Pil, 60 anni di storia d’Italia da 40 a 2 mila miliardi: grazie all’Europa ma gli ultimi 10 sono stati un disastro

di Sergio Carli
Pubblicato il 14 Novembre 2021 7:35 | Ultimo aggiornamento: 14 Novembre 2021 17:08
Pil, 60 anni di storia d'Italia da 40 a 2 mila miliardi: grazie all'Europa ma gli ultimi 10 sono stati un disastro

Pil, 60 anni di storia d’Italia da 40 a 2 mila miliardi: grazie all’Europa ma gli ultimi 10 sono stati un disastro

La storia d’Italia attraverso il Pil, un filo di Arianna nel nostro recente passato, una serie di successi e qualche ombra. 
Possiamo essere orgogliosi dei nostri ultimi decenni. Un po’ meno dell’ultimo: fra il 2008 e il 2020 i nostri governanti hanno solo aggravato i danni della congiuntura internazionale. E c’è da scommettere che, scivolato Mario Draghi nell’oblio del Quirinale, andrà solo peggio.

Vediamo però per iniziare i nostri successi. In 60 anni, il prodotto dell’Italia è passato da 40 a 2 mila miliardi di dollari (pre covid). La nostra crescita si è fermata nel 2008. Quello è stato un anno di picco non solo per noi. Ma da allora al 2020 siamo quelli dei grandi europei che abbiamo performato peggio.

Abbiamo perso 513 miliardi di dollari di Pil, mentre gli inglesi ne hano perso 395, i francesi 315, i tedeschi son cresciuti di 76 miliardi.

Più significativo ancora è il dato del Pil pro capite, il Pil diviso il numero degli abitanti, nel confronto con i più ricchi del mondo, gli Usa, e con i ricchi europei.

Nel 1960, il Pil pro capite italiano era meno del 60% di quello americano, mentre il rapporto Francia-Usa era del 65%, quello di Gran Bretagna, Germania, Danimarca, Svezia, Olanda era sopra il 70%. 
Nel 2000, 40 anni dopo, eravamo saliti sopra il 70%, in linea con Francia, Germania, Gran Bretagna.

Non è merito dei nostri governanti. I dati di dettaglio lo dimostrano: è al mercato comune europe che dobbiamo dire grazie

Il grande balzo in avanti delle economie nazionali europee è dovuto al mercato comune europeo. L’abolizione delle dogane ci ha allineato con gli Stati Uniti. La loro  forza principale è sempre stata quella di vivere in una dimensione continentale del mercato da due secoli prima di noi.
Per l’Italia, gli anni di grande crescita sono stati quelli fra il ’60 e l’80. Sono ovviamente cresciuti anche gli altri Paesi, ma in misura inferiore. Così li abbiamo raggiunti.

Merita guardare nel dettaglio l’andamento del Pil italiano negli ultimi 35 anni, quelli più vicini a noi. Li hanno caratterizzati eventi internazionali di un certo impatto per noi. Pensiamo che sono fisicamente morti due partiti chiave della guerra fredda, baluardi dell’anticomunismo e antisovietismo, la Democrazia cristiana e il Partito Socialista.

Evento chiave è stata la fine dell’Unione Sovietica, simboleggiata dalla caduta del Muro di Berlino. Non è da dire che la voglia di comunismo sia finita, basta seguire la politica italiana per rendersene conto.

Il boom dopo la fine dell’Unione Sovietica

E finora la mutazione in corso in Cina, a partire dalla morte di Mao, alla fine degli anni ’70, non ha avuto effetti sulle nostre inclinazioni ideologiche. La Cina è tutt’altro che vicina, è l’altra faccia del mondo. Può magari averne avuto su singoli partiti nelle linee della diplomazia tradizionale (solo che una volta i soldi andavano a Talleyrand, oggi beneficiano i partiti).

Guardiamo il grafico interattivo di Google.

Balza agli occhi il divario sempre più accentuato fra la curva del Pil tedesco e quella del francese e dell’italiano. Va in parallelo un analogo trend del Pil pro capite. Credo voglia dire che la ricchezza individuale dei tedeschi è cresciuta, come è cresciuto il Paese. Anche grazie a una intensa quanto attenta e qualificata politica di immigrazione. 

Pil pro capite e fallimento di una dirigenza politica

Il trend del pil pro capite italiano a confronto con quello tedesco riassume, in pochi numeri, il fallimento della politica economica dei Governi italiani dell’ultimo decennio. Eravamo, nel 2008, a 41 mila dollari per italiano contro 45,4 mila dei tedeschi. Nel 2020 i tedeschi godevano di 45,7 a testa, gli italiani erano scesi a 31,7 mila dollari a testa.

C’è da farsi molte domande imbarazzanti.
Nella curva del Pil italiano si rilevano dei gradini o gradoni. C’è un primo balzo fra il 1985 e il 1992: il nostro pil è triplicato. Poi le montagne russe degli anni ’90, fino al 2000. In quel decennio qualcosa si è ingrippato in Italia. Non tutto mi torna, non tutto mi è chiaro.
Poi, superata rapidamente la crisi post Torri Gemelle, il salto: da 1.144 miliardi di dollari del 2000 a 2.399 del 2008. In quel periodo destra e sinistra (Berlusconi, 8 anni, Prodi, 2 anni), si sono alternate alla guida del Paese. Quel che c’è stato di positivo va attribuito alla congiuntura mondiale, quel che c’è stato di negativo è colpa loro.

Dal 2008 non ci siamo più ripresi

Caduto Berlusconi, Monti, Letta, Renzi ecc.si sono susseguiti. Mentre la Germania volava, la Francia calava la metà di noi e anche la Gran Bretagna se la cavava meglio dell’Italia (vedremo poi il film post Brexit fra qualche anno).
Ma non piangiamoci troppo addosso. Il Pil nel 2020 è stato di 1.886 miliardi, il 13% in meno del 2014, ma un bel po’ sopra i 1.144 miliardi del 2000, un bel 65% di crescita.

Il Pil, sigla per prodotto interno lordo dà la misura della ricchezza di un Paese. Giornali, giornalisti e filosofi di ispirazione grillina parlano con disprezzo di “partito del pil”, ignorando che o nemici del Pil potrebbero intestarsi il titolo di “partito dell’odio”.

Pil, spiega Wikipedia, è una grandezza macroeconomica che misura il valore aggregato, a prezzi di mercato, di tutti i beni e i servizi finali prodotti sul territorio di un Paese” in un anno. Esprime il benessere di una nazione relativamente al suo livello di sviluppo o progresso”. Interno perché comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese, escludendo dunque i beni e servizi prodotti dalle imprese, dai lavoratori e da altri operatori nazionali all’estero”.