Pensionati disperati. Odio di Repubblica e Corriere, portavoce del Governo

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 4 Maggio 2015 6:47 | Ultimo aggiornamento: 4 Maggio 2015 7:52
Pensionati disperati. Odio di Repubblica e Corriere, portavoce del Governo

Berlusconi fu il primo a infierire sui pensionati

ROMA – Se uno vuole capire perché i grandi giornali continuano a perdere copie, da 20 anni a questa parte, e oggi vendono la metà di quanto vendevano prima dell’avvento al Governo di Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato legga gli articoli pubblicati in questi giorni dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha restituito ai pensionati parte dei loro diritti e ha invitato al Governo, se vuole andare avanti sulla strada del giustizialismo peronista, a presentare il conto a tutti i cittadini e non solo ai pensionati.

Chi li legge più, se continuano a scrivere quello che hanno scritto in questi giorni contro i pensionati, che peraltro costituiscono il nucleo duro di quella sempre più esigua minoranza che si ostina a comprarli?

Invece i giornali, schierati dalla parte del Governo e in particolare del ministero del Tesoro, hanno negato ai pensionati il diritto a godere del frutto del loro lavoro per gli anni che restano loro da vivere, dopo avere versato per molti più anni contributi cui corrispondono ora gli assegni delle pensioni.

C’è un odio quasi razzista nei confronti dei pensionati che sembra quasi eterodiretto. Perché altrimenti i giornalisti che hanno scritto quegli articoli devono godere di uno stipendio che si presume superiore ai 1.550 euro lordi e con loro i direttori e tutti i colleghi i quali arrivarono a sostenere che con 2 mila euro netti si fa la fame mentre gli ex colleghi oggi in pensione non devono ricevere il frutto di soldi che se investiti bene o in una buona assicurazione quelle cifre renderebbero?

Le pensioni sono un impegno dello Stato verso i suoi cittadini. Se ci sono stati degli eccessi nelle elargizioni, esse sono frutto di leggi dello Stato, non di rapine. La scusa che ora come farà lo Stato, con tutti quei miliardi da restituire dopo la sentenza della Corte Costituzionale, non regge in un paese dove ogni giorno emergono scandali di sprechi e ruberie, dal Mose al mai fatto ponte sullo Stretto di Messina, dai Lavori Pubblici ai Grandi Eeìventi. Taglino quelli. Taglino i fondi alle Regioni a statuto speciale. Perché un pensionato deve accettare un futuro ancor più triste per far guadagnare Ercole Incalza e i suoi amici o perché un impiegato della Regione Sicilia guadagni il doppio di un suo equivalente nel Lazio?

Repubblica, giornale affermatosi dando voce alla protesta degli italiani contro il potere e contro ogni Governo, ne è ora, e lo è stato da tempo, tranne la parentesi di Berlusconi, durante la quale si è alienata il favore di una parte dei lettori per la monomaniaca guerra che ha portato alla caduta di Berlusconi ma non alla fine dei nostri problemi, una specie di organo ufficiale del Governo di sinistra in carica.

Gli articoli pubblicati su Repubblica e sul Corriere della Sera a partire dal 1 maggio, giorno successivo alla sentenza della Corte Costituzionaìle, tendono a rovesciare sui pensionati la responsabilità delle ripercussioni della sentenza sui conti dello Stato italiano, invece di indicare il vero colpevole del caos, Mario Monti, la cui cupa parentesi alla guida del Governo ci ha lasciato nudi senza portarci a nessuna meta.Vero è che durante la infausta stagione del Governo Monti i quotidiani erano, con rarissime e temporalmente limitate eccezioni, in ginocchio davanti a SuperMario, per poi adorare Enrico Letta e poi Pierluigi Bersani prima di trovare la via che da Damasco porta a Matteo Renzi.

Mario Monti, intervistato dalla Stampa di Torino, non ha avuto il pudore di tacere e si è detto “perplesso” della sentenza e ha assunto il tono da apocalisse che gli riesce tanto bene:

“Se non avessimo preso le misure necessarie, sarebbe intervenuto il default oppure sarebbe arrivata la Troika”.

