Razzismo, italiani a metà fra il mito del razzista buono e la patologia di Luca Traini. Di chi è la colpa?

di Marco Benedetto
Pubblicato il 21 novembre 2018 6:21 | Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2018 9:47
Razzismo, italiani a metà fra razzista buono e la patologia di Luca Traini. Nella foto: Luca Traini al processo.

Razzismo, italiani a metà fra razzista buono e la patologia di Luca Traini. Nella foto Ansa: Luca Traini al processo chiede scusa: “In carcere ho capito che il colore della pelle non c’entra”

Pochi capiscono che senza immigrati la decrescita sarebbe tutt’altro che felice. Negli strati più bassi (che brutta espressione, ma nemmeno Stalin riuscì a eliminare le classi, ne cambiò solo i meccanismi di estrazione e formazione), alla base della piramide non c’è spazio per la solidarietà, lo scontro con gli immigrati è diretto, è sui salari.sugli stili di vita, sugli odori. Per capire come le diverse classi sociali reagiscono rispetto alla immigrazione, per resta inarrivato capolavoro il film “Come un gatto in tangenziale”. Su questa linea, l’ultimo libro di Ezio Mauro, “L’uomo bianco”, che prende spunto dalla vicenda di LucaTraini, lo sparatore di neri a Macerata, è un’utile bussola.

Se guardiamo alla nostra propria storia recente, troviamo tutti gli elementi per capire e anche essere più tolleranti. Per quelli della mia generazione, quel succede oggi è una specie di remake del film vissuto negli anni del miracolo. Con qualche differenza, che all’epoca i pomodori li raccoglievano i meridionali e al Nord, esaurita la riserva veneta, friuliana, padana e piemontese, arrivavano italiani, ma dal Sud.

Gli immigrati facevano i turni per dormire, i piemontesi non affittavano ai meridionali, la criminalità era rampante e sempre più violenta, finché confluì nella lotta di classe (Notarnicola, Rovoletto, Rossi). Sfogliate on line le collezioni della Stampa, rivedete Mimì metallurgico della Wertmuller: sarà un tuffo nel passato molto educativo. 

Torino, Genova, Milano assorbirono senza grandi traumi l’immigrazione dal Lombardo-Veneto e dal Piemonte. Stessa etnia, affinità dialettali. Mio padre era emigrato a Genova da Alessandria, 60 anni dopo la sua prima lingua era il genovese, quando venne una volta a trovarmi a Torino provò a parlare in piemontese ma non lo capivano. 

Con gli immigrati dal Sud fu diversa, perché alla differenza culturale si sommava la povertà che radicalizza le differenze.

I piemontesi, razzisti quasi quanto i francesi e gli inglesi, non ebbero remore a affidare il timone di primo ministro del neo Stato italiano al siciliano Francesco Crispi. Come quasi sempre, questione di appartenenze.

Ora i ruoli sono ribaltati, fra Nord e Sud e non da ieri. Ricordo più di 30 anni fa, alla stazione ferroviaria di Porta Nuova a Torino, a fine luglio, un caro amico e collega calabrese che di più calabrese non si poteva, ma giornalista affermato, mentre mi indicava, con ampio gesto di disprezzo, l’assalto ai treni in partenza per le vacanze nel Meridione: “Guarda ‘sti Napuli”.

Oggi, facesse qualcuno una analisi dei meridionali di prima o seconda generazione che costituiscono la base e i quadri della Lega, probabilmente si scoprirebbe che sono in maggioranza. Anche questo conferma il peso della componente economica fra le motivazioni del razzismo.

