Rai, mamma Rai, quando mai cambierai? Giovanni Valentini sul libro di Carlo Verdelli “Roma non perdona. Come la politica s’è ripresa la Rai”

di Sergio Carli
Pubblicato il 17 Marzo 2019 11:19 | Ultimo aggiornamento: 24 Agosto 2019 9:52

Rai, mamma Rai, quando mai cambierai? Giovanni Valentini (nella foto) sul libro di Carlo Verdelli, “Roma non perdona. Come la politica s’è ripresa la Rai”.

Rai, mamma Rai, quando mai cambierai? Un verso del genere viene in mente dopo avere letto l”articolo che Giovanni Valentini ha pubblicato sul Fatto del 15 Marzo 2019. Lo spunto a Valentini, che sul Fatto ha spostato la sua rubrica di mass media, viene data da un libro in cui Carlo Verdelli, neo direttore di Repubblica e per un periodo direttore editoriale della Rai, racconta la sua “breve e travagliata esperienza” nella società radio televisiva di proprietà dello Stato italiano.

Carlo Verdelli ha un curriculum di tutto rispetto nel campo dei settimanli: vice direttore di Epoca, curatore del supplemento 7 sel Corriere della Sera, vice direttore dello stesso Corriere (nominato sul tamburo da Paolo Mieli dopo che Ezio Mauro, appena diventato direttore di Repubblica, incautamente elogiò Verdelli in una intervista), primo direttore della edizione italiana di Vanity Fair.

Il successo fu travolgente, non solo per la bravura dello stesso Verdelli ma anche per due motori super atomici come 1. Giampaolo Grandi, capo della Condé Nast italiana e numero uno a livello mondiale nel campo dei periodici e 2. il materiale fresco e prezioso della più forte casa editrice di riviste (Vogue del Diavolo veste Prada su tutte) al mondo. 

Verdelli è stato anche direttore di un quotidiano, precisamente della Gazzetta dello Sport. Per valutare la sua performance, si vedano queste cifre. Fra il 2005  e il 2010 la Gazzetta, edizione del Lunedì, perse il 14% delle copie,  Corriere dello Sport-Stadio il 21%, Tuttosport il 13%. SI deve tenere conto dei diversi risultati conseguiti dalle squadre di riferimento dei tre giornali, sullo sfondo della sempre più grave e inarrestabile minaccia rappresentata da Sky.

Nello stesso periodo, Repubblica ha perso il 17% delle copie vendute e il Corriere della Sera il 27%, soprattutto a causa di una infelice uscita di Paolo Mieli a favore della sinistra che costò al Corriere, nelle zone ex bianche del Nord Est, fino al 30 per cento di calo delle vendite, da un giorno all’altro.

Alla Rai, nella veste di direttore editoriale, fu chiamato, ricorda Giovanni Valentini, dall’ad e dg Antonio Campo Dall’Orto.

Su Campo Dall’Orto, nomina ad opera di Matteo Renzi, è superfluo dilungarsi. Blitz non lo ha mai apprezzato. Basta una frase come questa a qualificarlo:

 “Il futuro assomiglierà a noi”.

Come ricorda Valentini, sia Campo Dall’Orto sia Verdelli “furono poi costretti a dimettersi nel giro di un anno e mezzo o poco più”.

La critica di Valentini del libro di Verdelli è a sua volta basata sulla recensione che ne ha fatto Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera,

“dove si parla testualmente di defenestrazione, e poi l’elogio dell’ex consigliere di amministrazione Guelfo Guelfi, anche lui di nomina renziana, sul Foglio. E tanto m’è bastato per farmi un’idea della tesi del memoir di Verdelli”.

Il libro, edito da Feltrinelli, si intitola: “Roma non perdona. Come la politica s’è ripresa la Rai”.

Ma quando mai, scatta Valentini, “in quale periodo storico, la politica ha lasciato la Rai? Non risulta che sia accaduto né nella Prima Repubblica né nella Seconda e, almeno finora, neppure nella Terza sotto il governo giallo-verde”.

Perfida nota: “Ha ragione probabilmente de Bortoli: Verdelli “non sapeva allora che avrebbe poi diretto Repubblica (sede principale a Roma) se no il titolo sarebbe cambiato”.

