Ponte di Genova, Conte deve mandare Colao da Piano e Bucci a imparare. Ma non lo ha capito

di Marco Benedetto
Pubblicato il 30 Aprile 2020 7:03 | Ultimo aggiornamento: 30 Aprile 2020 9:26
Ponte di Genova, Conte deve mandare Colao da Piano e Bucci a imparare. Ma non lo ha capito

Ponte di Genova, Conte deve mandare Colao da Piano e Bucci a imparare. Ma non lo ha capito (Foto Ansa)

Il ponte di Genova è una lezione per l’Italia. Peccato che pochi se ne siano accorti. Dei principali giornali di mercoledì 29 aprile, solo il Corriere della Sera ha queste parole: “È un modello per il Paese”.

Ma le ha dette il presidente della Regione Liguria, il milanese (d’adozione) Giovanni Toti.

Ci si sarebbe aspettato che a pronunciarle fosse Giuseppe Conte, presidente del Consiglio.

Invece di perdersi fra messe, ramadan e parrucchieri, sarebbe stato meglio che Conte avesse detto:

“È la prima volta in Italia. Come avete fatto? Mando subito Vittorio Colao e i suoi 17 espertissimi a vedere come avete fatto e carpirvi il segreto”.

Il segreto non è racchiuso in me, gli avrebbe risposto Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario alla ricostruzione del ponte.

Ma è sotto gli occhi di tutti. Forse non di chi non vuole vedere. Ma basta un minimo di voglia di capire.

Che invece non sembra sia molto diffusa.

Aggiungendo: è tutta una questione di poteri e procedure.

Bucci è entrato in politica da grande, a 58 anni d’età. Prima aveva fatto 30 anni di gavetta in multinazionali della chimica. 

Profilo medio, direbbe un cacciatore. Altro che il super manager Colao.

Ma esperienza dal basso, capacità di decisione e chiarezza di idee. Niente comitati, un uomo solo al comando.

E alla fine il ponte è stato completato, venti mesi dopo il crollo del vecchio ponte Morandi, alla vigilia di Ferragosto del 2018.

Nemmeno Giulio Cesare avrebbe fatto meglio.

Avendo accanto un tizio di nome Renzo Piano.

Il quale Renzo Piano avrebbe aggiunto: procedure, chiarezza di competenze e responsabilità, decisione senza retropensieri.

Piano è il più grande architetto italiano degli ultimi cent’anni e tra i più bravi al mondo.

Vai all’aeroporto di Osaka, in Giappone, o a New York, fra il palazzo del New York Times e il museo di J.P.Morgan, a Parigi al Beaubourg.

Sono i rari momenti d’orgoglio per un italiano all’estero.

Opere grandiose, alcune come Osaka quasi titaniche. Eppure la semplicità, l’essenzialità ti rapiscono. Senti la differenza.

Essenziale si può definire il nuovo ponte sul Polcevera. Piano ha progettato il suo ponte immaginandolo tutto in acciaio.

L’acciaio, dicono, è usato nella costruzione dei ponti in tutto il mondo. In Italia non piace. Pare che richieda molto poca manutenzione.

Può essere una malignità. Ma colpisce leggere sul Secolo XIX le meraviglie tecnologiche che caratterizzano il nuovo ponte.

Renzo Piano ha calcolato tempi e definito metodi. E la tabella di marcia fissata un anno fa finirà per subire un ritardo di qualche settimana, massimo un paio di mesi.

In mezzo c’è stata l’apocalisse del Covid-19 o coronavirus che ha bloccato quasi tutta l’Italia. E le burrasche e le piogge che sono la delizia di Genova d’inverno.

Ma non c’è da meravigliarsi che il completamento del ponte sia avvenuto quasi in sordina, rispetto alla portata e al significato dell’evento.

Se si tratta di mafia, allora si che siamo bravi a parlarne. 

Il successo di Genova è un qualcosa da sbandierare in tutto il mondo. Lo dico non da genovese della diaspora (ne sono venuto via 50 anni fa e non tornerei indietro).

Lo dico da italiano che un po’ il mondo lo ha girato.

Che spesso si è dovuto vergognare perché il principale effetto dell’antimafia è che all’estero tutti gli italiani sono mafiosi.

Che è consapevole che l’impero romano è caduto 1.600 anni fa.

Che Genova era tanto povera che i longobardi ci sono andati due secoli dopo aver preso Pavia.

Che le glorie nazionali del passato, Dante, Michelangelo, Raffaello, sono sottoterra da mezzo millennio. 

O sono andate a lavorare per i re stranieri, vedi Colombo. Dicono che attorno a Vasco de Gama c’erano i marinai genovesi.

Ma al servizio non del doge di Genova bensì del re del Portogallo.

E al servizio di qualche capitale straniera sono dovute andare le glorie recenti: Meucci, Marconi, tanti Nobel. 

Una cosa mai vista, a memoria d’uomo, quanto meno a partire dagli anni ’60.

Invece tutto quello che siamo stati capaci di rimarcare è stato che attorno a Conte a Genova c’era troppa gente.

Fenomeno scontato in qualsiasi evento di quella portata in qualsiasi regime.

Come se il completamento in tempo quasi perfetto di un ponte lungo un chilometro fosse come un barbecue su un terrazzo a Palermo.

Ci sono, in giro per l’Italia, opere mai terminate. Pensate al Mose che dovrebbe salvare Venezia.

Consentitemi un po’ di orgoglio genovese. A Venezia, ogni tanti anni piangono che la città sta per morire. 

Mezzo secolo fa fu il picco dei lamenti. Ci furono film e canzoni. Poi vendettero gli appartamenti ai ricchi italiani e stranieri, e tutto tacque.

Da quarant’anni si trastullano con un progetto di dighe e paratie mobili noto come Mose. Lo Stato italiano ci ha profuso qualche miliardo e ancora non funziona.

In compenso, a un certo momento, c’è stata una retata.

Ma non è colpa dei veneziani, la colpa è del sistema. Un ente pubblico, strattonato fra le competenze di enti, società civile, ambientalisti e mugugni vari.

A Genova, infatti, i due progetti chiave per rilanciare la città e il porto, il terzo valico ferroviario e la bretella autostradale che chiamano gronda.

Il terzo valico è stato a lungo ostaggio non solo dei grillini, ma dei pasticci politici, soprattutto a sinistra.

La linea ferroviaria dovrebbe essere pronta fra 3 anni, 10 dopo l’avvio dei lavori.

Punto d’arrivo sarà Novi Ligure, appendice di Genova oltre Appennino. Come farà il treno iperveloce a arrivare da Novi a Milano ancora non sembra chiaro.

Della gronda meglio non parlare.

La morale che si può trarre dalle vicende veneziane e genovesi, è:

che dove prevalgono calcoli elettorali e confusione decisionale e organizzativa tutto si impantana.

Coté giudiziari a parte.

Non parlo del Meridione, non parlo di tutti i casi di opere incompiute che sono pietre miliari della storia d’Italia.

Ma dovete riconoscere che il successo della ricostruzione del ponte di Genova, ha solo una chiave: procedure snelle, organizzazione chiara.

Lo scrivo pur con tutta l’ammirazione per Piano e Bucci che uno può provare.

E, alla base, un grande progetto. Tanto che Beppe Grillo ha dovuto tacere. E accantonare il bizantino progetto che all’inizio aveva deciso di sostenere.

Avrebbe perso l’amicizia di Piano. E la faccia.