Miracoli alla Rai: Repubblica e Fatto uniti a santificare Gubitosi e Andreatta

Pubblicato il 5 settembre 2012 14:07 | Ultimo aggiornamento: 5 settembre 2012 14:40
Eleonora Andreatta

Eleonora Andreatta

La Rai è diventata un nuovo altare del processo di santificazione della tecnicità contrapposta alla sempre più demoniaca politica.

Due giornali del 5 settembre, Repubblica e il Fatto, hanno gettato un ponte  tra le aspre parole dei giorni passati e si sono trovate unite nella scoperta di un nuovo fenomeno, il neo direttore generale della Rai Luigi Gubitosi.

Su Repubblica, Goffredo De Marchis esordisce definendo la nascita della politicizzazione della Rai con la legge Gasparri, come se prima il consiglio di amministrazione della Rai fosse stato formato non come espressione dei partiti di Governo e delle loro correnti cui doveva garantire il corretto flusso delle assunzioni, delle nomine e degli appalti, bensì con gli stessi criteri di una qualunque società per azioni e come se i consiglieri di una qualunque società per azioni siano scelti per titoli e esami, come piace al mondo dei professori (quelli naturalmente dei concorsi di cui tutti peraltro parlano tanto male) e non in base alla volontà degli azionisti principali.

La pezza d’appoggio per l’ingresso di Gubitosi nella schiera dei beati è nel fatto che presumibilmente parte della retribuzione di Eleonora Andreatta a capo di Rai Fiction sarà variabile. Cosa dovrebbe fare la Rai con la sola Andreatta: darle l’aumento di stipendio che le compete per le nuove accresciute mansioni sotto forma di compenso legato alla posizione, in modo che il giorno in cui sarà rimossa o lascerà l’incarico, rimanendo, come da tradizione, in Rai, tornerà al vecchio stipendio. Oggi, a quel che si sa, la situazione è che il libro paga della Rai annovera tutti i suoi ex direttori di rete, di tg e anche generali, con stipendio, metri quadrati d’ufficio e benefits incorporati.

Luigi Gubitosi

Luigi Gubitosi (LaPresse)

Si tratta di una prassi che molte aziende seguono, inclusa, a quel che si sa di alcuni casi, la stessa Repubblica: è un modo che legare lo stipendio alla funzione e evitare il giochetto di qualche astuto che alla prima lite con i capi si dimette non dall’azienda ma dall’incarico, conservando per intero il nuovo e maggiore stipendio.

A De Marchis però non lo hanno detto, e nemmeno a chi ha preparato il titolo, a tutte colonne: “Rai, per i direttori arriva lo stipendio variabile”. Non che la cosa non sia giusta, ma è il senso messianico del titolo che sorprende.

Per non parlare di Carlo Tecce sul Fatto. Di solito molto divertente da leggere, abile, graffiante, anche urticante, questa volta Tecce si produce nel doppio santino, quello di Gubitosi capace di scelte straordinarie e azzeccate, e quello della scelta, Eleonora Andreatta, che per carità non dipende dall’essere figlia di Nino, ma oerché è proprio tanto brava, tanto che Agostino Saccà (che chi lo conosce giura che non ha mai fatto niente che non fosse coerente con le indicazioni degli aventi titolo) la strappò a Mediaset.

Nella circostanza, Saccà, una specie di uomo nero per la sinistra, diventa una specie di arcangelo Gabriele, quello dell’annunciazione. E, nella circostanza, Ettore Bernabei, altro uomo tutto di carbone, diventa un eroe della produzione di santini e santoni, un grande fenomeno democratico e in fondo, via, diciamocelo, anche di sinistra.

Nella circostanza, per capire qualcosa, non c’è che leggere Libero….