“Quello della Corte è un mondo calmo, riflessivo, che deve ragionare ex post e non è esposto alle tempeste che i governi devono affrontare in situazioni di emergenza. Il nostro primo dovere allora era evitare il default. In quel caso, come oggi in Grecia, sarebbero state a rischio le pensioni, non solo il loro aumento per recuperare l’inflazione. Immagino che la questione sia stata dibattuta anche all’interno della Corte: secondo resoconti giornalistici la sentenza sarebbe stata adottata con sei voti a favore e sei contrari e il sì determinante del presidente”.

“Dal punto di vista finanziario la situazione dell’Italia di allora puntava pericolosamente in direzione della Grecia”. “Siamo in una fase della storia europea in cui bisogna fare i conti con diritti a prestazioni che una volta erano sostenibili, oggi no. Per l’Italia è la prima volta in cui la Corte fa qualcosa che rende più difficile il rispetto dei limiti europei, in Portogallo è già avvenuto più volte. Nell’eurozona c’è stata ampia convergenza fra i poteri legislativi ed esecutivi. Ma lassù, più in alto, c’è il mondo augusto e distaccato – non è una critica – delle corti costituzionali. Da un lato c’è quella portoghese, dall’altra quella tedesca che di tanto in tanto diffida Berlino dal consentire una politica monetaria o di bilancio più flessibile. Più che convergenza la chiamerei divergenza”.

Si sfiora il delirio, ovviamente non in termini clinici ma di ortodossia democratica: siamo all’apologia del colpo di Stato e d’altra parte chi meglio di uno diventato primo ministro grazie a un colpo di Stato bianco può esporre simili concetti?

Il primo a tirare sui pensionati è stato Federico Fubini, su Repubblica del primo maggio:

Se nel dicembre 2011 i mercati avessero capito che un muro portante della riforma pensioni era incostituzionale, e destinato a cadere, le conseguenze si sarebbero viste subito: probabilmente l’Italia avrebbe fatto default, o avrebbe chiamato la Troika, e quegli adeguamenti previdenziali strappati grazie alla Corte costituzionale sarebbero parsi quasi irrilevanti.

La difficoltà a monte sarebbe stata la stessa che hanno conosciuto milioni di greci: incassare gli assegni di cui 5,5 milioni di italiani attendono, con buoni argomenti legali, una nuova rivalutazione. Tutti i pensionati sopra i 1.450 euro lordi al mese — più di un terzo dei 16,3 milioni di italiani a riposo — andranno indennizzati. Sul passato, e sul futuro. Aspettano i rimborsi per il mancato adeguamento sul 2012, per quello del 2013, quindi gli interessi per entrambi gli anni e da ora potranno ricalcolare gli adeguamenti futuri del valore del loro trattamento di quiescenza a partire da una base più alta.

L’impatto è a più stadi. Il costo della sentenza per il contribuente è così complesso che anche il Tesoro faticava a calcolarlo, o a capire come coprire l’ammanco.

[Pregasi notare il linguaggio: ammanco, come negli ammanchi di cassa, come nelle rapine. Ma la rapina l’ha fatta lo Stato e quello che sostengono il Governo e i suoi portavoce onorari equivale a dire: sì è vero, sei stato rapinato, ma non farti restituire il maltolto dal rapinatore, poverino è senza soldi].

A sentenza ancora calda, nei corridoi di Palazzo Chigi qualcuno ieri dava sfogo al fastidio per una decisione che mette la Corte costituzionale sopra al potere esecutivo e del parlamento su una materia così vitale.

[Ma caro Fubini, per questo c’è la Corte Costituzionale, per garantire ai cittadini che la Costituzione non sia violata da nessuno. Anche lo stupore di Elsa Fornero per quella sentenza è sulla stessa linea della Costituzione flessibile e sottomessa. L’esecutivo non è sopra la Costituzione, se lei è davvero convinto di queste parole e non ne esprime dissenso, c’è proprio da avere paura non per quel che pensa lei ma per il giornale su cui spara di queste orribili affermazioni].

