Pensioni d’oro, Di Maio le taglia? Ma se ha sbagliato i conti! Puro odio sociale, partito trasversale da M5s a Pd

di Sergio Carli
Pubblicato il 25 giugno 2018 6:40 | Ultimo aggiornamento: 24 giugno 2018 23:13
Pensioni d'oro. Pensionati in subbuglio, Di Maio ha aperto la guerra

Pensioni d’oro. Pensionati in subbuglio, Di Maio ha aperto la guerra

Pensioni d’oro nel mirino di Luigi Di Maio e del partito trasversale dell’odio sociale. Milioni di pensionati in agitazione. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] fermento, terrore.

Non si può dar loro torto. Leggete la dichiarazione di guerra del ministro Di Maio:

“C’è un’Italia che prende da anni ingiustamente una pensione d’oro e farà anche quest’anno vacanze da nababbi. Non sarà più così”.

Se qualcuno di voi lo ha votato, bel gli sta.

Gente che ha lavorato una vita, lavorato sodo, guadagnato bene e benissimo. Nell’attesa di arrivare al giorno della pensione, tirare i remi in barca e godersi finalmente la vita. Hanno creduto allo Stato, che ha promesso loro quelle pensioni che qualcuno vorrebbe se non togliere almeno decurtare. Con loro ci sono milioni di cittadini e cittadine, impiegati, operai, ferrovieri, piloti, steward dell’Alitalia, che sono andati in pensione credendo alla parola dello Stato, alle leggi del Parlamento. È vero che la soglia del taglio è a 4 o 5 mila euro netti al mese. Ma non si sa mai, una volta che metti in moto il ricalcolo

Le pensioni d’oro non sono frutto di rapine o espropri proletari come quello che ha in testa il presidente dell’Inps Boeri. Sono conseguenza di leggi del Parlamento italiano. Uno Stato che non garantisce i suoi sudditi, non merita rispetto.

Ora è arrivato un tale, dai dintorni di Napoli, e gliele vuole togliere. Uno che nel suo sito ufficiale glissa un po’ tanto sulle sue esperienze di lavoro. Steward in tribuna d’onore allo stadio San Paolo del Napoli? Co-fondatore di una società di marketing web? Sull’onda del successo dei sanculotti descamisados del Movimento 5 Stelle,  in partito dei vaffanc… di Beppe Grillo, si è ritrovato a 26 anni vice presidente della Camera. Grillo ricorda con quella acida tenerezza mista a crudele ironia tipica dei contadini dell’entroterra di Genova gli esordi del pupillo dei Casaleggio:

“Oggi è una macchina da guerra, ma quando lo abbiamo preso, in provincia di Napoli parlava come Bassolino. Io gli dicevo: Luigi come va? E lui: O nun me romp u cazz”.

Che uno così possa aspirare, quasi pretendendolo, al posto di Primo Ministro della Repubblica italiana, è simbolo di dove ci hanno portato 20 anni di propaganda stupida di quella sinistra stupida e demagogica che le varie mutazioni del Pci ci hanno propinato. Negando l’origine classista e il collegamento con la ex classe operaia, non più operaia ma sempre popolo, Ds, Pds, Pd ne hanno perso l’identità, conservandone metodi e miti. Persa la stella polare dello Stato guida, sono diventati dei borghesi velleitari. Slogan (togliamo lo champagne ai ricchi per dare i soldi ai poveri), miti (Berlusconi causa di tutti i mali dell’Italia), odio sociale (i più di loro sono borghesi, alto borghesi, l’odio verso i genitori si mescola al disprezzo verso gli inferiori: chi ha lavorato una vita invece di cazzeggiare con la politica è un inferiore, merita il loro disprezzo).

È il Pd che non ha saputo fare le cose per cui i ceti popolari lo avevano votato, incluso garantire un po’ più di sicurezza, è il Pd che ha fornito al M5s l’armamentario ideologico per l’odio di classe. Pensioni incluse. Non dimenticate quel che diceva Matteo Renzi, istigato da Tito Boeri e dal per fortuna eclissato Yoram Gutgeld. Nella sua rincorsa alla demagogia grillina, il Pd ha perso solo voti, anzi peggio, ne ha portato ai 5 Stelle. La gente ragiona così: se voi stessi che avete comandato in Italia per più di 20 anni dite che va così male non può che essere vero. Ma se è vero è colpa vostra e allora dovete andarvene. Chi ha un occhio un po’ più lungo aggiunge: Berlusconi era un fantoccio, Berlusconi aveva a cuore solo la salvezza delle sue reti tv e i suoi week end nella dacia di Putin. Per il resto aveva abdicato alla odiata sinistra. Pensate ai fondi pensionistici, il grande esproprio delle liquidazioni. Chi li amministra? Sindacalisti in pensione.

