Povertà: ecco come Di Maio l’ha eliminata: 2 case, conto in banca…la via italiana al sussidio

di Sergio Carli
Pubblicato il 8 marzo 2019 7:55 | Ultimo aggiornamento: 8 marzo 2019 8:14
Povertà vo cercando ch'è sì cara...2 case, conto in banca, la via italiana al sussidio

Povertà vo cercando ch’è sì cara…2 case, conto in banca, la via italiana al sussidio (foto Ansa)


Ecco come Luigi Di Maio ha eliminato la povertà. Ha spostato il paletto. 
Povero, per Di Maio e affini, vuol dire avere la casa di proprietà e una seconda casa che non valga (probabilmente da valore catastale) più di 30 mila euro.
Nonché un conto in banca che non superi i 6 mila euro (ma se in  famiglia ci sono dei disabili si va fino a 20 mila).
E poi, mi raccomando, niente auto o moto nuove e potenti, nessuna nave o barca.
Il Movimento 5 stelle ha davvero portato alla rivoluzione. I compagni dell’Istat gli hanno preparato il trampolino, per anni, Pd e germinazioni hanno unto lo scivolo.
Ed ecco la povertà, come definita da questa pseudo sinistra che unisce post comunisti, post cattolici e grillini, alla ricerca del voto facile. Siamo solo un passo avanti rispetto a quando Matteo Renzi, nuovo Peron, pontificava di giustizia sociale. 
Ora la nuova parola d’ordine è inclusione. o anche “contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale”.
Per me i poveri una vota erano davvero poveri. Niente casa di proprietà, meno che mai seconda casa, un conto in banca o libretto di risparmio tanto esile, che quando morivano non c’erano nemmeno i soldi del funerale.
Meglio oggi, non  c’è dubbio. Ma smettetela con le giaculatorie sulla povertà. Indimenticabile quell’Andrea Orlando che disse, con Enrico Rossi che gli faceva il controcanto: togliamo lo champagne ai ricchi, diamo i soldi ai poveri.
Saggiamente gli elettori della Spezia hanno negato a Orlando i loro voti. E le previsioni sono che i toscani faranno fare la stessa fine a Rossi.
L’inverecondo inseguimento della sinistra sulle piste dei grillini, da Bersani e Renzi in giù, è fra le cause della loro rovina. Ma quelli non se ne accorgono. E i giornalisti della pseudo sinistra da talk show e da salotto, anch’essi lontani dalla realtà, non suonano la sveglia, anzi si esaltano con la nomina a segretario del Pd del più comunista (e anche fisicamente e televisivamente il più accettabile) di tutti loro. 
Leggendo Valentina Conte su Repubblica mi sono venuti i brividi: sono, certifica l’Istat, 1,8 milioni di famiglie quelle che vivono in povertà assoluta, circa 5 milioni di persone, secondo il governo, 1 milione e 248 mila famiglie, circa 3,5 milioni di poveri assoluti, non in grado di far fronte alle spese essenziali.
Per strada non ne vedo. Dovrebbe essere che ogni 12 persone che incontro, una dovrebbe essere povera. In un’ora incrocerò mille persone, dovrei incontrare poco meno di 100 poveri assoluti. Ammetto la mia cecità sociale, ma di poveri assoluti o quasi ne vedo molto pochi.
Anche i rom che chiedono l’elemosina sotto casa mia sfoggiano luminosi smart-phone, che valgono un mese di reddito di cittadinanza o una giornata di questua.
Ho voluto provare per credere. Ho fatto il test dell’Istat. Ho inserito questi dati. Famiglia residente al Sud in area metropolitna con più di 250 mila abitanti. Componenti:
2 adulti sotto i 59 anni;
2 bambini in età fra 0 e 3 anni;
2 bambini fra i 4 e i 10 anni;
2 bambini fra gli 11 e i 17 anni;
2 anziani oltre i 75 anni.
A questa famiglia servono 2,272 euro e spiccioli al mese, secondo l’Istat per sfuggire dal recinto della “povertà assoluta”:
Mi rifiuto di ascoltare il mio amico friulano che mi sibile all’orecchio, con tono sprezzante: più che del reddito di cittadinanza hanno bisogno di anti concezionali. I figli possono anche venire da precedenti esperienze sentimentali. Meno si lavora, più si ha tempo libero da occupare, più i rischi di gravidanze occasionali aumentano. L’esperienza americana della Grande Società lo testimonia. Più figli da più mariti e mogli è un privilegio dei molto ricchi e dei molto poveri.
Duemila euro sono tanti. Le potenziali fonti di reddito nella nostra famigliola sono 4: nessuna pensione? nessun lavoro? quanto di nero? e se gli togli l’affitto e le vacanze (seconda casa consentita da Di Maio). 
Mi pare che questa storia del reddito di inclusione o di cittadinanza costituisca un macroscopico caso di voto di scambio.
Avverto: non è che i poveri in Italia non ci siano. Ci sono, anche se non dei numeri propinati da Istat e compagni.
Ma il dubbio che quei poveri veri siano esclusi: non hanno dimora, probabilmente non votano…
C’è poi una domanda che mi tormenta. Come saranno spesi quei soldi?
La beffa sarebbe che i residenti al Nord, molti dei quali di origine meridionale come i quadri della Lega testimoniano, pagassero le tasse (e i dipendenti e i pensionati le pagano quasi tutti), per finanziare il mantenimento dei “poveri” del Sud per scoprire che a loro volta i beneficiari del sussidio acquistano beni prodotti fuori dei confini nazionali. Allargando così il gap fra il pil italiano e quelli tedesco e francese soprattutto.
In fondo è andata così per decenni, da quando esiste l’Unione Europea. Al Nord pagavano le tasse, miliardi venivano trasferiti al Sud sotto svariatissime forme, a cominciare dalle pensioni di invalidità.
Con quei soldi i beneficiari compravano non solo pasta di Gragnano o Barilla, ma anche automobili Renault e Volkswagen, in un rapporto di 1 a 1 rispetto alle auto italiane. 
Ma nessun Governo, né di sinistra né, men che mai, di destra, si è mai preoccupato di presentare il conto ai partner europei. 
Questo è uno dei tanti paradossi italiani.
Perché meravigliarsi se si può essere poveri essendo proprietari di due case e avere un conto in banca?