Le falle aperte dai giudici costituzionali sulla previdenza sono almeno tre.
La più immediata è politica: Matteo Salvini ha incardinato la “politica economica” della Lega sull’assalto alla riforma pensioni cui Elsa Fornero, allora ministro, dette il nome e l’impianto. Il testo di quel provvedimento, inserito nel decreto “salva-Italia” del 22 dicembre 2011, si appella alla «contingente situazione finanziaria» di allora per congelare per due anni gli scatti sulle pensioni almeno tre volte più alte del minimo. Secondo i giudici costituzionali (la cui età media è 70 anni, otto su dodici in età di pensione [qui siamo nell’odioso e volgare attacco che sfiora il razzismo]) «le esigenze finanziarie del governo » — evitare il collasso allora imminente ed evidente — «non sono illustrate in dettaglio». Quel tassello della riforma dunque «valica i limiti di ragionevolezza e proporzionalità ».
C’è poi una falla di bilancio di impatto immediato. Se saranno da sborsare subito, quei cinque miliardi rischiano di cancellare qualunque discussione su un eventuale “tesoretto” e alzare il deficit di quest’anno dal 2,6% del Pil verso il 2,8%. Molto dipenderà da come il governo, come si anticipa in queste ore, riuscirà a “sterilizzare” l’impatto della sentenza della Consulta. Se non sarà possibile, o solo in parte, sarà ancora più difficile scrivere la Legge di stabilità da presentare in ottobre con un pacchetto di tagli di spesa. Servirà una manovra da almeno 15 miliardi, per evitare che scattino gli aumenti dell’Iva già previsti.

[Certo, giusto che sia così: devono pagare tutti, non solo i pensionati. Fubini incita all’odio verso una categoria di cui prima o poi anche lui farà parte. C’è da augurargli di risparmiare tanto e magari farsi una bella assicurazione.]

L’alternativa è una Finanziaria in deficit, ma ciò inizierebbe a rivelare la terza falla. È la meno visibile, ma la più profonda e pericolosa. Prima della sentenza di ieri, in base alle stime del Documento di economia e finanza, il costo delle pensioni in Italia sta esplodendo. Passa dai 248,9 miliardi del 2012 ai 283,9 miliardi del 2019. Un salto di 35, o meglio ora almeno 40 miliardi. Dal 2014 al 2019, il peso della previdenza cresce già ora oltre il doppio più in fretta del prodotto interno lordo (calcolato includendovi l’inflazione). Con la sentenza di ieri lo squilibrio può solo peggiorare. È il segno di un Paese che invecchia in modo impressionante. L’anno scorso sono nati in Italia appena mezzo milione di bebé, la metà del 1964 e il livello più basso da inizio ‘700. In Liguria ci sono già quasi 50 pensionati ogni 100 persone in età da lavoro, di cui metà inattive, e questo è il futuro di tutt’Italia. Matteo Renzi ha promesso di non toccare le pensioni e da ieri sappiamo che la Costituzione è dalla sua parte. Ma neanche i giudici della Consulta, nella loro saggezza, sanno come conciliare la biologia di una nazione con la sua Carta fondamentale”.

L’ultimo capoverso dà i brividi, è al di sopra di qualsiasi commento perché non ci sono parole che rappresentino lo stupore per tali concetti espressi da un giornalista con la storia e la cultura di Federico Fubini.

Enrico Marro, sul Corriere della Sera del 3 maggio, ribadisce i concetti, anche senza raggiungere il sublime di Fubini:

Colto di sorpresa dalla sentenza della Corte costituzionale, arrivata per giunta alla vigilia del ponte del Primo maggio, il governo si sta riprendendo dallo choc per una pronuncia che, sulla carta, potrebbe valere almeno 10 miliardi di euro sotto forma di rimborsi del mancato adeguamento all’inflazione per circa 6 milioni di pensionati, più una maggiore spesa per gli anni successivi difficilmente quantificabile.

L’Avvocatura dello Stato aveva stimato in 4,8 miliardi di euro il valore del blocco. Ma questa somma andrebbe più che raddoppiata perché l’adeguamento all’inflazione resta incorporato nella pensione e quindi si trascina negli anni successivi. Bisognerebbe rimborsare quindi anche per il 2014 e 2015. Inoltre, andrebbe prevista una maggiore spesa per gli anni prossimi, dovuta al ricalcolo delle pensioni stesse e al fatto che i futuri adeguamenti all’inflazione avverranno su un importo pensionistico maggiore. Insomma, il «tesoretto» da 1,6 miliardi, sul quale il governo contava grazie al miglioramento dei conti pubblici, basterebbe appena per cominciare l’operazione che richiederebbe in realtà una manovra.

