Peste ad Atene, 27 secoli fa come oggi col covid: medici impreparati, male ignoto, alito fetido,i sintomi nel racconto dello storico Tucidide

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 15 Novembre 2020 18:19 | Ultimo aggiornamento: 16 Novembre 2020 10:30
Peste ad Atene, 27 secoli fa come oggi col covid: medici impreparati, male ignoto, alito fetido,i sintomi nel racconto dello storico Tucidite

Peste ad Atene, 27 secoli fa come oggi col covid: medici impreparati, male ignoto, alito fetido,i sintomi nel racconto dello storico Tucidite

Peste ad Atene, 430 a.C. , 27 secoli fa. Leggendo la descrizione dello storico Tucidide sembra di leggere i giornali di questi giorni.

Peste o forse tifo petecchiale (epidemia originata dal morso di un pidocchio). Fu una strage che durò alcuni anni ad Atene. Intere famiglie furono distrutte. Ne morì anche Pericle, uno dei più grandi statisti di tutti i tempi. Tucidide, politico e generale ateniese e poi storico fra i più antichi, descrive cosa accadde ad Atene in quei mesi. Siamo nel libro 2, capitolo 47, delle sue Storie. I medici erano impreparati, perché era la prima volta che il male si manifestava.

In prima linea nella lotta alla peste, allora, come oggi col covid, erano i primi a morire. Lo stesso Tucidide se la cavò. Così fu in grado di descrivere i sintomi in dettagli che ancora oggi fanno accaponare la pelle. 

“Non si ricordava che ci fosse stata da nessuna parte una peste talmente estesa né una tale strage di uomini”. 

I medici non l’avevano mai vista

I medici non erano di nessun aiuto, a causa della loro ignoranza, poiché curavano la malattia per la prima volta. Ma anzi loro stessi morivano più di tutti, in quanto più di tutti si avvicinavano ai malati; né serviva nessun’altra arte umana”.

Oggi nemmeno il Papa attribuisce il covid a qualche punizione divina. Si limita a pregare e a fare il sociologo. A quei tempi la religione era vita quotidiana per tutti, ma con risultati anche allora modesti.

“Tutte le suppliche che facevano nei templi o l’uso che facevano di oracoli e cose simili, tutto ciò era inutile; e alla fine essi se ne astennero, sgominati dal male”.

Il morbo arrivò dal mare, ora con l’aereo

Probabilmente la peste arrivò dal mare, come nel ‘300 la peste portata dalle navi genovesi dal Mar Nero. Oggi si è diffuso con gli aerei. Secondo lo storico, l’epidemia scoppiò in Etiopia, “nella parte al di là dell’Egitto. Poi scese anche nell’Egitto, nella Libia. Nella città di Atene piombò improvvisamente, e i primi abitanti che attaccò furono quelli del Pireo”. Il porto di Atene, appunto. Poi arrivò anche nella città alta, e da allora i morti aumentarono di molto.

Come un buon giornalista, sempre, anche Tucidide obbedisce a un obbligo professionale:

“Dirò in che modo si è manifestata e mostrerò i sintomi. Osservando i quali, caso mai scoppiasse un’altra volta, si sarebbe maggiormente in grado di riconoscerla, sapendone in precedenza qualche cosa”.

Testimonianza diretta di un cronista:

“Io stesso ho avuto la malattia e io stesso ho visto altri che ne soffrivano”.

Il morbo arrivò senza preavviso

“Quell’anno, come era riconosciuto da tutti, era stato, in misura eccezionale, immune da altre malattie”.

Poi però accadde che sempre più numerosi gli ateniesi, “senza nessuna causa apparente, mentre erano sani improvvisamente venivano presi da violente vampate di calore alla testa. E da arrossamenti e infiammazioni agli occhi.  E tra le parti interne la faringe e la lingua erano subito sanguinolente ed emettevano un alito insolito e fetido. 