Non è possibile, insiste Giovanni Valentini, che la politica si sia ripresa la Rai

“per il semplice fatto che non l’ha mai lasciata, bisogna dire che non l’aveva lasciata neppure ai tempi in cui Campo Dall’Orto e Verdelli furono insediati al vertice. Anzi, quelle nomine, precedute da una “riformicchia” del governo Renzi che avocò la scelta dell’ad e accentrò nelle sue mani i pieni poteri contro tutte le pronunce della Corte costituzionale, furono decise in forza di una lottizzazione come tutte le precedenti”.

Qui c’è da osservare che quello della lottizzazione, derivato della partitocrazia, è uno dei temi fondanti dell’antipolitica che ci ha portato dove siamo, ai piedi di Cristo. Ipartiti, mi permetto di sottolineare, sono la cinghia di trasmissione fra la volontà dei cittadini e il Governo di un Paese. Almeno in una democrazia del tipo che ci ha trasformato da terr di contadini, pezzenti e emigranti disperati un una delle nazioni più ricche al mondo, meta a sua volta di migranti e non più porto di partenza.

E fino a prova contraria, con tutti i limiti e anche gli aggiustamenti specifici del modello italiano, tutte le alternative finora sono fallite, a cominciare dal comunismo, sia nella versione doc sovietica, sia in quelle dei satelliti, sia nel mitico modello jugoslavo, naufragato in un bagno di sangue.

La Rai è pubblica e tale deve restare. Se fosse privatizzata, a chi andrebbe? Agli Agnelli, ai De Benedetti, a Murdoch? dite voi. La Rai non è un giornale, che se non ti piace puoi sostituire con un altro o con le decine di fonti che oggi ti offre internet. La Rai ha diviso in due il mercato della televisione con la Mediaset di Berlusconi, ora gioca a tre con la multinazionale televisiva Sky, le cui radici si perdono fra Londra e la California.

Meglio lottizzata, in grado di rappresentare, pro quota, le opinioni prevalenti del momento in Italia. Tenendo anche conto che gli italiani proprio fessi non sono. C’era un solo telegiornale, monopolio della Dc, eppure il Pci guadagnava voti su voti. Il Movimento 5 stelle non ha avuto per anni voce in Rai. Non ha avuto bisogno di un tg per diventare, fortunatamente solo per poco, il primo partito. È stato sufficiente un anno di Governo a guida di Mario Monti.

Torniamo al commento di Giovanni Valentini. Ricordando l’esperienza di Carlo Verdelli in Rai, scrive: il piano editoriale di Verdelli,

“pur contenendo alcune proposte positive e altre meno come il trasferimento del Tg2 a Milano, un improbabile Tg Sud, l’accorpamento RaiNews-Tgr e la riduzione delle sedi regionali, ottenne una bocciatura informale dal Cda”.

Determinanti furono le critiche di Franco Siddi, già capo del sindacato dei giornalisti (Fnsi) e la “giustificata opposizione” dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti interno all’azienda.

Valentini conclude toccando un tasto che per alcuni è ancora dolente: il legame di Verdelli

“con il consigliere di amministrazione renziano, l’unico componente del Cda – come rivela lui stesso – col quale aveva buoni rapporti, conferma quantomeno un’affinità personale e intellettuale. Del resto, non era un mistero per nessuno che Campo Dall’Orto, chiamato dall’autore del libro il Celeste – “chissà perché”, nota de Bortoli – come Formigoni, avesse stabilito un rapporto privilegiato con l’ex premier ed ex segretario del Pd. Tanto da aver partecipato anche a una o più edizioni della Leopolda, non si sa se in qualità di osservatore o di supporter”.

Guelfo Guelfi, merita ricordare, prima di entrare nel giglio magico renziano, forse perché residente a Firenze, in gioventù militava in Lotta Continua negli anni del ’68 che hanno messo l’Italia in ginocchio per sempre. 

A capo di Lotta Continua c’era Adriano Sofri, anche lui residente a Firenze, dopo avere scontato 22 anni di carcere per essere stato mandante dell’uccisione del Commissario Luigi Calabresi. Del che Sofri si èsempre detto innocente.

 

Sofri, per anni maitre a penser di etica e affini dalle pagine di Repubblica (quante copie sarà costato l’amore di Ezio Mauro per lui?), smise il giorno in cui il filgio del commissario Calabresi, Mario, fu nominato direttore di Repubblica. Tornerà