Pensioni. Monito ai sanculotti di Di Maio e Fico. In Nicaragua è rivolta

Pubblicato il 26 aprile 2018 6:36 | Ultimo aggiornamento: 25 aprile 2018 20:49
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Pensioni. Monito ai sanculotti di Di Maio e Fico. In Nicaragua è rivolta

Pensioni, dal Nicaragua un monito a  Luigi Di Maio, a Roberto Fico e ai sanculotti del Movimento 5 stelle. Il presidente Daniel Ortega voleva tagliare le pensioni e aumentare i contributi. Si è scatenata la furia popolare dove in quattro giorni di violentissimi  sono morte 25 persone. E il presidente del Nicaragua ‘sandinista’, Daniel Ortega, è stato costretto a fare marcia indietro e ritirare la contestata misura. Un paradosso per un ex guerrigliero di sinistra, costretto dal suo malgoverno a misure impopolari. Ora la gente in Nicaragua non si accontenta più della marcia indietro, vuole le dimissioni di Ortega, accusato di voler impiantare una dittatura famigliare.

La rivolta in Nicaragua è un monito per le velleità dei 5 stelle, cui si attribuiscono nefaste intenzioni nei confronti dei pensionati, con tagli senza senso se non derivante dall’invidia e dall’odio sociale di cui il Movimento 5 stelle è oggi il principale convettore e stimolatore.

Ortega in un primo momento in tv aveva dovuto dichiarare una limitata apertura a ‘trattare’, ma solo con le imprese, ricevendone un rifiuto. Poi ha deciso di schierare l’esercito a Esteli, uno dei centri-fulcro della rivolta, e a Managua.

Ma di fronte al rischio di una escalation incontrollabile della rivolta, in un messaggio alla nazione, ha revocato la riforma annunciando di voler aprire un dialogo per uscire dalla crisi. I manifestanti si oppongono alla riforma delle pensioni, che prevede una riduzione degli assegni sociali del 5% a fronte di un incremento dei contributi chiesti tanto ai lavoratori quanto alle imprese.

Una riforma dettata, secondo il presidente Ortega, dalla necessità di salvare l’Istituto per la previdenza sociale (Inss), che sottrarrà almeno 200 milioni di dollari alle imprese, con forti rischi per l’occupazione. Iniziata spontaneamente in un centro commerciale di Managua, la protesta è aumentata durante i giorni seguenti, raccogliendo folle sempre più grandi e un’intensità crescente, con la dura repressione delle forze di sicurezza.

La risposta del governo è arrivata poche ore dopo che la dirigenza economica ha respinto il dialogo offerto dal presidente e ha chiesto la cessazione della repressione e il rispetto del diritto di manifestare dei nicaraguensi. Lungi dal cessare, la violenza in quattro giorni è andata crescendo: folle di oppositori si sono radunate notte e giorno nelle strade di Managua, e non solo. I 25 morti sono ancora una cifra ufficiosa – i media governativi ne ammettono solo 10 -, diffusa dal gruppo Cenidh che si batte per i diritti umani in Nicaragua.

Secondo gruppi per i diritti umani, oltre ai 25 morti, almeno altri 67 manifestanti sono rimasti feriti da proiettili veri o di gomma, altri pestati dai paramilitari della Gioventù Sandinista, mentre si sospetta che altre 43 persone Testimoni parlano di cecchini appostati sullo stadio di Managua, di giornalisti pestati. Di sicuro la polizia ha caricato usando i lacrimogeni contro i manifestanti che lanciavano pietre, hanno eretto barricate, dato alle fiamme uffici governativi a Leon, abbattuto e bruciato un ‘Albero della vita’, una delle grandi sculture luminose a forma di albero stilizzato, simbolo della rivoluzione socialista sandinista, volute dalla moglie di Ortega, Rosario Murillo. In un intervento trasmesso dalle tv nazionali, Ortega ha detto: ‘Quello che sta accadendo nel nostro Paese non ha un nome’. ‘I ragazzi non sanno nemmeno di venire manipolati’ e non sono coscienti, secondo il presidente sandinista, che criminali comuni delle violente gang si sono infiltrati nelle proteste, ‘criminalizzandole’ e mettendo a rischio gli stessi giovani. Una dichiarazione che, invece di acqua, ha apparentemente gettato benzina sul fuoco.