bisogna che il fuoco ci sia. Ad alimentarlo non sono solo i pregiudizi e le differenze di cultura e di abitudini fra gruppi di persone che fino a ieri vivevano distanti migliaia di chilometri, in diversi continenti. Chi ha memoria e ricorda l’impatto dell’immigrazione dal Sud al Nord dell’Italia ricorda le tante grandi e piccole incomprensioni. Quelle più forti erano sui livelli più bassi della società. Oggi Torino è una città meridionale, ma 40 anni fa era una miscela esplosiva ma lo scontro non riguardava la borghesia medio alta, che si era ritirata in collina e aveva lasciato ai nuovi arrivati il vecchio centro degradato. A Milano i ricchi avevano fatto muro attorno al centro e avevano relegato i terroni di tutte le provenienze nei nuovi quartieri delle nuove periferie, all’epoca note anche come Coree.

Il risultato era analogo: i ricchi hanno sempre guardato con disprezzo il razzismo dei proletari che votavano Pci ma detestavano i meridionali.

Così fanno ora i loro figli: mettete una bella fila di roulottes di zingari in viale Parioli, oppure dove abita il funzionario della Presidenza del Consigio preposto alla loro tutela. Vedrete che saranno meno oltraggiosi verso quei fascistacci che non vogliono i neri (di pelle non di camicia) vicino a casa.

Forse allora anche il ministro dell’Interno e quello del Welfare e quello della Salute si riuniranno, prenderanno i loro dirigenti per la pelle del collo e li costringeranno a studiare piani che non abbiano per sola conseguenza convivenza forzata con i più poveri dei nostri, vergognosi ghetti, magna magna delle cooperative più o meno rosse, più o meno nere.