L’Italia è stata ambita preda di invasioni, per il suo dolce clima, il suo fertile (dove lo è) suolo. Ma fino a oggi gli invasori venivano da dominatori, se non obbedivi ti passavano a fil di spada o, in tempi più recenti, ti fucilavano o impiccavano (ricordate Amatore Sciesa e i martiri di Belfiore?). Arrivarono i liguri a mettere sotto i neanderthal, e poi le varie razze italiche, veneti, umbri, sabini e quant’altri, poi etruschi e latini e greci dal mare, celti dal Grande Nord con i poveri liguri, che prima occupavano mezza Europa, dal Portogallo al Piemonte, via Spagna e Francia, costretti a ritirarsi nelle gole degli Appennini e arroccarsi in quella che oggi è Liguria, terra tanto avara che non valeva la pena di conquistare. 

L’impero romano fu un grande frullatore di etnie. Pulizie etniche, deportazioni, colonizzazioni furono gli ingredienti del grande balzo in avanti della civilità del diritto.

Nei primi secoli dell’Impero, a fronte di un calo demografico cui invano cercò di porre rimedio Augusto con la mielosa e ipocrita elegia virgiliana della civilità contadina, più volte i romani piazzarono in terre rimaste incolte delle tribù di barbari. Lo fecero in varie parti d’Europa e anche in Italia. Per spiegare la ferocia che spesso emerge dalla dolce parlata nella cronaca nera e politica dell’Emilia, uso un riferimento prettamente razzista. Racconta lo storico romano Ammiano Marcellino che verso la fine del quarto secolo fra Modena, Parma e Reggio Emilia venne deportato e installato come coloni un popolo barbari, i Taifali, di origine germanica o sarmatica, capaci di ogni efandezza e oscenità, “debosciati da ogni tipo di piaceri contro natura”. Poi si convertirono al cristianesimo…

I Taifali erano venuti in occidente al seguito del re visigoto Atanarico, capostipite della dinastia da cui discende la nobiltà iberica.

Fu la volta di altri Goti, dei Vandali, Attila arrivò ad Alessandria. Seguì una serie di stirpi germaniche, al culmine i Longobardi, che fornirono i quadri alla maggior parte della nobiltà italiana dei passati quasi 2 millenni. Risalite l’albero genealogico delle grandi famiglie di origine nobile italiana (Visconti, Este ecc.) e trovate un casato tedesco. Un nome di battesimo molto diffuso fra loro è Guido, in antico era Wido o Wito. 

Passarono i secoli e arrivarono francesi, spagnoli austriaci. Genova fu grande quando si mise, con Andrea Doria, al servizio della Spagna. I secolari rancori che dividono ancor oggi Genova da Savona hanno radici profonde, che affondano nel secolo di Francesco I e CarloV. La grande e ricca Lombardia fu colonia austriaca fino al 1859, Napoli lo fu fino al 1734. Austria, Spagna e Francia hanno disposto per secoli di regni e ducati in tutta la penisola.

I Savoia non erano italiani, erano francesi, spregiudicati al punto di barattare la loro terra d’origine per la corona d’Italia. Il Savoia più illustre nel mondo, Eugenio, grandissimo generale, fu solo mezzo italiano, genuino, per il sangue della madre Olimpia Mancini, nipote del cardinal Mazzarino, immigrato italiano alla Corte di Francia, che fece grande il regno con tale dispetto dei francesi che ancor oggi se possono evitano di nominarlo o esporne l’immagine e sempre enfatizzando (vedi Dumas) più le sue ruberie che la sua grandezza politica e i titanici risultati. E comunque Eugenio di Savoia restò sempre una specie di gastarbeiter, principe ma sempre straniero.

Terzo articolo di 4 sul tema del razzismo. Per leggere i precedenti e il successivo:

Razzismo, il caso Traini, le radici del nuovo male italiano: Ezio Mauro ne fa un capolavoro di giornalismo  cliccare qui.

Razzismo, è colpa di Salvini o gli italiani lo sono sempre stati? Cosa è cambiato da quando eravamo colonia austriaca cliccare qui

Razzismo in Italia, perché è patologico? Interessi, cattiva gestione, crisi…cliccare qui