“Poi, dopo questi sintomi, sopravveniva lo starnuto e la raucedine, e dopo non molto tempo il male scendeva nel petto, ed era accompagnato da una forte tosse. E quando si fissava nello stomaco lo sconvolgeva. E ne risultavano vomiti di bile di tutti i generi nominati dai medici. E questi erano accompagnati da una grande sofferenza.

“Alla maggior parte dei malati vennero conati di vomito che non avevano esito. Ma producevano violente convulsioni. Per alcuni ciò si verificò dopo che i sintomi precedenti erano diminuiti, per altri invece dopo che era trascorso molto tempo.

Pustole e ulcere

“Esternamente il corpo non era troppo caldo a toccarlo, né era pallido, ma rossastro, livido e con eruzioni di piccole pustole e di ulcere. L’interno invece bruciava in modo tale che i malati non sopportavano di esser coperti da vesti o tele di lino leggerissime. Né sopportavano altro che esser nudi. E ciò che avrebbero fatto con il più gran piacere sarebbe stato gettarsi nell’acqua fredda. Questo in realtà lo fecero molti dei malati trascurati, che si precipitavano alle cisterne in preda a una sete inestinguibile. Eppure il bere di più o di meno non faceva differenza”.

Non riuscivano a riposare. Soffrivano di insonnia. “Il corpo per tutto il tempo in cui la malattia era acuta non deperiva. Ma resisteva inaspettatamente alla sofferenza. Così la maggior parte dei malati moriva il nono o il settimo giorno a causa del calore interno, ma aveva ancora un po’ di forza”.

Diarrea liquida

“Se si salvavano, la malattia scendeva ancora nell’intestino, si produceva in esso una ulcerazione violenta. Insieme sopraggiungeva un attacco di diarrea completamente liquida. E a causa della debolezza che essa provocava i più in seguito decedevano”.

“Il male colpiva anche gli organi sessuali e le punte delle mani e dei piedi. Molti scampavano con la perdita di queste parti, alcuni anche perdendo gli occhi. Altri, quando si ristabilivano, sul momento furono anche colti da amnesia. Che riguardava tutto, senza distinzioni, e perdettero la conoscenza di sé stessi e dei loro familiari”.

“Alcuni morivano per mancanza di cure. Altri anche curati con molta attenzione. Non si affermò nemmeno un solo rimedio, per così dire, che si dovesse applicare per portare a un miglioramento. Infatti proprio quello che giovava a uno era dannoso a un altro”. 

“Nessun corpo si dimostrò sufficientemente forte per resistere al male, fosse robusto o debole, ma esso li portava via tutti, anche quelli che erano curati con ogni genere di dieta”.

“Ma la cosa più terribile di tutte nella malattia era lo scoraggiamento quando uno si accorgeva di essere ammalato. I malati si davano subito alla disperazione, si abbattevano molto di più e non resistevano). E il fatto che per aver preso la malattia uno dall’altro mentre si curavano, morivano come le pecore. Questo provocava il maggior numero di morti”. 

Social distancing non prescritto ma decisivo

“A quel tempo non si parlava di mascherine né di social distancing. Ma le regole sono sempre quelle. Così quelli che si recavano dai malati perivano, soprattutto coloro che cercavano di praticare la bontà. Grazie al loro senso dell’onore non si risparmiavano nell’entrare nelle case degli amici. Dato che alla fine addirittura i familiari interrompevano per la stanchezza anche i lamenti per quelli che morivano, vinti come erano dall’immensità del male”.

“Tuttavia, più degli altri coloro che erano scampati avevano compassione per chi stava morendo o era malato. Perché avevano già avuto l’esperienza della malattia. E perché loro ormai erano in uno stato d’animo tranquillo”.

Immunità di gregge. “Il morbo infatti non coglieva due volte la stessa persona in modo da ucciderla. E gli altri si congratulavano con loro. Ed essi stessi, nella gran gioia del momento, avevano un po’ di vana speranza che anche in futuro nessuna malattia li avrebbe mai più potuti uccidere”.