Razzismo inglese. Giacomo Puccini ultima vittima: stonato, ridicolo, losco come il conte Fosco, nel film Vittoria e Abdul

di Sergio Carli
Pubblicato il 18 novembre 2017 8:51 | Ultimo aggiornamento: 18 novembre 2017 8:51
razzismo-inglese

Razzismo inglese. Giacomo Puccini ultima vittima: stonato, ridicolo, losco come il conte Fosco, nel film Vittoria e Abdul

ROMA – Giacomo Puccini ridotto a macchietta non s’era visto finora. Una figura caricaturale è riservata a uno dei più grandi musicisti della storia dal regista del film Vittoria e Adbul. Nessuno in sala ci fa caso, forse pochi collegano quel ridicolo personaggio sullo schermo al compositore della sublime musica di Tosca, Boheme, Madama Butterfly, Turandot.

La scena in cui compare Puccini è riferita al viaggio della regina Vittoria in Italia. Siamo a Firenze, dove Vittoria, circondata da un manipolo di cortigiani, ascolta un Puccini disperatamente stonato cantare in suo onore e in anteprima un passaggio della Manon. La performance è tanto patetica che un cortigiano caritatevole interrompe l’esibizione con un fragoroso applauso.

Nel definire il suo Puccini il regista, Stephen Frears, inglese, deve essersi ispirato al Conte Fosco, nel nome e nelle azioni, personaggio totalmente negativo del musical di Andrew Lloyd Webber “The Lady in White”. Coerente con la secolare fama degli italiani come avvelenatori e assassini (Caterina de’ Medici porta la bandiera), il Conte Fosco, che non è un vino ma un malfattore, si prodiga in attività losche e criminali.

A dispetto di chi, sentendosi erede dell’antica Roma e del Rinascimento, si illude che gli stranieri ci vedano con tanti piccoli Leonardo Da Vinci, Vittoria e Abdul ci richiama alla amara realtà. Alla fine anche Leonardo dovette emigrare in Francia per sopravvivere alla corte di Francesco I. Per non parlare di Cristoforo Colombo, al soldo degli spagnoli tanto che fino alla scoperta del suo testamento era in dubbio la sua nascita genovese. O di Giovanni Caboto, anche lui genovese ma al servizio degli inglesi al punto che si sono appropriati anche del suo nome, facendolo John Cabot.

A conferma che il razzismo è un morbo sottile e inestirpabile, resistente ad antibiotici come democrazia, educazione, progresso, il paradosso del film, un cui implicito leitmotiv è la derisione del feroce razzismo degli inglesi, a 360 gradi. Nel mirino ci siamo un po’ tutti, italiani, francesi, tedeschi come ebrei, neri, indiani.