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Papa Francesco “corregge” il Padre nostro, ma non il concetto del “pane quotidiano”

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Papa Francesco “corregge” il Padre nostro, ma non il concetto del “pane quotidiano”

CITTA’ DEL VATICANO – E’ la più conosciuta e diffusa delle preghiere cristiane, quella che, secondo il Vangelo di Luca (11,1), fu insegnata da Gesù stesso ai suoi discepoli che gli chiedevano come dovessero pregare. Eppure, a duemila anni di distanza, la sua versione è ancora controversa. E ora a dirlo è persino il Papa in persona. Nella preghiera del “Padre nostro” Dio che ci induce in tentazione “non è una buona traduzione”, afferma infatti papa Francesco nella settima puntata del programma “Padre nostro”, condotto da don Marco Pozza. Secondo Papa Francesco infatti Dio non induce in tentazione come recita il “Padre nostro”. Ma nella preghiera forse è sbagliata anche la traduzione del “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, un concetto facilmente confondibile con quello dell’accontentarsi e del non spingersi oltre, puntando in alto.

Errori di traduzione in effetti potrebbero esserci stati. Gesù parlava aramaico, i Vangeli sono stati scritti in greco, il nostro testo è in latino (tradotto da san Gerolamo). Molti passaggi. “Anche i francesi – spiega il Pontefice – hanno cambiato il testo con una traduzione che dice non mi lasci cadere nella tentazione: sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito”. “Quello che ti induce in tentazione – conclude Francesco – è Satana, quello è l’ufficio di Satana“.

Della controversia sulla preghiera più nota del cristianesimo si è parlato in queste settimane quando in Francia si è detto appunto addio al vecchio “Padre Nostro”. Dopo anni di discussioni sulla giusta traduzione, la nuova versione francese non include più il passaggio “ne nous soumets pas à la tentation” – “non sottometterci alla tentazione” -, che è stato sostituito con una versione ritenuta più corretta: “ne nous laisse pas entrer en tentation”, “non lasciarci entrare in tentazione”.

Secondo quanto ha scritto Le Figaro, la prima formula – “non sottometterci” – ha fatto credere a generazioni di fedeli che Dio potesse tendere in qualche modo una sorta di tranello, chiedendo loro di compiere il bene, li ‘sottometteva’ alla tentazione del male. “La frase attuale lasciava supporre che Dio volesse tentare l’essere umano mentre Dio vuole che l’uomo sia un essere libero”, ha commentato il vescovo di Grenoble, monsignor Guy de Kerimel, citato dal giornale.

Dopo mezzo secolo – la controversa versione venne introdotta il 29 dicembre 1965 – la Conferenza episcopale transalpina ha quindi optato per la nuova traduzione del Notre Père. Per aiutare i fedeli a memorizzarla, la nuova preghiera è stata distribuita in decine di migliaia di copie nelle chiese di Francia. Il cambio ufficiale è avvenuto due giorni fa, domenica 3 dicembre. Per la verità, anche in Italia, nella versione della Bibbia della Cei (2008), il passo “et ne nos inducas in tentationem” è tradotto con “e non abbandonarci alla tentazione”; l’edizione del Messale Romano in lingua italiana attualmente in uso (1983) non recepisce tuttavia questo cambiamento. Ora però è il Papa a sostenere pubblicamente che si dovrebbe cambiare.

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