Sarà uno studio interessante quello sul percorso compiuto dall’Italia dal compromesso storico in avanti: prima il Pci ha ucciso la Dc e il Psi e ci ha dato Berlusconi; poi il Pd ha cercato di uccidere Berlusconi, e ci ha dato Mario Monti e Beppe Grillo.

Un quarto di sec0lo di lotte senza quartiere, in cui la Morale è assurta a Ente supremo, come ai tempi di Robespierre, ha spostato i termini della legalità, da valore assoluto a strumento finalizzato al conseguimento dell’obiettivo supremo.

Luigi Di Maio non è solo nella sua guerra ai pensionati d’oro. Come esposto in premessa, la guerra alle pensioni e ai pensionati d’oro incontra un consenso trasversale. In prima fila il post comunista (moderato perché non alza la voce) Cesare Damiano.

Ci sono due giornali che meritano una attenta lettura sul tema pensioni, Repubblica e il Fatto quotidiano. Sembrano cronache oggettive, anche se traspare un po’ di frustrazione perché quel che vorrebbe fare Di Maio non appare sufficiente a soddisfare la voglia di sangue.

Nessuno dei due giornali riesce però a nascondere la realtà: che si tratta di una fiera cazzata, con l’unico obiettivo di incassare qualche voto in più dalle  masse di invidiosi che votanoM5s. I numeri non mentono e rivelano il bluff propagandistico.

“Tagliare le pensioni d’oro per finanziare gli assegni più bassi” è, ha scritto Marco Maroni sul Fatto, il “pallino” di Di Maio: “Vogliamo finalmente abolire le pensioni d’oro, che per legge avranno un tetto di 4.000/5.000 euro per tutti quelli che non hanno versato una quota di contributi che dia diritto a un importo così alto. E grazie al miliardo che risparmieremo potremo aumentare le pensioni minime”,

Maroni onestamente avverte che “la strada per passare all’azione legislativa appare stretta. L’Inps eroga 21 milioni di pensioni, per una spesa che nel 2017 è stata di 200 miliardi di cui 179 per gli assegni previdenziali: per tirare fuori un miliardo tondo da quelle cosiddette “d’oro” senza incorrere in problemi di costituzionalità è impresa complicata.

I tecnici del ministero, scrive il Fatto, lavorano su due ipotesi:

1. un prelievo che gravi solo sulle pensioni accumulate in gran parte col vecchio sistema “retributivo”, che calcolava l’assegno utilizzando come parametri lo stipendio percepito e gli anni di versamenti, non i contributi effettivamente versati. […] Le simulazioni in mano a chi segue il dossier al ministero parlano di un incasso di 480 milioni lordi, circa 300 al netto delle imposte versate, e il ricavato sarebbe destinato alle pensioni sociali con un provvedimento da varare prima dell’autunno.

I ministeriali erano stati preventivamente sbugiardati dal presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla, vicino alla Lega, persona intellettualmente onesta, candidato al posrto di vice ministro del Welfare e per questo lasciato in un angolo.  “Se tutto va bene” si recupereranno “160 milioni” perché su 16 milioni di pensionati la misura riguarda “meno di 27 mila pensionati”.

Tenete sempre ben presente che i pensionati nel mirino di Di Maio non hanno commesso rapine o espropri. Si sono avvalsi delle leggi in vigore. Chi crederà più a uno Stato che si rimangia la parola data? Solo i criminali e i mafiosi.

Un prelievo di solidarietà sulle pensioni d’oro l’aveva già tentato il governo Monti nel 2011. Colpiva in modo progressivo le prestazioni superiori ai 90 mila euro lordi l’anno. Fu però bocciato dalla Corte costituzionale, che lo considerò un prelievo tributario “irragionevole e discriminatorio”.

2. una specie di contributo di solidarietà triennale anti-crisi come quello inserito nella Finanziaria approvata dal governo Letta nel 2014, sul quale la Consulta non ha avuto da eccepire. Ma solo in quanto “eccezionale e temporanea”. Difficilmente potrebbe passare al vaglio dei giudici costituzionali una misura che invece fosse strutturale.

Su Repubblica, Marco Ruffolo ha fatto anche lui i suoi conti. Il tono del suo articolo spiega perché Repubblica vende sempre meno. Usa un linguaggio degno del fu quotidiano dei lavoratori, prendendo a schiaffi la categoria dei “ricchi” cui appartengono i sempre meno numerosi compratori di Repubblica. Bisognerebbe imporre ai giornalisti che scrivono di queste cose di riportare, sotto la firma, il loro stipendio.