Tutto questo ragionamento, però, è sulla carta. Il governo potrebbe con un decreto legge disciplinare l’esecuzione della sentenza con l’obiettivo di limitarne l’impatto sui conti pubblici. Potrebbe, per esempio, disporre intanto il ricalcolo delle pensioni con gli adeguamenti bloccati nel 2012 e 2013 mentre per gli arretrati avviare un rimborso a rate. Ma potrebbe anche prendere decisioni più drastiche, osserva l’esperto di pensioni Giuliano Cazzola, «disponendo per esempio una rimodulazione del blocco, facendolo restare solo sulle pensioni elevate, visto che la Corte ha bocciato la misura proprio perché colpiva anche quelle modesto». È evidente che in caso di applicazione limitata della sentenza il governo dovrebbe mettere in conto un nuovo contenzioso con la platea residua dei pensionati colpiti che finirebbe ancora davanti alla Corte costituzionale. Ma passerebbe qualche anno e non è detto che la Consulta, di fronte a una misura circoscritta alle pensioni più alte, boccerebbe la nuova legge.

Valentina Conte su Repubblica del 3 maggio si iscrive al partito dell’odio:

“In queste ore il governo studia la sentenza, calibrandone gli effetti. «Sembra inevitabile che ci siano impatti sulle finanze pubbliche per il passato e per il futuro», trapela dal ministero dell’Economia. «Occorre capire con cura qual è la dimensione di questo impatto. E valutare anche eventuali contromisure per il futuro, se necessario e se possibile. Ma è presto per dirlo».
I pensionati della Cgil calcolano il buco in 9,7 miliardi, sommando gli 8 miliardi del biennio Fornero e l’effetto del nuovo blocco del governo Letta (totale per le pensioni superiori a sei volte il minimo e parziale per quelle sopra le tre volte). Perdita media pro-capite di 1.779 euro negli ultimi quattro anni. «Chiediamo che i pensionati siano rimborsati in tempi celeri, così come avvenuto dopo l’altra sentenza relativa al prelievo di solidarietà sulle pensioni d’oro », insiste Carla Cantone, segretario generale Spi-Cgil.
«Si paga con quattro anni di ritardo l’arroganza di chi nel governo Monti, in quei drammatici giorni del 2011, con l’Italia a un passo dal baratro, non ha voluto ascoltare i richiami del Parlamento su esodati e blocco dell’indicizzazione », accusa Francesco Boccia (Pd), presidente della commissione Bilancio della Camera. «Ora sarà necessario una riclassificazione del deficit negli anni di competenza, 2012 e 2013, ma anche 2014, per l’effetto trascinamento. E questo potrebbe portare a un rapporto tra deficit e Pil sopra il tetto del 3%.
Dai primi conti, l’effetto per il periodo 2012-2014 è tra gli 8 e i 9 miliardi e di 3 miliardi l’anno per 2016-2017. Ecco perché ora governo e Parlamento devono lavorare compatti, senza polemiche e strumentalizzazioni, per convincere Bruxelles a non penalizzarci ancora e per sterilizzare gli effetti futuri con una nuova norma». Ad esempio tornando alla soluzione Prodi-Damiano del 2007, laddove «le esigenze di bilancio, affiancate al dovere di solidarietà, hanno fornito una giustificazione ragionevole alla soppressione della rivalutazione automatica annuale per i trattamenti di importo otto volte superiore al trattamento minimo Inps», scrivono i giudici della Corte Costituzionale nella sentenza 70 del 30 aprile scorso. Quel blocco, a differenza dell’altro Monti-Fornero, fu valutato come legittimo, perché non violava i principi di uguaglianza, solidarietà, proporzionalità e adeguatezza (cioè gli articoli 2,3, 36 e 38 della Costituzione). E dunque proteggeva gli assegni medio-bassi, colpendo quelli alti. Una soluzione già scritta”.