Ruffolo è deluso perché, facendo i conti, “[scopre] che in media i pensionati d’oro subiranno il primo anno un taglio di appena 284 euro al mese, mentre a partire dal 2020, includendo l’effetto-flat tax, si arricchiranno di quasi 1.700 euro mensili, il 30% in più del loro reddito iniziale. E il miliardo per i meno abbienti, ottenibile con tagli alle pensioni d’oro di oltre 4 mila euro netti, accontenterà solo mezzo milione di pensioni bassissime, contro gli attuali 4,3 milioni.
Quanti sono i pensionati che ricevono oggi un assegno mensile netto superiore a 5 mila euro, pari a un lordo di 8.500 euro?  Trentamila, risponde Ruffolo: “Ma se la soglia degli assegni d’oro si abbassa a 4 mila euro, salgono a 100 mila”.

Quelle che seguono sono parole da brivido:

“L’Istituto di previdenza traccia anche l’identikit del pensionato ricco medio: prende ogni mese 10 mila euro lordi, 5.837 netti. Per la pensione di questi 30 mila “nababbi”, lo Stato spende circa 4 miliardi l’anno. Ma ovviamente, non si può cancellare con un tratto di penna il loro intero assegno”.

Un’idea l’aveva lanciata mesi fa lo stesso Boeri: tagliare le pensioni d’oro, ridurre i pensionati alla fame, farli morire in anticipo sui tempi del Padreterno. Nemmeno Goebbels aveva concepito un piano tanto sofisticato.

Ruffolo ci rimane male ma è persona onesta e si arrende all’evidenza dei numeri, che confermano quelli del Fatto:

Il problema è calcolare a quanto ammonta per i più ricchi lo squilibrio tra pensione e contributi. I maggiori esperti di previdenza concordano sul fatto che per ogni pensione percepita con il sistema retributivo, questo squilibrio è in media pari al 25%. Ossia chi prende una pensione di 100 ha versato contributi solo per 75. Però – avvertono gli esperti di Tabula, guidati da Stefano Patriarca –  è che man mano che consideriamo pensionati sempre più ricchi, quello squilibrio si riduce fino ad arrivare al 5% per chi prende oltre 5 mila euro netti. Infatti al crescere della retribuzione, i rendimenti percentuali scendono (con aliquote via via minori). La conseguenza è che il taglio previsto per i 30 mila “nababbi” non potrà superare il 5%.
Una sforbiciata del 5% significa una riduzione mensile di 500 euro lordi e 284 netti. Insomma, sembra proprio che la prossima estate, il nostro “nababbo” potrà godersela ancora come prima. Con il solo sacrificio di rinunciare a meno di due pacchetti di sigarette al giorno. O a una pizza. Ma non è finita qui, perché dal 2020 dovrebbe entrare in vigore (copertura permettendo) la flat tax, i cui guadagni, concentrati sui redditi più alti, riguardano anche i pensionati.
Con aliquote Irpef al 15% sotto 80 mila euro e al 20% sopra, non sono difficili i calcoli che può farsi da solo ogni contribuente danaroso: sulla maggior parte del proprio reddito non graverà più un’aliquota del 43% ma del 20. Più che dimezzata. Il nostro pensionato d’oro riceverà così un beneficio fiscale di 1.958 euro netti al mese. Anche levandoci i 284 euro di taglio della pensione, fanno un bel risparmio finale: 1.674 euro. Al mese. Al netto delle tasse. Il 30% in più in portafoglio, secondo Tabula. Insomma, la vacanza del nababbo non solo non si impoverisce ma può arricchirsi con un bel volo per due persone, andata e ritorno, Roma-New York. Volando low cost.
Ruffolo ci rimane male. A prescindere dal regalo finale ai più ricchi, quanto otterremmo dai ai piccoli tagli alle pensioni d’oro per rimpinguare gli assegni più bassi? E’ plausibile tirar fuori un miliardo? Se lo Stato non dà più 500 euro lordi al mese a 30 mila italiani, alla fine risparmia circa 200 milioni. Che diventano poco più di cento perché il fisco perde le tasse sulla parte di pensione non più corrisposta. Al miliardo di Di Maio mancherebbe uno zero. L’unica possibilità di arrivare a quella cifra, conclude Patriarca, è abbassare la soglia delle pensioni d’oro da 5 a 4 mila euro netti. Ma poi anche con un miliardo, ci si dovrebbe limitare ad alzare di 150 euro al mese (da 630 a 780 euro) la pensione di sole 500 mila persone.